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Ángeles Mastretta

Una scrittrice che ben testimonia la riflessione femminile nel Messico degli ultimi vent’anni: è possibile amare ed essere felici? È possibile affermare se stesse senza dove negare la propria realtà di donne? Con un linguaggio semplice e raffinato la Mastretta ha sempre cercato nei suoi romanzi di dare risposte positive a queste domande.

Cos’è il male d’amore?

Il male d’amore in realtà è un bene che bisogna cercare più di una volta nella vita, se è possibile. In Male d’amore ho raccontato la storia di una donna che lo cerca più d’una volta e che ha la fortuna di trovarlo.

La sua protagonista ama veramente due uomini. Lei crede possibile dividere l’amore fra due diverse persone?

Credo di sì: Emilia, la protagonista del romanzo, sente questa profonda divisione fra i suoi sogni e tutto quello che è reale. Con uno degli uomini che ama ha un rapporto fisico molto forte e intenso, con l’altro, pur avendo comunque un rapporto fisico accettabile, sa che esistono altre cose che la legano a lui, ad esempio passioni che condividono: hanno interessi simili per lo stesso genere di lavoro e un identico atteggiamento verso la gente. È molto importante per lei il concetto di generosità e tutti e due la pensano nello stesso modo: una generosità poco eroica, quasi necessaria, quotidiana. Una generosità che non passa attraverso la distruzione, ma attraverso la costruzione.

Come è il rapporto di Emilia con i due uomini?

Con il primo (suo amico fin dalla gioventù) hanno il passato in comune: avevano una relazione molto forte ma poi, quando esplode la Rivoluzione, lui la lascia per andare in guerra. Il libro è ambientato all’inizio del XX secolo, ma la problematica presente nel romanzo è stata elemento di dibattito per tutto il secolo e continua ad essere presente anche in questi primi anni Duemila. Il problema è: come possiamo cambiare il mondo senza fare del male a nessuno? Come si può definire un’azione che porti, in modo indolore, a una conclusione positiva? Nel libro il padre di Emilia ha una personalità molto forte, vuole cambiare il governo e modificare il paese, ma vuole fare tutto questo senza uccidere nessuno e, quando si trova nella necessità di ammazzare, rifiuta categoricamente di farlo. Il tema dell’uso della violenza è una questione ancora irrisolta.
Tutto il romanzo è basato sulle contraddizioni che sono presenti nei vari personaggi perché anche se non sono favorevoli alla guerra, tutti, sia Emilia che il mondo a cui appartiene, in realtà amano Daniel, quel suo primo uomo che ha scelto la guerra consapevolmente.
Credo che questo romanzo abbia più di una sfaccettatura, non è mai manicheo, c’è sempre il dubbio, ci sono sempre le contraddizioni, c’è sempre un momento in cui si afferma che una cosa è bene, ma non proprio al cento per cento... Per Emilia l’idea fondamentale è che essere medico, ossia curare gli altri, sia qualcosa che non può essere messo in discussione. Quando curi gli altri non puoi fare del male e questo diventa una specie di militanza.

Quanto si rispecchia del suo Paese nei suoi protagonisti?

Moltissimo. Però devo dire che non riesco a rendermi conto di come sono arrivata a scrivere questa storia. La prima volta che ho visto Emilia, e uso il termine vista perché l’ho veramente visualizzata nella mia mente, ero nel patio dietro casa, stavo dando da mangiare alle galline e intanto pensavo a come fosse possibile che una donna potesse amare due uomini, innamorarsi due volte, contemporaneamente, con pari intensità e coinvolgimento. La storia che ho raccontato è la storia di una donna capace di ciò. L’ho fatta nascere in modo che avesse diciassette, diciotto anni durante la rivoluzione e che, in un certo senso, fosse prigioniera di quel momento storico. Non intendevo scrivere un libro sul periodo pre o post rivoluzione, o sui movimenti intellettuali dell’epoca, sul pacifismo o sulla repressione. Ho semplicemente cominciato a raccontare le cose che succedevano in quel periodo: che cosa si mangiava, come si faceva il bagno e molti particolari di vita quotidiana. Ho poi continuato a scrivere raccontando la vita di questa donna, ma le mie intenzioni sono state superate: così la piccola storia di questa donna è diventata un pretesto, un trucco letterario per raccontare quella che era stata la grande storia del XX secolo. Ma senza saperlo: ho impiegato tre anni per studiare quel periodo, ho studiato la medicina dell’epoca, i costumi, gli ospedali, ho fatto ricerche e mi sono divertita.

Mi pare che ami molto questa sua opera.

Devo dire che questo è un libro che mi manca. Durante tutto il periodo in cui l’ho scritto ho pensato che il mondo reale fosse proprio quello per cui, oggi, in certi momenti di stanchezza provo molta nostalgia perché è come se avessi veramente vissuto in quel mondo e ne fossi stata espulsa senza potervi ritornare, semplicemente perché non esiste più.

Le figure femminili dei suoi romanzi hanno una psicologia molto complessa e un forte rapporto con il luogo in cui vivono. Il Messico è un paese contraddittorio: i suoi abitanti come vivono questa complessità?

Il mio è un Paese molto grande e la gente, da zona a zona, è molto diversa e in questo libro questa cosa è particolarmente presente. Emilia nasce nella zona centrale del Messico ma Daniel, facendo la rivoluzione, lo percorre tutto e anche lei, per ritrovarne le tracce, attraversa tutto il paese: vive il deserto, il mare e la città. Io mi fermo a guardare i tanti paesaggi che lei attraversa e li racconto.

Le sue donne hanno tutte una grande passionalità.

Sì, le mie donne sono generalmente passionali. Non so se tutte le donne lo siano allo stesso modo ma io cerco quelle che abbiano questa caratteristica altrimenti per me non avrebbe senso parlarne. Il bello di scrivere un libro è che ci siano dei personaggi straordinari ed eccezionali che abbiano delle vite particolari, non mi interessa scrivere la vita di una sciocca qualsiasi.

Non si può parlare di un solo Messico, ma in questo momento qual è la realtà più chiaramente percepibile?

Vi sono due modi per avvicinarsi al Messico sia che si venga da fuori sia che lo si guardi dall’interno. Un primo modo è osservare che cosa succeda alla gente, come riesca a gestire la propria gioia, le proprie paure, le proprie speranze e i propri amori. Un secondo è cercare di vedere in quale modo gli uomini “manovrino” e finiscano per fare del male al Paese. Chiunque arrivi in Messico ora non può fare a meno di vedere come, dal punto di vista politico, la situazione sia abbastanza caotica e il nostro governo sia decisamente inferiore alla saggezza del suo popolo anche se si dice che i paesi hanno il governo che si meritano.

Lei ha fatto delle donne il centro del suo studio. Oggi in questo mondo così difficile che ruolo possono avere?

Credo che le donne un ruolo lo abbiano già, ma ho la speranza che possa comunque essere migliorato o, quanto meno, che ci si renda conto che dovrebbe essere migliorato. Così com’è oggi il mondo non va bene. Sicuramente nel passato non si aveva una consapevolezza così chiara della realtà e credo che il merito di tale presa di coscienza spetti soprattutto alle donne. Per secoli sono state chiuse in casa a guardare quello che succedeva fuori ma a un certo punto hanno incominciato a dire: “quello che sta capitando al di là di queste quattro pareti, e che non dipende da noi, non va bene”. Credo siano state le donne a rendersi conto per prime che questo mondo proprio non fosse splendido come volevano farci credere. Inoltre credo che, ad eccezione della Tatcher, tutte le donne del mondo siano meno disposte ad accettare la guerra degli uomini, in Europa come in Iraq.

Di Grazia Casagrande




17 giugno 2005