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Dacia Maraini: incontro con la memoria
L'infanzia, il viaggio, la guerra, i libri
Conversazione con Dacia Maraini


Dacia Maraini ha fissato i ricordi dell'infanzia ne La nave per Kobe, in cui i ricordi più recenti si integrano, interagiscono con i viaggi della mente che la riportano all'Oriente, al Giappone, all'odore della neve di Sapporo, alle continue partenze di un padre etnologo, al coraggio di una madre che crede alla famiglia, alla fame nel campo di concentramento, alla passione per i libri di avventure di mare. Un percorso complesso che riequilibria incomprensioni, sofferenze e restituisce al passato la sua natura di esperienza umana. La memoria è viaggio, il viaggio è memoria, la letteratura è un viaggio nella memoria: Dacia Maraini ci dice che è importante saperla ascoltare quando sopraggiunge inaspettata proprio come gli uccelli (i ricordi) di Platone che vanno all'albero (la mente) quando quest'ultimo meno se l'aspetta.


Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti


La nave per Kobe è un racconto autobiografico. Qual è la difficoltà maggiore per uno scrittore nel dover raccontare se stesso? Il pudore, la paura...?
Qualsiasi voce narrativa, anche quella che dice 'io' e parla di un sé riconoscibile, è la voce di un personaggio. Dal personaggio non si esce scrivendo e il personaggio non è mai l'autore. C'è una distanza fra lo scrittore e il personaggio, sempre, in qualsiasi operazione letteraria. Il che salva il testo dalle strettoie di una testimonianza vera e propria.

Il viaggio è il file rouge di tutto il racconto: il viaggio per nave da Brindisi per il Giappone, il viaggio verso il campo di concentramento, il viaggio di ritorno in Italia, tutti viaggi fisici, ma poi ci sono altri viaggi, quelli con l'intelletto: i viaggi dei libri. Ma anche la scrittura è un viaggio, dunque con questo libro lei ha fatto un viaggio nel viaggio. Non è così?

Sì perfino le nostre cellule viaggiano con molta velocità, il sangue nelle nostre vene viaggia, le idee viaggiano, e tutto corre dentro e fuori di noi. La vita è movimento. Solo la morte è stasi. Naturalmente c'è modo e modo di viaggiare: come un pacco, dentro un programma prestabilito dalle agenzie, col minimo della fatica. Oppure come una persona pensante che sceglie, giudica, conosce. Il secondo metodo è quello più faticoso. Bisogna darsi da fare per incontrare e parlare con la gente del luogo, bisogna leggere (per me è essenziale) i libri che hanno scritto i romanzieri e i saggisti del luogo; bisogna andare dove non arrivano le agenzie turistiche, rompere dei tabù, anche correre dei rischi. Ma ne vale la pena.

Lei ha detto che il viaggio dilata il tempo. Questo significa che le nostre percezioni si acuiscono, le nostre esperienze si moltiplicano, la nostra sensibilità si fa più sottile?

Lì per lì il viaggio sembra accorciare il tempo, perché viaggiando si fanno tante cose e si arriva a sera senza neanche accorgercene. Ma in prospettiva, guardando poi con gli occhi della memoria, ci accorgiamo che il viaggio ha dilatato la nostra vita riempiendola di cose diverse, nuove, di incontri, di esperienze diverse che allargano e arricchiscono la vita.

I diari di sua madre sono confluiti "involontariamente" ne La nave per Kobe, non essendo sua intenzione scriverne un libro, ma ad un certo punto la memoria ha preso il guizzo e si è lasciata, come ha scritto lei stessa, "prendere la mano". Quanto conta tenere desta la memoria, soprattutto se legata ad eventi toccanti e drammatici della nostra vita personale e collettiva?

Tutto avviene attraverso la memoria. Bergson la chiama 'coscienza' e credo che abbia ragione: senza memoria non abbiamo coscienza, ovvero non abbiamo punti di riferimento, materia di confronto e viviamo in un presente cieco e sordo. La memoria crea legami, raffronti, misurazioni, giudizi e consapevolezza. Perciò la memoria va coltivata, anche se una certa quantità di dolore la porta sempre con sé.

L'infanzia è il periodo narrato nel racconto: si dice essa sia il territorio dove si sviluppa e si delinea la personalità dell'individuo. A parte la guerra, il campo di concentramento, che ricordo ha della sua infanzia?

Una infanzia piena di cose: il continuo viaggiare, cambiare casa, situazione, esperienze. Una infanzia anche divisa la mia : fra due culture, due lingue, due storie diverse, a volte difficilmente conciliabili. Una infanzia da cui avrei potuto uscire scissa, forse anche lacerata, ma così non è stato, grazie anche alla scrittura che mi ha sempre aiutata a ragionare, a capire, a interrogarmi in profondità. Oggi ringrazio anche la solidità di mia madre che conoscevo solo inconsciamente e che dai suoi diari mi appare oggi fondamentale per il faticoso processo di passaggio dall'infanzia all'adolescenza.

La guerra è una presenza comune nelle vite di uomini e donne della sua generazione, ma pensiamo anche alle storie umane di guerre più recenti. In che modo l'esperienza della guerra può modificare e/o influire sul rapporto che si instaura con la realtà presente e soprattutto nelle relazioni interpersonali?

Credo che la guerra, se non scombussola definitivamente la psicologia di un individuo, la rinforza. Dà la misura del pericolo, della precarietà. La fame e la paura sono, per chi ha vissuto la guerra, esperienze concrete e non solo situazioni virtuali viste in TV. La guerra ti porta a dare meno importanza alle piccole intolleranze di tutti i giorni. Ti fa diventare più spartano e più robusto.

La figura si suo padre assente per via del suo lavoro di etnologo, le sue attese di bambina... la scrittura non è stata la necessità di colmare quelle attese proiettate poi nella sua vita adulta?

Sì forse, ma non è solo quello. La scrittura, come ho detto prima, è soprattutto un processo di conoscenza, di sé e del mondo.

Dei suoi genitori quali sono stati gli insegnamenti che l'hanno accompagnata nella sua vita?

Nessun insegnamento diretto, ma un grande esempio a cui ho cercato di attenermi.

Nel racconto il rapporto con il padre e la madre prende forma su piani emozionali diversi. Nel libro il padre è il mito, viaggiatore incantato, la madre la custode della presenza familiare. Quali sono state le loro reazioni quando hanno letto il racconto?

Mio padre parla poco. Ha sempre parlato poco. Non mi ha detto niente del libro. Anche se da alcuni piccoli segni ho capito che l'ha letto e l'ha apprezzato. Mia madre invece, che è molto più espansiva, mi ha detto tante cose. Era contenta dell'affetto che ho mostrato nei suoi riguardi raccontando di lei e di me bambina.

Lei ha vissuto direttamente l'esperienza dell'integrazione culturale: venendo dal Giappone all'età di nove anni, conoscendo solo il giapponese, vestendo abiti, mangiando cibi e ascoltando favole giapponesi. Quali difficoltà maggiori ha incontrato nell'integrarsi in Italia? Chi l'ha aiutata di più a superare i primi ostacoli?

Il passaggio da una cultura all'altra può essere doloroso e alienante. La questione linguistica è quella che mi ha dato più difficoltà. L'ho risolta dedicandomi con passione ad una sola delle due lingue, l'italiana, cercando addirittura di dimenticare l'altra, che pure era stata la mia prima vocalità, la più vicina al corpo materno. Ma avevo bisogno di allontanarla da me per entrare in pieno nell'italiano.

Crede che un bambino di oggi che viva la sua stessa esperienza, sia più facilitato o meno ad integrarsi in una nuova società?

No, credo che ogni trasmigrazione da un paese all'altro, da una cultura all'altra sia sempre rischiosa e dolorosa. Non a caso si vedono in giro tante persona sbalestrate e squilibrate. Non riescono a trovare un giusto rapporto con le proprie origini: o le mitizzano diventando schiavi di antiche abitudini tribali, oppure rinnegano tutto e diventano i peggiori nemici degli altri emigrati. Difficile è trovare un equilibrio, un punto di incontro fra due culture diverse, qualche volte ostili. Ma si può fare, e compiti degli intellettuali dovrebbe essere di aiutare coloro che sono costretti a compiere questo passaggio, a farlo nel miglior modo possibile. L'odio, il sospetto, il rigetto aprioristico di ogni differenza sono i peggiori nemici di una buona pratica di passaggio.

Quando viaggia fisicamente, spostandosi da un paese all'altro, riesce a scrivere? Come lo fa?

Scrivo appunti, osservazioni, racconti. Tutto su quaderni piccoli che mi porto in borsa. Appena ho due minuti, e le attese negli aeroporti sono spesso lunghe, mi metto a scrivere.

Quali libri, che ha recentemente letto, consiglierebbe ai lettori di Alice?

Due libri nordici: uno di uno scrittore svedese Larsson, L'occhio del male, pubblicato da Iperborea, racconta di una battaglia fino alla morte fra due mussulmani, uno che diventa assassino per fanatismo religioso e una falsa idea di fedeltà alle radici, l'altro che sventa coraggiosamente un terribile attentato perché da laico, crede nella vita umana e nella solidarietà. L'altro libro è scritto da una islandese, si chiama Il cigno, e racconta di una bambina che avendo rubato un po' di soldi, viene mandata in campagna presso una famiglia di contadini poverissimi, per rieducarsi. Un bellissimo libro.

I libri fanno parte della sua vita fin da piccola. Come si può trasmettere l'amore per la lettura ai bambini?

Il solo modo che io conosca è quello del contagio. Non basta dire: leggete questo libro! bisogna raccontarlo, scendere nei dettagli, fare gustare ai bambini i punti che a noi per primi sono piaciuti, saperli raccontare in modo tale da fare venire la voglia di leggere il libro in questione. È l'amore per la lettura e non lo spirito di dovere, che riesce a diffondere il piacere di leggere.

Restando in tema di bambini. Lei ha scritto due libri per bambini. Che cosa l'ha invogliata a farlo?

Ho avuto in casa una bambina, affidatami per qualche tempo da un amico. Lei mi chiedeva sempre: raccontami una storia! Io le ho raccontato tutte quelle che sapevo, poi ho cominciato a inventare. Ho scoperto che potevo farlo e mi divertivo anche. Da qui è nata l'idea del primo libro, Storie di cani per una bambina, e dopo, diventando più esigente con me stessa, La pecora Dolly, entrambi pubblicati con la Fabbri.

Qual è il linguaggio più adatto per rivolgersi ai bambini dovendo scrivere per loro?

Detesto l'idea di mettersi a cercare un 'linguaggio adatto'. Mi sembra manierato e falso. A un bambino io parlo come parlerei a un adulto. Con molta chiarezza logica, molta precisione nei dettagli, ma senza abbassare il tono. Sono convinta che i bambini sono intelligenti come gli adulti, sensibili più degli adulti e hanno un grande bisogno di sincerità così come sono affascinati dalle invenzioni della fantasia. Quello che manca ai bambini è solo l'esperienza, e di questo bisogna tenere conto nello scrivere per loro, ma non significa bamboleggiare.

È possibile scrivere storie su qualunque argomento per i bambini? È sempre più diffusa una letteratura per ragazzi dove la conflittualità tra bene e male ha risvolti spesso cruenti. In molte storie di ragazzi i protagonisti sono mostri, assassini, vendicatori... perché questo bisogno di crudeltà?

Le favole di tutti i tempi sono piene di violenza e di crudeltà. Quello che è imperdonabile è la volgarità, non la violenza. La violenza diventa volgare quando non rispetta l'individuo nella sua profonda sacralità e integrità, quando lo riduce a oggetto di illusorie speculazioni.

Regala libri?

Regalo di continuo libri. Per Natale per esempio ho sempre molti amici a casa e regalo a tutti un libro (a cui aggiungo magari un capo di abbigliamento), ma non mi privo mai dei miei: quelli che regalo li compro in libreria, anche se ho la casa piena di libri che mi mandano gli editori e gli autori.

Sta lavorando ad un altro libro?

Sì, come sempre, ma non ne parlo finché non ho finito.

Nota bio-bibliografica

Dacia Maraini nasce a Fiesole (FI) nel 1936 da Fosco Maraini e Topazia Alliata. Tornata dal Giappone al termine della seconda guerra mondiale, si stabilisce con la famiglia dapprima in Sicilia a Bagheria e poi a Roma.
Autrice di dieci romanzi: La vacanza (Einaudi 1962); L'età del malessere (Einaudi 1963) Premio Formentor; A memoria (Bompiani, 1967); Memorie di una ladra (Rizzoli, 1973); Donna in guerra (Rizzoli, 1975); Il treno per Helsinki (Rizzoli, 1984); Isolina (Rizzoli, 1985) Premio Fregene 1985; La lunga vita di Marianna Ucrìa (Rizzoli, 1990) Premio Campiello 1990, Premio Libro dell'anno 1990; Voci (Rizzoli, 1994) Premio Napoli 1994, Premio Sibilla Aleramo 1995); Dolce per sé (Rizzoli 1997) Premio Vitaliano Brancati - Zafferana Etnea 1997, Premiocittà di Padova 1997, Premio Internazionale per la narrativa Flaiano Telecom Italia.
E' autrice di poesie: Crudeltà all'aria aperta (Feltrinelli, 1967); Donne mie (Einaudi, 1974); Mangiami pure (Eiandui, 1978); Dimenticato di dimenticare (Einaudi, 1982): Viaggiando a passo di volpe (Rizzoli, 1991) Premio Mediterraneo 1992, Premio Città di Penne 1992; Se amando troppo (Einaudi, 1998).
Dacia Maraini è anche prolifica autrice di teatro: si ricordano Maria Stuarda (1975); Dialogo di una prostituta con il suo cliente (1978); Stravaganza (1987); Veronica, meretrice e scrittora (1991); Camille (1995). Il teatro di Dacia Maraini è raccolto i due volumi dal titolo Fare Teatro 1966-2000/2000.
Tra le altre sue pubblicazioni ricordiamo: Storia di Piera (Rizzoli, 1980) scritto in collaborazione con Piera degli Espositi; Il bambino Alberto (Bompiani, 1986) libro-intervista ad Alberto Moravia; La bionda, la bruna e l'asino (Bompiani, 1987) raccolta di saggi sui temi di attualità; Bagheria (Rizzoli, 1993) Premio Rapallo-Carige 1993, Premio Scanno, Premio Joppolo 1994, Finalista Premio Strega 1993; Cercando Emma (Rizzoli, 1993); Un clandestino a bordo (Rizzoli, 1996); E tu chi eri? (Rizoli 1978 e 1998) libro di interviste a personaggi del mondo dell'arte, della letteratura del cinema, della musica; Amata scrittura (Rizzoli, 2000) . Nel 1999 ha vinto il premio Strega con la raccolta di racconti Buio (Rizzoli, 2000).
Vive e lavora a Roma.

Per maggiori informazioni su Dacia Maraini visitate i siti www.rcslibri.it/maraini e www.dacia-maraini.it



Brani scelti da La nave per Kobe

    Il viaggio

    Il primo sapore che ho conosciuto, e di cui conservo la memoria, è il sapore del viaggio. Un gusto di bagagli appena aperti: naftalina, lucido da scarpe e quel profumo che impregnava i vestiti di mia madre in cui affondavo la faccia con delizia. Il baule che occupava gran parte della nostra cabina si apriva come forzieri dei teatranti di una volta: era un armadio vero e proprio fatto di un legno robusto e leggero, tenuto insieme da strisce di ottone. E quando lo si metteva in piedi, aperto a libro, fungeva da guardaroba mobile con cassetti che si schiudevano sui lati, un angolo attraversato da un tubo a cui si appendevano le grucce con i vestiti e le giacche. C'era perfino lo spazio per nascondersi dietro la tendina tirata e per me bambina era un rifugio voluttuoso, in mezzo al profumo di spigo della biancheria materna.
    A pagina tre, ecco la cartina che racconta l'itinerario del Conte Verde da Brindisi al Giappone: Porto Said, Aden, Bombay, Colombo, Singapore, Manila, Hong Kong, Shangai, Tokio, Sapporo. La mano di pittrice di una madre giovane e avventurosa ha tracciato la rotta di un viaggio che segnerà le nostre vite. Sono linee, righe, ondulazioni che marchieranno il palmo della mano come le impronte di un destino. Ed è un destino che ha radici orientali.
    Una nave dal procedere lento, la vedo con la memoria di una mente avvezza a sognare sui libri; una nave a vapore con i suoi grandi ambienti illuminati da lampade di vetro a testuggine fissate alle pareti con reticoli di metallo, scale che scendono e salgono attraversate da guide di fibra di cocco, una sala da pranzo spaziosa in cui giovani camerieri in guanti bianchi servono le pietanze tenendosi a gambe larghe sul pavimento scivoloso e sempre in movimento.
    La nave è rimasta per me il luogo del piacere narrativo; non a caso i primi grandi amori letterari sono stati romanzi di mare: Stevenson e i suoi navigli che sfidano gli arcani movimenti sotterranei delle acque salate, Conrad con i suoi battelli che custodiscono segreti indicibili e straordinari, Melville con il suo sovrumano tentativo di dominare le forze maligne dei fondali, Verne con le sue meravigliose macchine sottomarine. Ancora oggi un racconto di mare mi conquista subito. (pag.12 - 13)


    Il padre

    Il mio giovane padre etnologo voleva che mi abituassi ai miti e ai sogni di una cultura diversa dalla nostra. Senza sapere che l'iniziazione era già avvenuta per bocca della mia ineffabile e vulcanica balia Moriokasan che per farmi addormentare raccontava favole spaventevoli di fantasmi crudeli e orripilanti abitatori di foreste sconosciute. Le novelle giapponesi per bambini sono anche più efferate delle nostre. E non c'è bisogno di scomodare Bettelheim per immaginare che hanno una funzione rivelatrice del 'piccolo mostro che è in ognuno di noi'.
    La fiaba che mi raccontava mio padre, e vedo ancora il gesto che fa di scostare la sciarpa dal volto misterioso, si chiamava
'L'uomo senza faccia'. Narra di un pastore che andava in giro con le sue pecore. Un giorno, anzi una sera quando le ombre si sono ormai fatte lunghe, vede venirgli incontro per il bosco un uomo ben vestito, col cappello in testa. Pensa che sia un viandante che ha perso la strada e lo aspetta ben disposto a fare una chiacchierata con lui: da giorni non incontra un'anima viva. Quando l'uomo è a portata di voce, però si accorge che c'è qualcosa che non va. Il giovane corpo si avvicina sempre di più, la sua faccia è vuota, senza naso né occhi. L'uomo è orribilmente privo di tratti riconoscibili e cammina nel vuoto, con sicurezza infida, sospeso fra terra e cielo.
    Il pastore capisce che si tratta di un fantasma e comincia a correre verso la strada, terrorizzato. Ogni tanto si volta indietro per vedere se l'uomo senza faccia lo segua. E in effetti lo vede venire velocemente nella sua direzione, come se volesse dirgli qualcosa. Ma cosa, se non ha neanche la bocca? Il pastore si precipita fuori dal bosco, arriva sulla strada e scorge un carro che sta andando verso il paese. Lo rincorre sgambandosi a più non posso. Finalmente lo raggiunge, fa cenno al guidatore di fermarsi. Quello tira le redini giusto in tempo perché il giovane salga sul carro e riprende il suo cammino. Il pastore, senza fiato, si siede accanto al guidatore e prende a raccontare del suo incontro: "U...u...u...un uooooomo" dice balbettando "un...un...un..uooooomo senza faccia". Al che l'altro si volta e scostando la sciarpa che tiene davanti al viso dice "Come me?".
    Ancora oggi posso riconoscere il gelo che mi prendeva alla radice dei capelli quando mio padre faceva quel gesto fatale si svelarsi al pastore che si credeva ormai al sicuro. Un gran raccontatore, quando ne aveva voglia, col senso della suspense il mio amato padre paterno. (da pag. 59-60)


    La guerra

    La parola Guadalcanal mi riporta a lontani giorni perduti. Guadalcanal, ma cosa mi ricorda? Leggo che si è trattato di una battaglia navale combattuta fra giapponesi e americani nel tratto di mare che divide le isole Florida e Tulagi; una battaglia che è durata dall'11 al 15 novembre, proprio nei giorni del mio compleanno. I piccoli aerei da combattimento dovevano distruggere l'aeroporto che gli americani avevano strappato ai giapponesi in agosto.
    Se chiudo gli occhi posso vederli: volano bassi, e sono lenti e goffi e scuri come grosse anatre gravide. Così li avrei conosciuti di lì a poco nel cielo del campo di concentramento di Nagoya. Dentro quelle pance tengono le uova, e ora verranno fuori e sputeranno tuorli rossi sulla testa della gente, mi dicevo. Le ho viste davvero quelle uova, chiare contro il cielo chiaro, che sbucavano dalla pancia ad una ad una e scivolavano verso terra. Solo che i gusci non si aprivano per rovesciare gialli tuorli morbidi e saporiti, ma per sputare piccoli mostri di ferro e fuoco che portavano ferite e morte a chiunque si trovasse a tiro. Quante volte ho sentito sibilare le schegge sopra la testa mentre correvamo a nasconderci dentro la fossa che faceva da rifugio antiaereo! Il rumore sordo di motori che procedono affiancati nella notte, è ancora lì, dentro il mio orecchio. Era il rumore della paura.
    Ma quella notte del 13 novembre del 1942 qualcosa non ha funzionato a Guadalcanal per le anatre dal ventre carico di uova di ferro. Una luce si è accesa fioca ai bordi del cielo. Un silurasi è avvicinato come una freccia e ha centrato in pieno un aereo che si è avvitato su se stesso ed è precipitato in una colonna di fumo. Le spavalde anatre di morte erano state colte in flagrante e trafitte. Sarebbe stata la prima di una serie di disfatte che hanno portato alla sconfitta definitiva del Giappone. (pag.170-172)

Di Valentina Acava Mmaka




11 luglio 2002