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Intervista a Predrag Matvejevic

Uno scrittore, uno storico della contemporaneità, un uomo che ha saputo affrontare a viso aperto ogni forma di repressione e che, nonostante gli eventi spesso lo contraddicano, continua a credere nell'umanità.


Come giudica che l'Italia abbia affrontato la problematica dei Balcani?
H o cominciato ad osservare l'atteggiamento italiano agli inizi degli anni Novanta. Io, emigrato nel gennaio 1991, sono andato inizialmente in Francia, ma spesso venivo anche in Italia. Mi sono collegato con alcune associazioni di volontariato che erano interessate agli stessi temi che mi stavano a cuore e dunque avevo l'occasione di vedere da vicino questo atteggiamento. Ho capito che esistevano due italie: una inerte, burocratica, indifferente, senza nessun vero interesse per la problematica dei Balcani. L'altra appassionata, generosa, che si spendeva attraverso il volontariato ed era per me una sorpresa. Se si potessero unire queste due realtà, l'Italia sarebbe un paese ideale. Mi rendo conto però che è molto difficile.

Quando è arrivato in Italia?

S ono arrivato in Italia alla fine del 1994, passando dalla Sorbona alla Sapienza, e sono diventato prima residente, poi cittadino italiano. Ho osservato durante i bombardamenti della Serbia e la crisi del Kosovo l' imbarazzo dei governanti italiani. Il governo di centrosinistra non aveva interesse a bombardare la Serbia, né a essere il primo alleato della Nato, una organizzazione che era il prodotto della Guerra fredda e che, dopo che il Patto di Varsavia si era sciolto, non aveva più nemmeno senso. Era davvero imbarazzante per dei democratici associarsi a questa Nato, alle dichiarazioni crudeli e arroganti del generale Clark che spiegava come distruggere la Serbia pezzo per pezzo, quando si capiva che non c'era l'assoluta precisione dei missili, ma che erano tanto colpite le case private e i civili. Osservavo questo fenomeno e sentivo che erano poche le voci che mettevano in guardia (anche se allora non si parlava ancora di uranio impoverito) il Paese davanti a questo evento di storia europea. Andai ad Aviano per protestare contro le bombe e precedentemente andato a Otranto per accogliere i fuggiaschi che arrivavano sui gommoni dall'altra sponda dell'Adriatico. Anche lì avevo l'occasione di vedere un volontariato onesto, impegnato e accanto a questo una struttura quasi mafiosa che si inseriva nell'evento e cercava di sfruttarlo.

Quali sono state, secondo lei, le cause della disgregazione della Jugoslavia?

C olui che osserva la storia europea attuale si rende conto che mentre da una parte si fa l'Unione europea (cioè la "Comunità" sta diventando appunto "Unione") e si è riunificata la Germania, nello stesso momento si è distrutta la Jugoslavia. Prima della guerra la Jugoslavia era un paese non allineato che contribuiva all'equilibrio delle due superpotenze: c'era la necessità di uno spazio neutro tra loro. Quando una delle due crollò questo spazio non era più interessante: abbiamo dichiarazioni esplicite degli Stati Uniti a questo proposito. L'Europa non essendo ancora abituata ad esercitare un ruolo, scombussolata, preoccupata dai suoi propri problemi, non ha saputo trovare una soluzione, avere un atteggiamento positivo. Dunque la Jugoslavia è stata lasciata ai propri "demoni": i nazionalismi che esplodono soprattutto negli stati che si sono tardivamente unificati che non sono arrivati a delle sintesi. Ho spesso analizzato questi problemi retaggio del XIX secolo, creatisi soprattutto nelle nazioni senza Stato in cui sono rimasti residui di discorsi espansivi. I popoli slavi del sud hanno perso gli ultimi treni: sfracellati dal fascismo tedesco e italiano nel 1941, entrati in conflitti tra loro, conflitti che hanno lasciato memorie tragiche; mentre noi, che eravamo stati protagonisti dell'unità, non ci rendevamo conto di quanto queste memorie potessero produrre nuovi conflitti. In questa congiuntura sono riemerse, grazie anche a un concorso di circostanze molto particolari e a personalità ambigue: Milosevic, figlio di un padre e di una madre suicidi, così come lo zio; Tudjman il cui padre si è suicidato dopo aver ucciso la madre; Karadic il cui padre era stato condannato a 25 anni di prigione per aver stuprato la figlia minorenne di suo fratello (incesto e stupro). In questa situazione ci sono stati anche casi nobili, come la figlia del generale Mladic, boia della Bosnia: la donna ha dichiarato di non poter vivere coi crimini di suo padre e si è data la morte, una tragedia shakespeariana che io rapportai al Riccardo III. Da questa situazione nel cuore dell'Europa è esplosa una guerra di cui non vediamo ancora una totale soluzione.

Oggi la situazione non le sembra in via di soluzione?

N el Kosovo la situazione non è risolta, si oppongono il diritto storico e quello naturale. Con la politica criminale di Milososevic il 50% di albanesi del Kosovo era stato esiliato, adesso il 75% di serbi è in esilio: tutto questo lascia rancori che possono produrre altri eventi ugualmente tragici. L'embargo economico ha colpito il popolo, così come le bombe.

Lei è sempre stato molto libero, anche nei confronti del regime sovietico ha saputo prendere delle posizioni anche pericolose. Perché oggi molti intellettuali italiani non sembrano più volersi mettere in gioco?

A nch'io mi sono posto spesso questa stessa domanda. Quando ero a Otranto ho sentito profondamente questa assenza. Le immagini apparse per mesi in televisione erano tragiche ed esplicite: un popolo di disperati, di bambini, di donne, incidenti mortali, mafie albanesi, italiane, montenegrine e forse altre ancora che guadagnavano sulla morte . Ero sorpreso che nessuno scrittore fosse lì con me, che questo tipo di impegno fosse considerato quasi umiliante. Credo che gli intellettuali sfuggano ad ogni forma di engagement per non sbagliare. In questo modo però si rimane fuori dai grandi problemi del secolo e del millennio appena iniziato. Collego questo col fatto che nei vari paesi europei oggi ci sono solo scrittori nazionali e non di respiro europeo, come invece era accaduto sia nel primo che nel secondo dopoguerra, come se in ogni paese ognuno si sentisse soddisfatto di avere un piccolo uditorio nazionale. Sono rarissime le voci che passano le frontiere e questo è un paradosso: le merci attraversano le frontiere, le voci intellettuali, malgrado le nuove tecnologie, sono chiuse dentro i propri confini. Questa è una situazione su cui si dovrebbe riflettere molto di più.

In Italia, come in parte d'Europa, stanno emergendo atteggiamenti razzisti. Secondo lei c'è il rischio di una esplosione di queste tendenze?

I nnanzi tutto siamo testimoni di un grande paradosso: da una parte si parla di globalizzazione, di mondializzazione senza chiedersi quali sono i criteri, in quale modo sono "globalizzabili" i vari spazi (non può esserci infatti lo stesso modo, lo stesso criterio ovunque, così come non c'è lo stesso grado di "globalizzabilità"), dall'altra parte c'è rifiuto per lo scambio, si teme l'emigrazione, il razzismo, in alcuni paesi, è evidente, permangono frammenti di destra apertamente xenofoba. Un italiano, un francese però non vogliono più fare certi lavori e gli emigrati sono pronti a fare qualsiasi cosa: siamo così quasi costretti all'accoglienza:. Le cifre degli economisti indicano che l'Europa avrà bisogno di milioni di nuovi operai e credo che non si possa evitare che il mondo del nuovo millennio sia misto, variopinto. Forse questo potrà salvare l'umanità.




Di Grazia Casagrande




2 febbraio 2001