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Diego Marani

Le lingue sono il suo mestiere: non soltanto perché è traduttore a Bruxelles presso il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, ma perché le questioni linguistiche sono in qualche modo al centro di tutta la sua narrativa. Esordiente d’inaspettato quanto clamoroso successo nel 2000 con il pluripremiato Nuova grammatica finlandese, L’ultimo dei Vostiachi e L’interprete, componendo una sorta di trilogia “linguistica” cui ora si aggiunge un romanzo autobiografico, Il compagno di scuola, che descrive - con un po’ di autocommiserazione - la generazione dei quarantenni: “Siamo quelli del riflusso… i fratelli più piccoli dei sessantottini e i fratelli più grandi degli yuppies. Abbiamo preso la patente quando c’era l’austerity e appena fummo pronti per l’amore libero venne l’angoscia dell’AIDS.”
Le delusioni di Marani sono iniziate fin dalla scuola, un liceo classico affidato a insegnanti piuttosto sgradevoli, la cui traccia più durevole rimasta nella memoria dello scrittore è l’aoristo del verbo greco “baino” – non poteva mancare il richiamo linguistico! - assurto a inconsistente simbolo di una “giovinezza durata il tempo d’una malattia”. Una malattia che aveva come sintomo principale l’obbligo della contrapposizione.


Perché l’obbligo della contrapposizione?

O si apparteneva al mondo dei padroni, o a quello degli operai, almeno così era a Ferrara. Poiché provenivo dalla campagna e mio nonno era contadino, venivo automaticamente classificato tra i rossi, e io stesso lo davo per scontato, anche se non m’interessavo di politica. Così il mio compagno Sandro, di famiglia borghese, era per forza dall’altra parte e non abbiamo mai fatto amicizia, nonostante fossimo molto simili per attitudini e indole.

In questi ultimi anni ha superato quelle divisioni?

Da adulto, e da un osservatorio distaccato com’è quello del parlamento europeo, ho capito l’assurdità di certi steccati, e ho sentito l’esigenza di scrivere i miei ricordi e le mie riflessioni in una lettera indirizzata a Sandro: da qui è nato il libro, una presa di coscienza generazionale ma anche un personale percorso a ritroso nella memoria, che mi ha dato l’occasione di rivalutare la figura di mio nonno e del suo insegnamento, nell’orto di casa, ben più significativo di quanto abbia appreso sui banchi di scuola.

Dall’osservatorio di Bruxelles che idea si è fatto della penalizzazione della lingua italiana in ambito europeo, di cui si sta parlando molto?

È falso che la lingua italiana sia stata declassata: è una delle lingue ufficiali dell’Europa, come quelle di tutte le nazioni che ne fanno parte. Se in alcune conferenze stampa non è previsto l’italiano, è solo perché si tratta di occasioni in cui non ci sono portavoce italiani. Questa sbandierata e ottusa difesa della lingua mi sembra un fatto razzista: pensiamo piuttosto a difendere la nostra cultura, i nostri valori.

La lingua italiana all’estero ha, o ha avuto, un qualche peso?

Con il suo grandissimo numero di emigranti, l’Italia aveva un notevole potenziale di penetrazione culturale in tutto il mondo, ma nessun governo si è mai occupato di istituire, ad esempio, scuole italiane per i nostri connazionali all’estero.

Come si riesce oggi a difendere la nostra cultura?

Oggi la nostra cultura e la nostra creatività vanno difese con l’inglese: intendo dire che bisogna saper usare l’inglese, lingua franca a livello internazionale – com’era il latino nell’antichità - per far conoscere e per diffondere i nostri talenti e i nostri prodotti nel mondo.

Di Daniela Pizzagalli




1 luglio 2005