Dacia Maraini
In testa alle classifiche di vendita con un nuovo romanzo

Parlando con Dacia Maraini è possibile spaziare tra diversi tipi di comunicazione: letteraria, televisiva, cinematografica. È un'intellettuale, infatti, che sa leggere e interpretare, da protagonista, la cultura di oggi. L'attenzione ai sentimenti, la cura del linguaggio, la sensibilità femminile ne fanno anche una scrittrice che entra d'autorità nella tradizione culturale italiana.

Il suo ultimo libro "Dolce per sé" è un romanzo epistolare, perché questa scelta stilistica?
Io avevo già scritto un libro epistolare. Ogni tanto mi piace cambiare stile. Di solito viene usata la prima e la terza persona, la seconda persona è usata più raramente, però permette un'atmosfera di intimità e di immediatezza e, secondo me, per questo libro, rappresentava quasi una scelta stilistica obbligata.
Il tema della memoria, del ricordo è un tema "forte" nel romanzo. Secondo lei il passato come può essere fonte di ispirazione nel presente, come resta vivo?
Non ha una forma precisa, dipende dai momenti, ci sono momenti in cui il passato sembra "bussare" da tutte le parti, sembra voler entrare nella mente a forza e ci sono invece momenti in cui sembra dormire. Non c'è una regola. Ma certamente il passato ritorna anche attraverso i sogni, attraverso le nostre fantasticherie. Scrivere fa parte sia della nostra attività onirica, da svegli, sia delle nostre fantasticherie. Scrivere vuol dire entrare nel mondo del sogno, nella capacità di connessione più bizzarra, anche nella capacità di fantasticare. E questo libro certamente rientra in questo tipo di immaginazione.
Il libro racconta un rapporto di amicizia tra una donna e una bambina. Piuttosto insolito...
Nasce da un caso vero. Io che di solito vivo fra adulti, perché non ho figli, mi sono trovata per un caso fortuito a passare una vacanza, anzi due, con una bambina. E questa bambina si rivolgeva molto a me per sentire raccontare delle storie, per sentir rispondere a dei perché; questo rapporto mi lasciato un'impressione di grande freschezza. E' stato uno scambio curioso, perché certamente può sembrare che tra una donna matura e una bambina non ci sia proprio niente da condividere. Invece si era creata un'intesa e io ho cercato, in questo libro, di riprodurla.
Nella bambina c'è anche una rappresentazione della femminilità nascente, molto bella. Nella civetteria, nel vezzo non appare nulla da reprimere: forse c'è un cambiamento anche dell'immagine della donna che in noi, donne adulte, ha recuperato certi aspetti positivi della femminilità?
Siamo passate dall'autorepressione dell'educazione tradizionale, nei confronti del corpo femminile, a una specie di "euforia della libertà" che, secondo me, ha portato anche a degli eccessi. Invece forse una bambina piccola, oggi, si trova ad avere un atteggiamento più savio che non è né l'uno, né l'altro: né il sacrificio, la repressione, l'autoflagellazione, né la volontà di stupire e di provocare con la conquista di nuove libertà, ma un atteggiamento di tranquilla accettazione delle proprie libertà.
Secondo lei perché gli scrittori italiani parlano così poco d'amore? È una forma di pudore dei sentimenti?
Non saprei se si tratti di pudore o di cinismo. Bisogna riflettere su di una cultura, quella italiana, che in realtà non crede all'amore, perché non crede ai grandi sentimenti, si affida di più alle "cose spicciole", all'avventura più che all'amore. Probabilmente è un fatto culturale tutto nostro, questo però non vuol dire che non ci siano libri d'amore nella nostra letteratura. Certo dall'amore così astratto e assoluto di Petrarca per la sua Laura, si passa a una specie di frazionamento, a sentimenti molto frastagliati e frazionati nella letteratura moderna.
Passiamo a un altro aspetto della sua attività. Lei sta conducendo una trasmissione televisiva dal titolo"Io scrivo, tu scrivi". Quale di risposta ha riscontrato?
La risposta è in crescita, quindi evidentemente la cosa interessa. Gli orari sono proibitivi: la mattina alle nove e la sera, con lo slittamento di tutte le trasmissioni, "Io scrivo, tu scrivi" va in onda all'una, viene cioè molto penalizzata.
Lei pensa che la scrittura possa essere insegnata?
Io credo che non si possa insegnare a scrivere bene, penso invece che si possa insegnare a non scrivere male, a non fare certi errori. Non errori di grammatica o di sintassi, ma di linguaggio, di ritmo o di impostazione. Si può anche aiutare uno scrittore a capire quali sono le proprie qualità e i propri limiti.
C'è una forte domanda in questo settore, lo testimoniano le molte scuole di scrittura nate in questi ultimi anni.
Mi sono arrivate più di tremila lettere e continuano ad arrivarmene al ritmo di quaranta al giorno. A che cosa è dovuto questo fenomeno? Credo ci sia una inquietudine nei riguardi del linguaggio, una scontentezza nei confronti della lingua parlata e scritta e un bisogno di chiarire, di migliorare, di renderla meno opaca e anonima, una volontà di poterle ridare quella sensualità che apparteneva alla letteratura del passato e che oggi tende a scomparire. Con la tecnologia, infatti, la lingua si è molto appiattita.
Per passare ancora a un altro argomento, la trasposizione cinematografica del suo romanzo "La lunga vita di Marianna Ucria" le è parsa un approfondimento o le sembra che al lettore sia stato tolto qualcosa?
Non credo. Io penso che romanzo e film siano due cose completamente diverse: sono due linguaggi agli antipodi. Quindi non giudico il film dal libro, giudico il film in sé e penso che sia riuscito.
Quale parte del film le sembra essere più in sintonia con il libro?
Il modo con cui è stato presentato lo zio-marito. Forse questa è la parte che il regista ha sentito di più, la pietà per un uomo rozzo e anche violento. Questa stessa pietà c'è anche nel libro ed è stata molto ben trasposta nel film.



22 maggio 1997