Amin Maalouf
Un intellettuale cosmopolita

La giuria del Premio Nonino, presieduta da Claudio Magris, ha quest'anno assegnato il prestigioso riconoscimento a Amin Maalouf, lo scrittore libanese noto in Italia per il suo romanzo "Gli scali del Levante", edito da Bompiani. Incontriamo Maalouf e cerchiamo di approfondire con lui i temi del suo più recente romanzo e in generale alcuni argomenti oggi centrali nel dibattito culturale.


Pensa che si potrebbe individuare la violenza personale e storica come un tema importante del suo romanzo, concorda con questa analisi?
I o non definirei il mio romanzo un libro di violenza. C'è della violenza nella misura in cui il libro parla di una regione che è molto tormentata, ma non tratta direttamente il tema della violenza. Direi che il tema centrale è piuttosto la storia di un personaggio, essenzialmente, anzi di due e della maniera in cui la Storia, visibilmente, turba la vita delle persone. Il personaggio principale del libro, che viene dal Vicino Oriente o se si preferisce dal Levante, arriva da una regione che ha avuto molti sconvolgimenti. Tutti quelli che hanno vissuto in quella zona hanno avuto la vita sconvolta, me compreso, infatti ho dovuto cambiare completamente la mia vita. Non dico che sia stato negativo, forse niente è negativo e poi non è questo il problema. Il dato di fatto è che la vita delle persone è sconvolta dagli avvenimenti della Storia.
La memoria è un altro tema importante...
S ì, la memoria è il tema centrale. Il punto di partenza del romanzo è proprio l'incontro del narratore con un uomo, per strada. Ricorda di aver visto la sua foto qualche anno prima in un libro, lo segue, gli parla. Quest'uomo, che si trova in una fase molto delicata della sua vita, gli racconta la sua storia in modo molto semplice. È quindi proprio un libro di memorie. È anche vero che attraverso questa vita si ha poi la storia di una regione, ma non c'è una forzatura nel volerla raccontare: al centro resta sempre la vita del personaggio.
C'è anche il tema del cosmopolitismo e del meticciato delle culture.
S icuramente, io stesso mi sento cosmopolita e penso che tutti lo diventeremo un po' alla volta... Oggi chi può non riconoscere di avere un contatto con culture diverse? Si è in un universo dalle mille facce... Non si deve certo perdere il contatto con la cultura che si è conosciuta all'origine, nella quale si è nati, però poi ci si deve aprire alle altre culture. L'incontro può nascere o dall'emigrazione o anche solo dalle letture, dallo studio. Un po' alla volta si ritrovano in se stessi elementi di tutte le culture e sempre di più oggi, qui in Europa, dove convivono lingue, tradizioni, costumi, appartenenze diversi. Siamo circondati da elementi che vengono da tutte le parti del mondo: un po' di musica africana, un po' di letteratura giapponese, un po' di civiltà consumistica americana... C'è di tutto oggi nella nostra cultura e mi chiedo a che cosa possa servire distinguere in se stessi "questo è mio" oppure "questo non è mio": io sono tutto questo, io sono figlio della mia epoca. Un grande storico, Marc Bloch, diceva che un uomo non è figlio dei suoi genitori, ma della sua epoca, ed è vero. Tutti i giovani del nostro tempo sono sicuramente figli di questi incontri, di questo mélange di culture di ogni tipo. A mio parere, bisogna conservare viva e non si deve rifiutare o negare la propria cultura d'origine, ma nutrirla, promuoverla e poi aprirla a tutte le culture, a tutto quello che la società moderna propone, compreso Internet...
La famiglia, gli amori, gli avvenimenti personali, come determinano il destino di un uomo, indipendentemente dalla Storia vera e propria?
S ono persuaso che ciò che alla fine è importante è proprio ogni singolo individuo. Le ideologie del nostro secolo hanno cercato di mettere l'essere umano al loro servizio, mentre dovrebbe essere esattamente l'opposto. Tutto quello che non è al servizio dell'uomo non serve a nulla, e questo vale anche per la religione: se sa dare qualcosa ha un senso, altrimenti vale il discorso fatto per le ideologie. Non dico questo per promuovere una forma di egoismo universale, ma per porre al centro l'essere umano.
La rivoluzione, che nel romanzo è vista come un'aspirazione costante, indica la rivoluzione di un popolo, o quella che può svolgersi dentro un singolo individuo?
L a libertà è l'aspirazione ad un mondo in cui gli uomini possano vivere la loro vita, i loro amori, le loro appartenenze diverse, molteplici, senza dovere essere costantemente messi in fuga dalle guerre, dagli eventi, dagli odi etnici, tribali, religiosi o di qualsiasi altro tipo, dalla Storia insomma. Penso che effettivamente questa sia, nel libro e nella mia vita, un'aspirazione a rifiutare ogni tipo di alienazione che si è costretti a subire e che ci impedisce di vivere pienamente. Bisogna capire che cosa sia davvero importante nella nostra esistenza. Le appartenenze, religiose, culturali o di ogni altro tipo, non ci devono sottomettere, ma noi dobbiamo subordinarle all'essere umano perché l'uomo è il frutto di incontri, è una somma di diversità. Questo è importante: capire che ogni individuo è diverso dall'altro, non lo si può imbrigliare in una tribù, in una religione, in una etnia: credo che la vera rivoluzione oggi sia questa.
Vede oggi dei pericoli per la libertà dell'uomo, ad esempio in certi fanatismi?
C i sono pericoli seri e numerosi per la libertà dell'uomo. Un pericolo importante è effettivamente la crescita costante dell'intolleranza. Penso che in questo mondo, in cui gli uomini sono sempre vicini gli uni agli altri, le differenze economiche siano spesso ancora più stridenti. Questa è un'evoluzione prevedibile, ma che deve farci molto riflettere affinché riusciamo a impedire che i popoli reagiscano alla mondializzazione con i particolarismi.
Si deve riuscire a rielaborare questo fenomeno senza rinunciare a noi stessi, ma rifiutando le affermazioni di identità esasperate e violente.
Un altro pericolo deriva da una concezione della vita economica che è indifferente alle sofferenze dell'uomo, fatto grave a tutti i livelli, ma in modo particolare a livello culturale. Se tutto è sottomesso al denaro è un vero problema, si può arrivare a un punto in cui entra in crisi la libertà, la democrazia, ci può essere una vera deriva della civiltà. Col crollo del comunismo si è pensato che tutto quello che portasse nella direzione opposta fosse buono; credo invece che sia necessario un nuovo equilibrio. Il mercato è importante, ma non può essere il solo criterio, è necessario introdurre dei correttivi, delle regole.
Un altro pericolo che non abbiamo ancora ben capito deriva dall'importanza dei media, che oggi spesso non sono più un fattore di democrazia in molti paesi, ma un fattore di riduzione dello spirito critico e quindi dello spirito di "cittadinanza": penso che le società oggi siano meno democratiche di trenta, quarant'anni fa e penso che ci sia la necessità di riflettere in modo più serio su questo problema, per promuovere in qualche altro modo la democrazia, utilizzando magari i nuovi mezzi di comunicazione che oggi non sono più solo strumenti di ricezione passiva di qualcosa, ma permettono un ruolo attivo.
Gli scrittori, gli intellettuali in generale possono avere una funzione importante nel mantenere vivo questo spirito critico, oggi così in pericolo?
È , secondo me, la loro sola utilità. Il ruolo degli intellettuali è di mantenere sveglia la coscienza, penso che sia la loro stessa ragion d'essere, di essere utili, la condizione che permette loro di sentirsi davvero vivi. Nelle società dove non c'è libertà o è la società stessa sottomessa alla violenza di un movimento politico o religioso, molti esempi mostrano che sono gli scrittori i primi a subire le persecuzioni, perché diventano appunto dei veri e propri simboli della libertà intellettuale.



16 gennaio 1998