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Intervista a Patrick McGrath
L'amore come follia: incontro con Patrick McGrath

Patrick McGrath: un autore che, fin dal primo romanzo pubblicato in Italia, Follia, ha ottenuto un successo straordinario confermato anche dalla recente pubblicazione di Il morbo di Haggard.
Lo incontriamo e, con il raffinato garbo inglese e l'essenzialità che ne contraddistinguono il tratto, risponde alle nostre domande su pazzia, passione, malattia.



L'amore come passione e come devastazione è sempre stato il tema da lei prediletto?
N on sempre. Sono sempre stato più interessato alla follia, al disordine mentale: poi ho cominciato a capire che l'amore è proprio una forma di disturbo mentale.
La pazzia però è una malattia. Quando si può considerare qualcuno pazzo e non solo dominato dai sentimenti?
I n Follia c'è sempre un'autorità che definisce chi è pazzo e chi non lo è. Questa autorità è lo psichiatra.
Il medico può decidere anche dell'anima del soggetto?
L o psichiatra non parla dell'anima, ma della psiche. In un certo senso invece decide proprio dell'anima del soggetto. Il medico tratta la psiche come una parte del corpo, ma inevitabilmente entra in contatto con qualcosa di più profondo che potremmo chiamare "anima".
Come entra la malattia nella memoria degli individui?
N on parlerei di malattia, ma di disturbo. La memoria è sempre, in un certo senso, una forza. Noi quasi sempre riorganizziamo il passato in base alle nostre necessità del presente eppure il passato incombe e trasforma anche il presente.
A distanza di tempo le passioni possono ritornare con violenza, anche in assenza di chi le ha suscitate?
S ì, questo è proprio quello che accade in Il morbo di Haggard, cioè il mantenimento, la durata di un lungo amore, anche in assenza dell'altro.
Anche nella vita pensa che l'assenza dell'altro possa amplificare il sentimento?
N o, penso che l'amore abbia bisogno di un oggetto concreto e non solo fantasmatico.
Pensando al suo ultimo libro tradotto in Italia, Il morbo di Haggard appunto, lei crede che sia possibile la trasposizione del sentimento da uno ad un altro oggetto amoroso?
S ì, penso che spesso noi facciamo queste trasposizioni sentimentali da un oggetto d'amore ad un altro. E non è necessariamente un fatto patologico. Lo è solo quando crea dei danni.
In Italia fin dal primo romanzo lei ha avuto molto successo. Che cosa gli italiani hanno subito amato della sua scrittura?
N on lo so con certezza, ma ho una teoria. Gli italiani sono molto interessati ai temi legati al potere sociale, in particolare al problema della posizione delle donne nella nostra società, una società dominata dagli uomini. Tutta la società è dominata dagli uomini, ma probabilmente in Italia questo è più evidente e c'è un sentimento femminista molto forte tra le donne italiane, così da provocare un intenso conflitto nella politica sessuale, complicato ulteriormente dalla presenza della Chiesa cattolica.
Pensa che tutti noi si tema di avere un briciolo di follia?
O h, certo! Per la maggior parte delle persone in questo periodo la sicurezza è più importante dell'intensità, la tranquillità più augurabile del rischio, la normalità è più ricercata della passione.
E il desiderio?
P enso che ci sia sempre anche se ne abbiamo paura: la letteratura è un modo, un mezzo per liberare questa voglia di follia.
Progetti per il futuro?
N on so, è una decisione che spetta anche al mio editore. Spero di vedere pubblicato un mio nuovo libro nel 2000. E mi auguro che il libro che sto scrivendo venga subito pubblicato anche in Italia, sempre per Adelphi.


Intervista a cura di Grazia Casagrande




16 luglio 1999