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Franco Marcoaldi
"Amore, non amore", precarietà e certezze dell'uomo di oggi nella poesia di Franco Marcoaldi




La poesia in Italia è poco letta. Secondo lei questa difficoltà di comunicazione potrebbe essere superata?
I o sono convinto assolutamente di sì. Da tempo sostengo, non con grande coro intorno a me, che la poesia sia molto più consona al nostro tempo del romanzo. Il romanzo riproduce un'idea di esperienza ottocentesca: lenta, unitaria, compatta, definita. La poesia nel suo procedere così rapsodico, baluginante, intermittente e molto economico, risponde di più al nostro tipo di esperienza, che è un'esperienza che va e viene, che si arresta e si riprende, che viaggia per piani paralleli, ecc. In altri paesi dove c'è una tradizione più consolidata, ad esempio nel mondo anglosassone, da tempo la poesia ha un pubblico molto, molto consistente. Le raccolte di Philip Larkin, poeta che io amo moltissimo, hanno delle tirature da concerti rock, vendono decine di migliaia di copie. Questo accade anche perché lì c'è un tipo di poesia, che in Italia è ben poco diffusa, che non risponde affatto (e io aggiungo ringraziando Dio) a quell'idea che si è imposta da noi e che vuole la poesia come regno dell'enfatico, del sublime, del retorico. Il risultato è che tutti gli italiani sono al loro peggio dei poeti, quando c'è da manifestare un tormento esistenziale scrivono poesie, ma nessuno è lettore di poesia, perché non sopporta di ritrovare nel proprio orecchio un suono che appare fasullo, poco corrispondente alla nostra esperienza quotidiana.
Forse anche i poeti hanno delle responsabilità, barricandosi nella loro torre d'avorio?
I poeti e i critici...In Italia c'è anche questa idea che meno si è letti, meglio è. La poesia è una chiesa per pochi adepti, in cui il critico è l'unico officiante possibile e pochi possono partecipare a questa religione catacombale. Il risultato poi è che si è creata un'idea del tutto sbagliata di poesia. Dante era un signore che parlava dell'alto e del basso, e come io non ho nessuna forma di fanatismo nei confronti del successo a tutti i costi, non capisco però la posizione contraria e avversa per cui quanti meno lettori si ha, tanto meglio si è. Anche questa mi sembra un po' una solenne fesseria...
Una nota dominante della sua poesia è l'ironia.
I o penso che l'ironia sia una forma molto salutare, un modo per capire come stare al mondo e il mio tipo di poesia ha a che fare con la vita, o almeno cerca di avere a che fare sia con la mia vita, sia, spero, con quella di chi mi legge, e poiché l'età tragica si è conclusa, dopo la tragedia subentra il comico. L'elemento ironico è in generale una salvezza per il nostro stare al mondo, e se è vero in generale, deve essere vero anche per la scrittura letteraria. E siccome io detesto tutte le persone che hanno un tono sapienziale, sussiegoso, cerco di evitarlo nella mia poesia.
Altro tema ricorrente, mi sembra, è quello della precarietà.
È la combinazione del positivo e del negativo. Questa mancanza dell'assoluto può essere, e lo è, anche molto drammatica: in certi momenti la mancanza di punti di riferimento è davvero tragica, provoca smarrimento, sbandamento. Ma è anche una possibilità. Questa felicissima idea di Joyce che prende una parola, la rompe a metà e dimostra come cambi completamente il significato: "nowhere" se lo si spezza a metà diventa "now" "here", cioè "qui" e "ora". In quel gioco di parole è ben delineato sia il senso di grandissima difficoltà, ma anche le potenzialità. Così penso che la poesia debba cercare di dar conto di tutto, del convivere del comico con il tragico, dell'osceno con il puro, del ridicolo col grottesco, insomma un po' come nella vita quotidiana.
Nelle sue poesie c'è un intreccio di carnalità e di spiritualità, cosa non frequente in Italia...
I n Italia c'è un retaggio cattolico che pesa, così come l'eredità dell'idealismo crociano che ha separato nettamente la spiritualità dalla carnalità, esperienze che invece convivono e confliggono, lottano l'una con l'altra. Bisogna dar conto invece che le cose vanno insieme e la difficoltà sta proprio in questo. Sono molto stupito che vengano considerati radicali scrittori che hanno una tonalità sola: lo scrittore che si presenta come lo scrittore sapienziale, oppure l'apocalittico o quello invece per converso alla Bukowski, ecc. Invece l'abilità è quello di mettere insieme gli elementi, non di prenderli uno alla volta, quello non è radicalismo. La vera radicalità della vita è la sua complessità. Non a caso consideriamo Shakespeare il più grande di tutti, perché in lui c'è tutta la vita, tutta, tutte le diverse tonalità. Cosa vede uno nel corso di una giornata? Infinite tonalità, infinite identità, le più dissimili, le più dissonanti, le più contrastanti. E uno scrittore è tanto più grande, quanto più riesce a tenerle insieme.
Dà molta importanza, nel suo fare poesia, all'uso della lingua?
P er me la lingua è fondamentale nella distinzione tra poesia e prosa. La poesia ha come suo elemento principale di distinzione proprio la cantabilità. Una definizione fondamentale di poesia è che è una canzone senza musica. Non troverei altre definizioni più adeguate.
Penso che gli elementi vitali della poesia siano due: la precisione e la cantabilità. La poesia deve essere molto precisa: pur preservando tutta l'ambiguità e la doppiezza del significato della parola, deve essere assolutamente precisa. Però allo stesso tempo questa precisione deve essere affidata al suo essere "cantabile". A me piace molto cantare e l'orecchio credo sia un elemento fondamentale per chi scrive. Per questo sono contento di fare letture delle mie poesie, da una parte perché verifico che questo muro creato dai critici si rompe e dall'altra perché ritengo che la poesia vada detta, non soltanto letta, e mi piace essere io stesso a farlo perché spesso gli attori rendono la poesia enfatica, intollerabile, così come andare a teatro in Italia è spesso intollerabile. C'è sempre una sensazione di fasullo, quella che Kundera definisce la quintessenza del kitsch e ha perfettamente ragione.
Quali modelli, quali riferimenti lei potrebbe indicarci per le sue poesie?
Q ualcuno ha notato, nelle varie recensioni, il legame con i classici latini, ed è un'osservazione molto giusta. La letteratura latina può offrire moltissimo all'uomo di fine millennio, sull'etica, sul diritto, sulla poesia, sulla sobrietà, molto di più della letteratura greca. Lo stoicismo come forma di vita, quella forma intermedia, quella misura, credo sarebbe molto, molto utile all'uomo di oggi, da Cicerone a Orazio, a Seneca...



21 novembre 1997