foto Effigie

I libri di Petros Markaris sono ordinabili presso Internet Bookshop



Atene vista da Petros Markaris

Un autore greco che ha scritto per cinema (collabora da molti anni con Anghelopulos) e per televisione. Approdato al romanzo, è diventato un famoso giallista, creatore di un investigatore del tutto particolare, Kostas Karitos, un antieroe per eccellenza.

Lei è molto ironico nei suoi romanzi.
Anche nella vita. Senza ironia non sarei in grado di scrivere.

È arrivato al romanzo dopo aver attraversato altre forme di comunicazione? Quali sono secondo lei le differenze sostanziali della comunicazione televisiva, cinematografica e narrativa?

Due tipi di differenze: quella della persona che riceve la comunicazione cioè il pubblico, e quella che riguarda la persona che crea, che descrive. Quando si lavora per il cinema o anche per la televisione, l'opera è in realtà quella del regista. È lui che ha in testa dove vuole andare, che ha in mente il progetto. Quando lavoro con Anghelopulos (parlo di Anghelopulos non soltanto perché è un personaggio importante ma perché lavoro da trent'anni con lui) molti mi dicono: "ma come è possibile, tu scrivi dei polizieschi e lavori con Anghelopulos?", in realtà collaboro con lui perché mi rendo conto che in quel caso l'opera è sua, io lo aiuto solo a farle prendere forma e so che devo scrivere in un modo che corrisponda a quello che lui ha in testa. Anche quando scrivo per il teatro compio un lavoro indiretto: c'è un intervento esterno tra opera e pubblico, mentre nel romanzo c'è solo la pagina scritta e il lettore. Nel cinema lo spettatore vede il film del regista, non il mio lavoro; se legge, ha davanti a sé il mio libro. Quindi è un discorso innanzitutto di rapporto, di relazione. La televisione crea la situazione peggiore perché lo spettatore televisivo non è minimamente attivo, è seduto passivamente e praticamente beve tutto quello che gli viene dato. Quello che è importante è la volontà di far qualcosa: nella televisione la volontà non esiste. Diversa è l'esperienza di chi va al cinema: una persona esce di casa, sceglie un film, entra in un cinema, compra un biglietto e infine guarda quello che ha scelto di vedere. Così chi vuol comprare un libro va in libreria e lo compra, mentre nella televisione questo non succede, ci si siede e quel che arriva arriva. Per questo motivo, ho scelto di non lavorare più per la televisione, perché le decisioni vengono prese senza tenere in nessun conto il pubblico, abituato ad accettare tutto. Il vero pubblico in realtà sono le società che fanno pubblicità perché sono loro che pagano.

Dal cinema e dalla collaborazione con Anghelopulos ha tratto qualcosa per la sua scrittura?

Mi sono così abituato a fare sceneggiature che per poter cominciare a scrivere un romanzo ho bisogno di aver davanti agli occhi un'immagine, una specie di quadro della situazione iniziale. Se non ho questa immagine davanti, non riesco a trascriverla, né a descriverla. Non importa che cosa succede dopo: devo partire da un'immagine.

Come mai si è dedicato ad un genere letterario particolare come il romanzo giallo?

ÈSono sempre stato appassionato del poliziesco e ho letto moltissimi romanzi gialli. Sono stato fra i pochi che in Grecia hanno sempre considerato il poliziesco un genere letterario come tutti gli altri, mentre i miei connazionali pensano che sia una scrittura di seconda categoria (negli ultimi anni un po' meno). Senza aver deciso di scrivere dei polizieschi, mi sono trovato naturalmente vicino a questa "famiglia", una famiglia che già mi piaceva molto perché era semplice, vicina al quotidiano. Mi ha anche aiutato a superare l'ansia, la diffidenza che hanno sempre suscitato in me i poliziotti, perché io ho alle spalle una tradizione di sinistra. In Grecia fra dittature e varie repressioni, alla fine si è finito con l'odiare i poliziotti perché li si considera come la lunga mano del potere ed è un difficile tornare a vederli come uomini, come persone. Quando ho scoperto questa "famiglia", l'idea che potesse essere quella di un poliziotto, mi ha permesso di "far uscire il poliziotto dalla divisa" e di vederlo come un piccolo borghese che ha moglie, figli e che si preoccupa per loro. Quando, nel mio secondo libro, racconto e descrivo la figlia di Karitos dimostro come questa superi i limiti della sua stessa famiglia, proprio perché io stesso ho compiuto lo stesso percorso: ho superato i "confini" della mia famiglia come ha fatto questa ragazzina che, studiando, apprendendo molte cose dall'ambiente universitario, è riuscita a superare i confini del suo nucleo d'origine. Quando la madre, litigando col marito, a un certo punto arriva a dire che stavano meglio sotto la giunta dei colonnelli, la ragazzina si arrabbia furiosamente, ponendosi in questo modo fuori dal quadro familiare.

Descrive un'Atene che in Italia è quasi sconosciuta. Come sente la sua città e come la vive?

Ho con Atene un rapporto di amore-odio. Ci sono certe parti che detesto e ce ne sono altre che adoro: se la si guarda dal basso, è una città che respinge, viene subito la voglia di andare via. Se si supera quel primo momento e si rimane, si scopre un'altra Atene, molto misteriosa, zone che gli stranieri, e spesso anche gli ateniesi, non vedono. Molte volte l'ateniese medio non conosce l'Atene che ha intorno, vicina a lui. Ci sono parti della città che potrebbero apparire inventate, ma esistono, come esiste la violenza che descrivo. Non ho mai sentito Atene attraverso il Partenone, l'Acropoli o i monumenti: l'ho sempre vissuta come una specie di organismo vivente in cui le persone che vi abitano, si rivelano. E non vi abitano solo greci, ma anche bulgari, albanesi, pakistani. Io per esempio non vedo mai il Partenone anche se quando lavoro l'ho davanti a me.

Lei sente un arricchimento dall'avere radici e esperienze diverse. Dall'aver studiato altrove?

Credo che mi abbia aiutato molto vedere questa realtà non avendo dentro di me una tradizione nazionale: mio padre era armeno, mia madre greca, sono cresciuto in Turchia, ho studiato in Germania e in Austria e sono infine tornato in Grecia. Per cui il nazionalismo a me non dice nulla, è incomprensibile, anzi mi innervosisce.

Non sente di avere radici?

No, non le sento, sto benissimo dovunque io vada: sono in Germania e mi trovo a mio agio, così quando sono in Italia.

Il suo è un personaggio anomalo: come ha costruito questo detective così particolare?

Metà risposta gliel'ho già data: non sentendo le radici locali. So vedere l'uomo greco con un certo distacco, eppure vivo a contatto con i greci ogni giorno. Quando immaginavo Karitos da un lato pensavo al rapporto fra i miei genitori, due persone che si amavano molto ma che litigavano tutto il giorno, dall'altro vedevo anche me stesso, cioè commentavo attraverso di lui la Grecia: il suo modo di vivere, quello della moglie e della figlia non corrispondono assolutamente al mio, c'è somiglianza però nel suo rapporto con la Grecia. Mai figlia mi dice sempre che Karitos non esisterebbe se non avesse il mio humour.

Ci sono altri scrittori, sia della tradizione gialla o no, che lei ammira particolarmente?

Ci sono moltissimi scrittori che leggo con passione: amo particolarmente Simenon che è un grande scrittore; mi piace Raymond Chandler e Camilleri. Sono molto vicino agli scrittori dell'area del Mediterraneo: ad esempio quando leggo le avventure di Montalbano riesco a capire come mai pensi in quel modo, riesco a seguire il suo percorso. Ci sono ottimi scrittori di gialli del Nord Europa, ma li sento troppo lontani, mentre Camilleri mi è vicino perché siamo della stessa società, è una sorta di comunicazione familiare. D'altra parte devo dire che lo scrittore che mi ha più influenzato è stato Ed McBain: il modo in cui ho costruito Karitos trae spunto dai poliziotti che lui descrive, che sono dei poveracci e questi piccoli uomini mi hanno aiutato a scoprire Karitos.

Anche se in McBain c'è rabbia mentre in lei c'è ironia.

Sì, però il modo in cui descrive la sua città corrisponde al mio. Ha ragione McBain è molto arrabbiato, mentre in me c'è ironia e sarcasmo.

Ha delle abitudini di scrittura, dei riti?

Come dicevo prima, non riesco a cominciare a scrivere se non ho un'immagine davanti a me: a un certo punto compare e allora sono pronto. Non so mai dove vada a finire il racconto. E continuo a pensare: ora che cosa farà il poliziotto? E lentamente scopro dove sto andando. Quando ho scritto il mio ultimo libro, non sapevo assolutamente chi fossero gli assassini e perché avessero ucciso; poi, piano piano, seguendo Karitos, l'ho scoperto e devo dire che ho sofferto molto per quanto avevo capito, come del resto soffre il mio personaggio. Inoltre quando scrivo non posso fare nient'altro; in genere faccio molte cose insieme, scrivo un articolo, proseguo in una traduzione, faccio lezione all'università, ma quando mi metto a scrivere un romanzo, si ferma tutto.

Di Grazia Casagrande




12 ottobre 2001