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Corinne Maier

Ubbidire e fingere: ecco la nuova etica del lavoro

Il piccolo saggio di “educazione aziendale” di Corinne Maier, Buongiorno pigrizia, da molte settimane in testa alle classifiche di vendita in Francia con oltre 300.000 copie vendute, entrato di prepotenza in quelle italiane dopo pochi giorni dalla sua uscita in libreria, in corso di traduzione in più di venti paesi rappresenta non solo un caso editoriale, ma un preoccupante sintomo sociale. Le domande che ci si pone, e a cui l’autrice risponderà in questa intervista, sono: in un mondo che sembra basarsi sulla spietata efficienza, la velocità e le tecnologie più avanzate, come può un esplicito invito alla “pigrizia” affascinare così tanto? che cosa rappresenta oggi il lavoro? Quale malattia è sottesa al successo?


La prima è una domanda quasi inevitabile: aveva previsto un così grande successo?

Assolutamente no, non mi aspettavo che andasse bene in Francia né altrove.....è stato sorprendente!

E secondo lei tutto ciò che cosa significa?

Sta a significare probabilmente il fatto che i dipendenti soffrono dei disagi e la classe media è ossessionata dalla noia e può trattarsi di una noia distruttiva oppure feconda: questo si vedrà.

Come si mantiene il potere al giorno d’oggi? Attraverso quali strumenti?

Il potere è qualcosa di piuttosto complesso. Una sempre maggiore pressione viene esercitata dai superiori sui dipendenti per quantificare il loro apporto lavorativo e questo è temibile. Quindi, secondo me, più si regolamenterà il lavoro dei dipendenti, soprattutto dei quadri, e più questi saranno demotivati.

I quadri sono la categoria maggiormente presa in considerazione nel libro. È quella che oggi soffre di più nel mondo del lavoro?

Prima si dava per scontato che le persone dei gradini più bassi della gerarchia non avessero scelto quello che facevano. Per quanto riguarda i quadri il loro lavoro viene sempre più taylorizzato, tanto da modificare completamente il loro modo di operare: prima servivano a dare impulso alla produzione, input a chi doveva lavorare per conto loro, invece adesso devono fare un’attività da poliziotti, totalmente priva di senso.

Crede che non sia più possibile una vera motivazione al lavoro?

Sì, certo, ci sono ancora persone che si interessano moltissimo a quello che fanno e per giunta il lavoro è variegato, sfaccettato, ci sono tantissime professioni, però, nella società ci sono sempre più persone che si interrogano, si chiedono quale sia il significato di ciò che fanno. Si sa anche che l’ascesa sociale è oggi abbastanza limitata, ragion per cui ci si pone sempre più delle domande di senso.

Quindi, il tipo di rapporto di lavoro entra e penetra nella personalità dell’ individuo, richiede atteggiamenti prestabiliti. In che modo poi l’uomo, fuori dell’ambito lavorativo, ne è condizionato?

Il modo di esistere a livello sociale dipende molto dal modo in cui si vive, questo è certo. Io però direi che avviene il contrario, l’azienda è il riflesso della società, ciò che succede lì dentro mostra i meccanismi della società. Esiste un paradosso interno alle cosiddette democrazie, nelle quali teoricamente ci si può esprimere liberamente, ma in cui ci sono infinite situazioni in cui non si può dire quello che si pensa.

Com’è l’uomo ideale per questo mondo del lavoro?

Ancora una volta c’è un paradosso: in una società democratica l’uomo ideale è il cittadino che riflette, che cerca di fare in modo che le cose si muovano; in azienda, invece, ci si aspetta una sorta di docilità da parte del quadro medio e intermedio soprattutto. I quadri superiori al contrario devono essere più creativi rispetto a questa massa di tecnici e di quadri di livello inferiore che sono lì per trasmettere semplicemente il potere gerarchico, essere portavoci della cultura aziendale.

Crede sia ancora praticabile, senza correre troppi rischi, qualche forma di rivendicazione?

No, perché in un mondo dove la disoccupazione ha livelli altissimi, si rischia di subire il ricatto del licenziamento. Molti giovani tra i venti e i venticinque anni si stanno dirigendo verso l’universo associativo, verso le Organizzazioni non governative, alla ricerca di modelli alternativi rispetto alla grande azienda che per molti e per i loro stessi genitori ha rappresentato un ideale.

L’educazione, la scuola ci stanno guidando verso questo tipo di personalità accomodante?

No, non si tratta di creare gente accondiscendente, ma propriamente ubbidiente. Credo che la scuola in parte ne sia responsabile, ma anche la società in generale. Ancora una volta nella scuola si ritrova lo stesso paradosso di prima, cioè deve formare dei cittadini che possano pensare da soli, però che sappiano, parallelamente, ubbidire all’ordine precostituito: due sfaccettature che non sempre sono in sintonia.

Inoltre, lei dice, l’ubbidienza deve essere tale da sembrare condivisione totale dell’opinione del capo. Questa è veramente una violenza…

Si, nel libro ho cercato di spingere le cose fino all’assurdo suggerendo al lettore di dare all’azienda tutto ciò che si aspetta da lui, con la coscienza però che ciò nasce da una fortissima pressione all’ubbidienza.

Consigliare la pigrizia entra in contraddizione con un mondo del lavoro che, almeno in Italia, vede pochi occupati lavorare tantissimo. Non pensa sia difficile mettere in pratica questo suo messaggio?

Succede la stessa cosa in Francia, dove ci sono poche persone che lavorano, i giovani sono spesso disoccupati e anche le persone oltre i cinquant’anni non trovano più lavoro, la disoccupazione è al 10% e l’occupazione è sempre più precaria. Detto ciò, nelle grandi strutture ci sono sacche di persone che lavorano pochissimo, fanno solo finta e stanno benone!.

Di Grazia Casagrande




6 maggio 2005