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Paolo Maurensig

Una favola toccante, dal sapore quasi natalizio perché parla di spiritualità e di speranza anche se parte dal dolore del lutto è Il guardiano dei sogni, il nuovo romanzo di Paolo Maurensig, al quale abbiamo chiesto...


Che cosa rappresenta questo romanzo nel suo percorso umano e letterario?
Ogni romanzo rappresenta una pietra miliare di un percorso che non sappiamo dove ci condurrà. Anzi, più crediamo di avvicinarci a una meta e tanto più ci rendiamo conto che questa si fa più lontana e irraggiungibile. Soprattutto quando affrontiamo certi argomenti che da sempre hanno rappresentato un interrogativo senza risposta. Vita, morte, dolore, anima…sono diventati da tempo dei tabù della nostra società moderna. Tutti ci aspettiamo delle risposte che non verranno mai perché sono implicite nella domanda stessa. Faccio un esempio: quando ci fermiamo ad ammirare un cielo stellato e ci interroghiamo sgomenti sul mistero del Creato, sentiamo al contempo la presenza di un Creatore.

Il giornalista protagonista del romanzo, grazie all'incontro con un misterioso russo, quasi un vecchio saggio di impronta junghiana, si proietta verso nuovi orizzonti spirituali; ma questo personaggio chiave ha un suo doppio, che introduce un tema dalle molte sfaccettature, sia dal punto di vista psicologico che letterario; che cosa rappresentano Antoni e Witek?

Il tema del doppio in letteratura è la trasposizione del mito antichissimo di Caino e Abele, mito che a sua volta, in forma di narrazione, allude alla duplice polarità di tutto ciò che esiste. Il mito come risposta all'indecifrabile realtà della morte. Nel romanzo, è la morte di Claire ad aprire il protagonista a un desiderio di trascendenza.

Possiamo dire che l'esperienza del Regno raccontata all'io narrante dal vecchio russo è la trasposizione fiabesca e simbolica della sua stessa esperienza?

Una riflessione del narratore è proprio questa: non può essere che proprio il timore della morte sia la spinta necessaria a risvegliare in noi un desiderio di trascendenza? La perdita, la morte, il dolore, per quanto esecrabili, sono necessari a un’evoluzione spirituale. E qui mi fermo perché rischio di cadere nella più trita banalità. Un rischio che si corre sempre in letteratura quando su certi argomenti si vogliono dare delle spiegazioni, o certezze. Per fortuna c’è la possibilità di fare leggere tra le righe, di ricorrere alla metafora, esattamente come nella descrizione che Antoni-Witek fa della sua visita al Regno: raccontare l’ineffabile.

I sogni come balsamo riparatore dei nostri traumi quotidiani. Il suo è un romanzo che indica una via di fuga?

Che la vita sia sogno non sono io il primo a dirlo. Che i sogni siano a volte un balsamo mi sembra accettabile. Una possibilità di fuga, se mai esiste, sta forse nel risvegliarsi.

Di Daniela Pizzagalli




28 novembre 2003