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Maurizio Matrone

Abbiamo intervistato Maurizio Matrone che rappresenta un caso davvero originale nel panorama culturale italiano perché ha saputo trarre dalla propria professione spunti di riflessione che ha poi tradotto in saggi e sollecitazioni narrative che ha utilizzato per arricchito i suoi romanzi. Questa complessa esperienza umana ci è sembrata interessante da approfondire e da commentare attraverso le parole stesse del protagonista.


La sua esperienza di scrittore da quale personale esigenza è nata?
Mi sono sempre piaciute le storie, soprattutto quelle che mi fanno venire voglia di "ritornarci su", quelle che sembra non finiscano mai, che sciolgono la fantasia, che fanno viaggiare. Insomma, mi piace ascoltare, leggere, vedere, raccontare.

La scelta del genere letterario da lei praticata è collegabile alla sua professione?

Sì. Le mie storie prendono forma in un ambiente che mi è familiare. E poi è un genere molto avventuroso.

Il trauma del "caso della Uno Bianca" come è stato elaborato dalle forze dell'ordine bolognesi?

Direi egregiamente, ma non è stato facile. Ci sono stati tempi duri e in quei momenti i poliziotti sono stati molto bravi.

Quale pensa sia la maggiore difficoltà perché migliori la comunicazione tra cittadinanza e forze dell'ordine?

La difficoltà si trova, secondo me, nella vicendevole percezione di separatezza che gli uni avvertono nei confronti degli altri.

La scrittura, la narrativa, potrebbe in qualche modo avere anche questa funzione di raccordo?

Ne sono convinto proprio perché la finzione (letteraria o cinematografica) abbassa le diffidenze e apre alle conoscenze e alla fiducia.

Lei è stato consulente per trasmissioni televisive di grande popolarità come La squadra. In quegli episodi è proposta un'immagine di polizia democratica, aperta ai bisogni dei più deboli, sensibile alle esigenze di una realtà in rapida trasformazione: è un'immagine, secondo lei, realistica, o rappresenta "la Polizia come la vorremmo"?

Si ricorda? Negli anni Settanta c'era uno sceneggiato televisivo che si intitolava Qui squadra mobile (autori Felisatti e Pittorru). Per me era bellissimo. Per la prima volta in TV si raccontava l'operare della polizia italiana (naturalmente con molta timidezza ma senza tanta retorica) con la consulenza dei poliziotti veri (uno di questi è stato il Prefetto Mosino). Mi piace l'idea della "polizia come la vorremmo" perché mi sembra molto democratico altrimenti la sbandierata "polizia al servizio dei cittadini, vicina alla gente", resterebbe solo uno slogan privo di significato. Gli americani, però, per primi, ci hanno fatto vedere (al cinema e nei libri) il lato oscuro della polizia e dei poliziotti (cioè come non li vorremmo, ma come talvolta sono): non per questo la fiducia dei cittadini è venuta a mancare nei loro confronti.

Di Grazia Casagrande




26 febbraio 2003