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Nick McDonell

Ha fatto buone scuole, e si sente. Ha alle spalle una famiglia del mestiere, e si sente. Ma la sensibilità e la dedizione alla scrittura sono tutte sue, e probabilmente lo porteranno lontano.
A diciassette anni Nick Mc Donell, ricco, bello, atletico, figlio di una scrittrice e di un influente editore, è diventato il nuovo enfant prodige della letteratura americana con il romanzo "Twelve" (Bompiani), uno stringente e impietoso affondo diretto a un mondo che conosce da vicino, quello dei liceali di famiglie bene, in rotta con la vita per mancanza di scopi, dediti alla droga e alle armi per mancanza di emozioni.



Si parla di te come l'erede di Brett Easton Ellis, che con il suo Meno di zero è stato il mito della narrativa giovanile degli anni '80 e '90; come è cambiato il mondo dei teenagers?
Meno di zero è stato scritto nell'85, quando avevo un anno, quindi non posso dare una valutazione personale dei cambiamenti che ci sono stati. Comunque è certo aumentata la violenza, anche fra i giovani bianchi, benestanti e istruiti. Una delle cause potrebbe essere che, negli ambienti più democratici e progressisti, oggi si tende ad adottare la moda, il linguaggio, la musica, dei ghetti neri. Lì, inevitabilmente, allignano sacche di violenza, di rifiuto di ogni regola, che possono influenzare chi assume quei modelli in modo acritico, passivo. Tengo però a precisare che i personaggi del mio libro sono volutamente estremizzati, perché volevo far risaltare il contrasto tra la loro vita privilegiata e l'abiezione delle loro scelte; ho calcato la mano per denunciare il malessere morale attraversato dalla nostra società, per la mancanza di valori costruttivi, e di una famiglia in grado di accompagnare il passaggio all'età adulta.

Non è certo il tuo caso: anzi senz'altro la tua famiglia avrà appoggiato il tuo desiderio di diventare scrittore.

Sono stati felicissimi, ma non troppo sorpresi, perché sapevano che mi è sempre piaciuto scrivere. Ho frequentato scuole rigorose, che davano molta importanza alla scrittura, quindi la mia "vocazione" di scrittore si è manifestata presto, ed è stata supportata da buone letture. Ho pubblicato diversi racconti sui giornali scolastici, ma poi, quando due anni fa mi sono messo a scrivere il romanzo - perché ero immobilizzato in casa con una gamba rotta e non potevo giocare a basket- mi sono riproposto di non dire niente ai miei genitori per non farmi influenzare. Invece, arrivato a metà, gliel'ho fatto leggere e ne sono stato molto contento, perché oltre ad incoraggiarmi mi hanno dato delle ottime idee.

Nel romanzo appaiono citati parecchi libri, ma non di autori trasgressivi e giovanilisti, anzi testi che si leggono a scuola, come La peste di Camus, Canto di Natale di Dickens, Il vecchio e il mare di Hemingway. Sono soltanto tracce del tuo percorso educativo, oppure rappresentano il richiamo a scelte culturali che potrebbero fornire un'alternativa alla stucchevole ripetitività sfornata dai mass media?

Entrambe le cose. I libri di cui parlo sono stati molto formativi per me, e penso che potrebbero esserlo anche per altri.
Non a caso alla fine del romanzo il mio protagonista va a studiare a Parigi, perché ha deciso di sottrarsi alla vita vuota e disperata di cui ha visto le tragiche conseguenze, e intraprende una ricerca culturale ripartendo dalle radici europee. Però penso che ci sia anche un'altra strada, più propriamente americana, per riscoprire i più autentici valori umani: quella del ritorno al contatto con la natura, allo spirito di frontiera. Diciamo che invece di andare a Parigi avrebbe potuto andare nelle sconfinate praterie del Far West. Nella letteratura americana entrambi i filoni sono stati esplorati, ad esempio da una parte da Scott Fitzgerald, dall'altra da London. In Hemingway sono presenti sia le savane africane che il richiamo della vecchia Europa.

Di Daniela Pizzagalli




9 aprile 2003