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Melania Mazzucco e Gian Antonio Stella

Quando gli emigranti eravamo noi

Una scrittrice e un giornalista, Melania Mazzucco e Gian Antonio Stella, autori di due best seller, Vita e L'Orda, rievocano la lunga vicenda dell'emigrazione italiana: recuperare la storia passata è uno strumento essenziale per leggere i fenomeni sociali del presente.



Stella - In Italia, il grande dolore della partenza, il fenomeno stesso dell'emigrazione è parte della memoria collettiva, sia pure tenuta sotto controllo da una politica culturale che induce all'amnesia, ma oggi pare riemerso e riappropriato della storia comune. È così?

Mazzucco - Ho da sempre conosciuto la storia che poi sarebbe diventata la trama di Vita perché mi era stata raccontata quando ero bambina, ma solo negli ultimi anni ho capito che la vicenda di questi due ragazzini che vanno in America era importante perché raccontava la storia di milioni di italiani. Non ne sapevo molto, come è capitato anche a tanti altri che hanno dimenticato, perché le famiglie stesse dei migranti provavano vergogna per quello avevano subito i loro padri in America o altrove nel mondo, quindi, un po' alla volta, essere emigrati ed essere tornati in patria o avere dei parenti in America, in Australia o in Germania era diventata una specie di vergogna.

Stella - Da che cosa nasceva questa vergogna?

Mazzucco - Chi era andato via era molto povero e quindi dire che nella propria famiglia qualcuno era emigrato significava rivelare e mettere a nudo la cicatrice impressa dalla povertà, come se fosse un marchio. Quindi, a mano a mano che l'Italia cambiava, anche nelle famiglie si è inabissato il ricordo delle partenze e poi di tutto quello che dietro quelle partenze c'era stato: le sofferenze, spesso i fallimenti, e soprattutto l'essersi imbattuti in una realtà di razzismo molto forte. Sono cresciuta negli anni Settanta e Ottanta, quando l'Italia stava diventando una paese ricco, quando ci facevano credere di essere la quinta nazione industriale del mondo e quello della nostra emigrazione sembrava un passato lontanissimo, così anch'io avevo perso interesse per la storia di mio nonno. Nel tempo però qualcosa stava cambiando: me ne sono accorta negli anni Novanta quando l'Italia è diventata un paese nel quale cominciavano ad arrivare le "orde" di immigrati che cercavano qualcosa che non potevano avere nel loro paese. In quegli anni studiavo cinema a Roma e ho girato dei documentari su una realtà, bruciante e immediata, qualcosa che stava accadendo in quel preciso momento: l'arrivo degli altri, il "loro". Intervistavo ragazzi albanesi, marocchini, africani, sudamericani che si accampavano nelle nostre città, che dormivano in pensioni sovraffollate, sotto i ponti o in baracche vicino al greto del Tevere. Ascoltando le loro storie ho avuto un forte choc culturale e mi sono resa conto che era esattamente la storia di mio nonno, una storia mai finita, la cui dimenticanza era un delitto personale e familiare perché significava rinnegare il passato. Però era anche il delitto culturale di un intero paese che stava cancellando la sua Storia. L'Italia è l'unico paese occidentale che abbia avuto una vicenda migratoria così forte e così radicata: questa era la nostra grande ricchezza e non il marchio della nostra miseria, era il segno della diversità di una nazione a metà strada fra i paesi ricchi e quelli che si stanno ancora sviluppando.
Il cambiamento avvenuto nel Paese era anche quello della mia famiglia e l'attualità di quella storia perduta mi sembrava davvero bruciante. Per questo mi sono decisa a riraccontarla e mi sono resa conto, mentre scrivevo, che a volte gli scrittori intercettano un sentimento collettivo: il sentimento della riscoperta.

Stella - Quando ho cominciato a fare delle ricerche mi sembrava che su questo argomento non ci fosse quasi niente o comunque solo testi ormai vecchi invece, un po' alla volta, le cose sono cambiate: è emerso un grandissimo interesse per la nostra emigrazione, sono uscite opere importanti e il sentimento collettivo ha prodotto un incrocio di libri e, curiosamente, gli uni sembravano la spiegazione degli altri.
La cosa che mi ha colpito quando ho cominciato ad approfondire il tema è stata proprio la rimozione avvenuta: stiamo parlando di un fenomeno che ha riguardato 27 milioni di persone dal 1876 (quando si è cominciato a contare le persone che migravano) fino al 1976 quando, per uno di quegli scherzi che fa la storia, a distanza esattamente di cento anni, si sono invertiti i numeri. Solo da quell'anno infatti quelli che arrivavano erano più numerosi di quelli che continuavano a partire. Credo che ci sia stato un equivoco di fondo sull'idea di patriottismo, cioè qualcuno continua a credere che sia patriottico dire che i nostri emigranti fossero diversi rispetto a quelli che giungono oggi da noi. Invece bisogna dire che gli italiani sono partiti da condizioni difficilissime, spesso disperate, e hanno fatto gli errori che hanno fatto tutte le prime emigrazioni del mondo: si tratta sempre di maschi, in genere, fra i 20 e i 40 anni, ragazzi che hanno dei cuccioli e una femmina a casa da sfamare, lupi, nobili se vogliamo, ma sempre lupi che devono sopravvivere e a volte danno una zannata sbagliata, fanno delle cose brutte e combinano veri guai. Col tempo l'emigrazione cambia struttura, arrivano le donne, i bambini e, con loro, lo dice anche il romanzo di Melania, l'emigrazione matura, si inserisce nella società: la donna è davvero protagonista dell'emigrazione positiva, ma arriva in genere più tardi. Il vero patriottismo insomma credo sia questo: siamo partiti spesso con il piede sbagliato ma anno dopo anno, decennio dopo decennio, siamo riusciti a dimostrare che siamo un popolo per bene, che abbiamo voglia di lavorare, che ci diamo da fare, siamo riusciti a guadagnarci la stima, l'amicizia, l'affetto, la riconoscenza dei paesi in cui siamo arrivati. Ma sul fatto che una volta fossimo partiti col piede sbagliato mi pare che non ci siano dubbi.

Mazzucco - Sicuramente sì. In realtà i primi a vergognarsi di questi italiani che arrivavano in massa in America, o in altri paesi, erano i nostri politici che vedevano rovesciata l'immagine dell'Italia. Per fare questo libro ho letto molti documenti personali e familiari, poi ho allargato la ricerca a documenti ufficiali per esempio a quelli dell'archivio del Ministero degli affari esteri ed è interessante leggere le prime relazioni dei consoli. Ad esempio il console di New York di fronte all'arrivo di questa massa immane di migranti, che erano brutti, poveri, sporchi, soli e quasi tutti maschi, era molto spaventato. Ho poi lavorato sulle liste passeggeri delle navi per capire meglio il caso di mio nonno, Diamante [il protagonista di Vita, ndr], perché mi sembrava strano che fosse riuscito a partire pur avendo solo 12 anni, e ho trovato non solo i nomi dei suoi compagni di viaggio, oltre a quello di Vita, ma anche i nomi delle persone che stavano sulle altre navi che in quel periodo approdavano nel porto di New York. Quello che mi ha sorpreso di più, ma che ha anche confermato quello che avevo capito intervistando i ragazzi stranieri arrivati in Italia, era la giovane età di questi maschi, di questa carne da lavoro. In America il fenomeno era ancora più evidente: c'era un filtro non scritto e le persone che avevano superato i 45 anni venivano spesso respinte perché si pensava che un operaio di quell'età si sarebbe ammalato presto e quindi era una forza lavoro già "avariata". All'inizio del Novecento quelli che arrivavano in America avevano in media 18 anni. Nel 1903 un diciottenne era considerato un adulto anche se non poteva ancora votare o fare il servizio militare, si diventava infatti maggiorenni a 21 anni. Ma il fatto che dei ragazzi fra i 15 e i 21 anni andassero in America significava che sarebbero cresciuti lì ed erano spesso giovani soli, senza i genitori, gettati in una realtà di grandissima sopraffazione. Il primo scoglio era riuscire ad entrare nelle città: si poteva finire in ghetti etnici, angariati dagli stessi connazionali prima ancora che dagli americani, infatti quelli che erano riusciti a sistemarsi negli Usa prendevano una tangente, una grossa cifra, del provento del lavoratore che veniva affittato, venduto, spedito in campi molto lontani dalla città da cui non sapeva come tornare indietro. Questo aspetto della vita dell'emigrante era accettato dal console e dai governi americano e italiano. E poi c'era anche l'aspetto illegale, perché tutte le ondate migratorie si scontrano con una realtà che li rifiuta ma permette nello stesso tempo di sopravvivere nell'illegalità, ossia gli immigrati danno alla nazione (in questo caso agli Stati Uniti) ciò che quella nazione non può dare a se stessa: le donne, le puttane, il gioco d'azzardo, le droghe, l'alcool. Dove c'è una richiesta ma non è legale, là si inseriscono gli immigrati, gli ultimi arrivati. Gli italiani sono sicuramente stati anche dei criminali e scrivendo il libro non volevo nasconderlo. Poi è sorto il problema inverso, l'etichetta di mafioso è stata talmente incollata sulla pelle degli italiani e dei nostri immigrati da diventare ingiusta e per negare uno stereotipo si finiva per negare anche una realtà.

Stella - C'è qualcosa che abbiamo voluto rimuovere nella nostra storia, invece dovremmo essere orgogliosi dei nostri emigranti quando immaginiamo il loro percorso di vita, perché se l'Italia è cresciuta è stato anche grazie all'enorme fatica che hanno fatto e al patrimonio e bagaglio tecnico, culturale e di lavoro che hanno riportato quando molti di loro sono rientrati in patria. Ma mentre siamo fieri per questo, dobbiamo esserlo ancora di più perché si sono affrancati da una situazione difficile. Ecco alcune statistiche Istat: nel 1880, vent'anni prima dell'arrivo in America di Vita e di Diamante, in Italia ogni 100.000 abitanti c'erano 6.6 omicidi contro i 5 della Spagna, che era il paese più "caldo" sotto questo profilo, l'1.6 dell'Austria, lo 0.3 dell'Inghilterra, lo 0.9 dell'Irlanda, l'1.3 della Scozia e l'1.2 della Francia. Il nostro popolo purtroppo esportava una percentuale molto alta di assassini, di gente che aveva troppo spesso il coltello in tasca e troppo spesso in mano. Basti dire che nel 1881 ci furono in Italia 4.858 omicidi quindi 1 ogni 6.000 abitanti circa. L'anno scorso, ha detto il Ministro degli interni, ce n'è stato 1 ogni 91.000 abitanti: il che vuol dire che un secolo fa si uccideva 15 volte più di oggi. A Bologna nel 1861, anno dell'Unità d'Italia, c'era una rapina a mano armata ogni 210 persone, nel 2001 una ogni 2.005 persone. Era una società molto difficile e violenta.

Mazzucco - I giornali americani del tempo hanno fissato lo stereotipo dell'italiano con il coltello in tasca e spesso in mano, che puzzava d'aglio e di alcool, piccolo, nero e violento. In effetti il coltello lo avevano tutti i ragazzi che partivano e lo sapevano usare bene. Diamante aveva 12 anni quando è partito per l'America e aveva già imparato a prendere a sassate i carabinieri. Questo clima di violenza andava a confrontarsi con la realtà americana, anch'essa estremamente violenta: a New York fino a quando fu proibito per legge l'uscire di casa armati durante la notte, morivano quotidianamente decine di persone. Ho lavorato molto sui giornali dell'epoca per ricostruire alcuni fatti di cronaca nera in cui erano stati invischiati alcuni amici di Diamante ed era impressionante leggere quante ragazze durante una singola notte a New York venivano rapite, violentate, strangolate e buttate negli stagni che circondavano la città, quante persone sparivano, metà delle quali per sempre. Questi delitti in parte erano etnici, ossia avvenivano nel quartiere italiano o irlandese, in parte erano provocati dalle bande che si scontravano: era una nazione senza legge o perlomeno con una legge che valeva solo in certe zone della città e per certe classi sociali. Nessuna nostalgia quindi verso quell'Italia arcaica da cui era fuggito mio nonno e nessun velo per nascondere quello che era l'America di allora dove, se qualcuno prendeva a picconate un lavoratore e lo ammazzava, si diceva che gli era caduta in testa una putrella e nessuno investigava oltre.

Stella - Dobbiamo inquadrare tutto nel contesto storico: quella era un'Italia assolutamente miserabile. L'anno in cui Diamante e Vita arrivano in America è il 1903, l'età media in cui si moriva in Italia era di 24/25 anni. Dieci anni prima, nel decennio 1891-1900 l'età media di morte era di 14 anni e sei mesi; nel decennio 1881-1890 era di 6 anni e quattro mesi. Questo perché c'era una altissima mortalità infantile e Vita e Diamante erano dei veri sopravvissuti perché nel decennio in cui erano nati (1891-1900) su 759.000 morti in Italia 333.000 quasi la metà avevano meno di 5 anni. Di questi oltre 200.000 avevano meno di un anno. Questo vuol dire che arrivare a un anno era già un traguardo, arrivare a cinque era difficile e arrivare all'età adulta era un vero miracolo. Se non capiamo questo non capiamo niente, se ci raccontiamo che la nostra era un'Italia bucolica dove i contadini erano contenti e quanto erano belle le campagne e come era buono il latte ecc. ci raccontiamo delle stupidaggini. Ancora nel 1951 alle foci del Po nel nord dell'Italia, nel Polesine, c'erano decine di persone che vivevano in capanne di paglia in condizioni veramente precarie. Quindi si parla di una storia che è arrivata molto vicina a noi, che abbiamo tentato di rimuovere e che Melania ha ripreso attraverso la vicenda di suo nonno.

Mazzucco - Quello che ho scoperto sulla mia famiglia facendo delle ricerche mi ha permesso di capire esattamente quello che era successo in quel periodo perché, quando mio nonno Diamante tornò dall'America, non raccontò quasi nulla. Narrava episodi e scene, ma non dava spiegazioni e i suoi racconti sono arrivati fino a me in modo frammentario. Diceva spesso che i Mazzucco erano in origine piemontesi e discendevano da un ufficiale venuto dal nord durante la guerra di liberazione del Mezzogiorno: questa è la favola con la quale io sono cresciuta. Sapevo anche che il nonno era andato in America da bambino ma c'era qualcosa che non mi tornava in tutto ciò. Allora, cominciando a fare ricerche per il romanzo, sono andata al paese d'origine della mia famiglia e ho analizzato l'archivio della parrocchia e nei libri parrocchiali di questo piccolo paese ho trovato la vera storia di Diamante. Era il quarto di otto figli, di cui cinque erano morti prima di compiere i due anni. Mio bisnonno era uno spaccapietre, non possedeva nemmeno la terra, non aveva niente a parte le braccia e in quel tempo poi si era verificata anche una carestia terribile. Mio bisnonno aveva tentato varie volte di andare in America perché era disperato: gli erano morti dei figli, non aveva niente da dare da mangiare a quelli sopravvissuti, ma lo respinsero perché ritenuto troppo vecchio. Appena poté mandò in America uno dei figli e da qui comincia la storia di Vita.
Quello che ho scoperto è che i Mazzucco avevano abitato per secoli e secoli nello stesso paese, in uno stato di miseria inimmaginabile, senza speranza di migliorare e l'America rappresentava l'unica speranza di cambiare il proprio destino.

Stella - La migrazione italiana è stata colpevolmente trascurata dagli scrittori invece è stata accompagnata da grandi colonne sonore: ci sono delle canzoni bellissime sulla migrazione italiana in cui l'America veniva descritta come allegra e bella, capace di affrancare dalla povertà. Ancora nel 1949 il reddito pro capite di un italiano era 238 dollari, di un americano di 2.453. Oggi non c'è questa immensa differenza neppure tra il reddito pro capite nostro e quello del Ghana e questo spiega come fosse formidabile la spinta verso l'America.

Mazzucco - Molti poi entravano illegalmente. Abbiamo la documentazione che mostra come persone incarcerate, magari per cose banali come il furto di una mela, scrivevano al console disperate perché volevano la restituzione del passaporto per realizzare il "sogno americano". Molti emigravano con passaporti falsi o di altre persone. La maggior parte arrivava a New York e si fermava lì e New York è cresciuta anche grazie a queste grandi migrazioni ed è cambiata tra lo sgomento degli americani.

Stella - Ma vediamo come era allora la situazione negli Stati Uniti: ci sono stati 3200 neri linciati fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento e circa 800 bianchi e nove volte su dieci si trattava di italiani. Otto anni dopo l'arrivo di Vera e di Diamante la commissione dell'emigrazione negli Stati Uniti fa la stima delle razze in un documento ufficiale e dice che in Italia ci sono due razze, una che popola l'estremo nord, la razza ariana, e una razza mediterranea sostanzialmente negroide, con una goccia insomma di sangue nero, che popola l'intera penisola, Genova compresa. E i razzisti americani arrivano a definire qual è il confine preciso tra razza ariana e razza negroide. E chi gliel'aveva messa in testa questa idea? Gli italiani stessi: a quale santo sono devoti tanti connazionali? San Calogero, il santo nero più amato della Sicilia occidentale, o la Madonna nera di Loreto e così via. Il confine era fissato nel 45° parallelo che attraversa la pianura padana. Questi stereotipi che oggi ci fanno sorridere, influenzavano moltissimo i nostri nonni tanto che nel 1922 un giudice americano assolse un nero dall'accusa di avere una relazione con una bianca perché la donna in questione non era bianca, era solamente italiana. Ed ecco il motivo per il quale anche nel libro della Mazzucco qualche persona cambia nome, per sottrarsi a un odio e a una ostilità spaventosi. Questa è la nostra storia, una storia fatta di luci e di ombre da cui noi siamo riusciti a riscattarci.


Il dibattito animato da Melania Mazzucco e da Gian Antonio Stella si è svolto a Festivaletteratura di Mantova

Di Grazia Casagrande




16 settembre 2003