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Gianfranco Manfredi

Una serie di incontri con fantasmi che hanno tanta voglia di raccontare e raccontarsi. Questo, in sintesi, Nelle tenebre mi apparve Gesù l’ultimo libro di Gianfranco Manfredi, cantautore, giornalista, scrittore, sceneggiatore di fumetti, saggista e chi più ne ha più ne metta. Il romanzo edito da Marco Tropea Editore è una grottesca riunione tra piccoli e grandi eroi in fuga dal passato. “Un demone si può evocare, ma un fantasma ti appare non richiesto. È lui a chiamare te. Non lo hai scelto tra tanti. Non lo conosci neppure.”. Ad ogni apparizione, Gianfranco, protagonista del suo stesso romanzo, incrocia figure con il disperato bisogno di far conoscere la propria storia personale. Soprattutto quelle che, pur avendo dimostrato un talento geniale o un abilità originale, sono finite inesorabilmente nel dimenticatoio. Ogni volta discute amabilmente con i curiosi individui in cui si imbatte. Esattamente come ha fatto con noi.

Nelle tenebre mi apparve Gesù. Un titolo che fa presagire un incontro molto speciale. Nel romanzo, tuttavia, gli incontri particolari diventano tantissimi. Uno più sconcertante dell’altro. Attori dimenticati dell’epoca del muto, filosofi, serial killer e attori porno. Perché hai scelto questi fantasmi? O meglio perché proprio loro sono venuti da te?

Tutti i personaggi, a parte l’irruzione liberatoria finale della Classe Operaia, hanno a che fare con la cultura/spettacolo o con risvolti spettacolarizzati della storia del costume. Il fatto che quasi nessuno di questi personaggi dalle vite estreme e paradossali abbia un rapporto di analogia più o meno simbiotica con il protagonista, mette in rilievo che il mio romanzo apparentemente auto-biografico, in realtà capovolge il punto di vista spostandolo dall’ego dello scrittore agli Altri e quanto più gli Altri sono diversi (tra loro e dallo scrittore) tanto meglio è. Io credo infatti che uno scrittore debba raccontare gli altri. Solo così può scoprire qualcosa di sé. Come dicevano i Lakota: “Se vuoi trovare te stesso, cammina con i mocassini di un altro”. Tutto il mio romanzo è un invito a uscire dalla piccola prigione depressiva dell’ego e dal narcisismo, anche quello da Autore.

Da lettore di Magico Vento apprezzo la precisione con cui ricostruisci il periodo storico. Nei tuoi romanzi c’è sempre una grande documentazione. Una rigorosa ricerca delle fonti. Ricordo per esempio le imprese ciclistiche di Romolo Bruni ne Il piccolo diavolo nero. Tra le righe emergono qua e là argomenti a cui tieni: il cinema, la fantascienza, vedi l’omaggio a Twilight Zone (la serie che in Italia era intitolata Ai confini della realtà). Quanto ti documenti per i tuoi romanzi (a me sembra moltissimo!) e quanto scrivi di ciò che ti piace, ti intriga?

Io cerco di riservare sempre molto tempo allo studio e alle ricerche, spesso mi metto ad approfondire degli argomenti di cui al momento non devo scrivere affatto, cioè per il puro piacere della conoscenza. Quando poi scrivo una cosa, non voglio fare degli sfondoni. Ad esempio quando scrissi la serie Tv Colletti Bianchi che si svolgeva in una grande Compagnia assicurativa, mi sono studiato a fondo le Assicurazioni, i Manuali Aziendali eccetera. Qualcuno mi diceva: ma che bisogno c’è? Trovavo la domanda assurda: se devo raccontare la vita di un assicuratore, come posso farlo se non so nulla di assicurazioni? È ovvio che devo documentarmi. Un’altra volta feci notare a un disegnatore di Magico Vento che nel Dakota non ci sono i cactus ( lui li aveva disegnati). Anche lui giudicò l’obiezione come stravagante: in un western da sempre ci sono i cactus, il lettore si aspetta di vederli, dunque che importanza ha che nel Dakota non esistano? Poi però ci lamentiamo se un Americano fa un film a Venezia e ci mette le canzoni napoletane.

“Ma si può ancora lavorare in gruppo? Forse da ragazzi, com’ero ragazzo negli anni Settanta. Si lavora in gruppo solo perché si vive in gruppo e il lavoro non è neanche lavoro, è espressione Magari si fatica di più, senza orari, ma si sente di far parte di qualcosa che non è prestazione, e non è nemmeno un progetto…”. Parli spesso degli anni Settanta. Forse con un po’ di malinconia. Credo sia inevitabile. A un certo nel romanzo spunta anche un documentario che parla di quel periodo. Perché tornare su quei momenti? Ci parli di ciò che ti ha lasciato quella fase?

Lo spirito comunitario con cui si affrontava la vita e che espressi anche all’epoca nelle mie canzoni, sempre molto affollate di vicende, persone, situazioni e sentimenti collettivi. È questo che a volte mi manca. Nonostante io sia sempre stato un anarchico individualista, non sono invece mai stato un carrierista, cioè non ho fatto il passaggio dell’individualismo hippie a quello yuppie . Non ho potuto fare a meno nella mia esperienza di giudicare gli ultimi vent’anni (gli Ottanta e i Novanta) come un colossale imbroglio e un periodo recessivo. Chi è giovane oggi vive anche se in modo diverso (in tempi diversi) parecchie esperienze simili a quelle della mia generazione. Più difficilmente riesce a vivere il senso di comunità creativa, quella che Gaber chiamava “appartenenza” e che in sostanza consiste nel sapere (non nel ritenere) che quanto ogni singolo fa ha valore non in quanto è lui e solo lui a farlo (e a guadagnarci), ma all’opposto nel fatto che la sua ricerca è in comune con quella degli altri, indipendentemente da qualsiasi motivazione di tipo economico.

“Milano ha raggiunto il suo obiettivo finale: una città tutta di banche e senza gente”. In alcune pagine del libro ho avuto la sensazione che Milano non ti piaccia più. L’ultima volta che ci siamo sentiti, se non sbaglio, mi parlasti della volontà di trasferirti. Un tuo giudizio sulla città che nel bene o nel male compare più volte nei tuoi scritti (Una fortuna d'annata, Cromantica, i comici de La fuga del cavallo morto, se non ricordo male sono milanesissimi!).

Mi sono trasferito in montagna anche se torno spesso a Milano che ho voluto mantenere come mia città di residenza. Di Milano non mi dà fastidio il fatto che sia una metropoli incasinata, ma che non lo sia abbastanza. Se si vuole sperimentare cosa significa oggi vivere in una grande metropoli, bisognerebbe vivere a S.Paolo o a Rio, in Brasile, oppure a Barcellona, Madrid, Parigi… ma vanno bene anche Roma e Napoli, le uniche vere città internazionali che abbiamo in Italia. Il resto è provincia, nel modo più sconfortante. Milano non dà più stimoli. Ogni tanto sembra riprendersi, ma sono piccole fiammate che si perdono nello sconforto generale e in un’insopportabile presunzione da parvenu che credono di sapere solo loro come si sta al mondo. È una città dove oggi fanno accattonaggio anche signori in giacca e cravatta. Trovo sempre, vicino a dove abito a Milano, un tipo azzimato con una BMW parcheggiata al distributore self service che tutte le sere a una certa ora sta lì a chiedere soldi per fare il pieno, accampando una presunta e momentanea mancanza di contanti. Ma che metropoli è una città in cui i borghesi si mettono a fare la concorrenza ai mendicanti? In cui i giovani non hanno alcuna alternativa rispetto al precariato eterno? Una città in cui per abitare in una camera a gas si spendono cifre folli? In cui non si riesce quasi più a parlare di nulla che non sia riconducibile ai soldi? E, last but non least, una metropoli in cui non si sente uscire musica da tutte le parti come a Rio o a Belo Horizonte, ma solo rumore uniforme? Così se devo scegliere, sì preferisco guardare le montagne che una grigia distesa di banche.

“L’importante, per uno scrittore è non smettere mai di pubblicare romanzi, racconti, articoli… se non fai altro che sceneggiature e telefilm, l’industria finisce per considerarti una puttana al suo servizio. Ma se continui a scrivere libri, allora ti guardano come un Principe di Terre Lontane”. Cito uno dei personaggi più affascinanti del libro. Charles Beaumont, come te, autentico, stacanovista. Basta dare un’occhiata al tuo sito per capire la miriade di esperienze che hai avuto tra cinema, musica, fumetto, giornalismo, saggistica, ecc ecc. Parlaci della voglia di scrivere così tanto e cose così diverse. Hai delle preferenze? C’è ancora qualcosa che non hai fatto ma che vorresti fare?

Per certi versi ne ho fatte anche troppe di esperienze. Mi piacerebbe dopo i sessanta tornare agli studi filosofici, ma temo che questo resterà un sogno. Quello che mi è mancato, a causa dei molti impegni di scrittura, è stato il tempo per potermi prendere la responsabilità fino in fondo di girare un film come voglio io, se non altro per lasciare una piccola traccia di quello che ritengo di aver imparato e maturato in tutti questi anni. Paradossalmente, il cinema è forse la cosa che conosco meglio, anche tecnicamente, ma essendo sfiancante e molto complesso farlo nel modo giusto soprattutto in Italia, è anche la cosa cui negli ultimi anni mi sono dedicato di meno. Così è rimasta una potenzialità non sfogata. E mi dà fastidio lasciare le cose in sospeso.

Di Sandro Paté




3 marzo 2006