foto Effigie I libri di Franco Loi sono ordinabili presso Internet Bookshop |
Franco Loi La festosità del vivere e del cercare Incontro con Franco Loi a cura di Franca Mancinelli Ho incontrato Franco Loi l’11 ottobre a Milano, nel suo appartamento in viale Misurata. Nella stanza dove scrive (la stessa in cui dorme), la finestra dà su un bel cortile pieno di alberi. «Il pino, il pino» ripete Franco, quando gli dico di quel quadrato di verde (probabilmente su quel pino sta scrivendo qualcosa). Poi eccoci seduti attorno a un tavolo rotondo, nella sala con la libreria da poco riordinata dalla figlia: «è adesso che non trovo più le cose... Ma per cosa siamo qui?» e ci addentriamo subito nella discussione. Reduce da una bronchite, Franco è rimasto indietro con il da fare (poesie, recensioni, letture...), «sono sempre al lavoro», dice. E di fatti in questi ultimi anni sono usciti due suoi libri di poesie, Isman per Einaudi nel 2002 e Aquabella per interlinea nel 2004 e, sempre nel 2004, l’antologia di poeti dialettali curata per Einaudi, Nuovi poeti italiani, mentre a novembre è prevista l’uscita presso Einaudi dell’antologia che raccoglie la sua produzione poetica, Memoria e altre poesie. Riflettendo Attorno a «L’angel» scrivi: «tutti sanno che l’habitus, rivolto all’esterno, finisce con l’avere conseguenze per l’interno. Non si può impunemente portare una maschera. Sapersi abbandonare alla propria vita interiore, alla memoria, all’inconscio, è difficile per ogni uomo e quindi anche per il poeta, soltanto che a lui è necessario dire. Andrea Zanzotto in Filò scrive che il poeta deve affrontare un terremoto, come quello che ha colpito il Friuli, ma la paura, lo ferma sempre un attimo prima di quel confine. Un flusso che è anche sonoro, musicale. Naturalmente. Quello che esce nell’atto poetico non è tanto la parola con i suoi significati, quanto la parola-suono. Poniamo ad esempio che io voglia parlare dei tuoi occhi; allora ti guardo e... La conoscenza si muove dentro le parole. L’angel, scrivi, «non ha sapienza, ma coscienza», ossia è presente a se stesso, consapevole. Sì. È una conoscenza che nasce nell’incontro con la realtà. L’importante, per il poeta, è fare in modo che l’intenzione intellettuale non abbia il sopravvento (come nei poeti letterati che, in genere, costruiscono versi con la mente); il poeta percorre una strada che non sa dove lo porterà. «Dent la paròla vèrta mí me pèrdi, / devent i ròbb del mund, l’aria che passa» («Dentro la parola aperta io mi perdo / divento le cose del mondo, l’aria che passa»), affermi in Isman. La tua lingua si può aprire proprio perché ha uno spessore reale, una sostanza, come le cose (a differenza della “lingua chiusa” della mente). Sì, la parola è qualcosa di duttile. Come quando parli con i bambini e inventi le parole, insieme a loro, oltre la razionalità, fuori dal dizionario. Quando avevo i figli piccoli balbettavo con loro le cose, cambiavo il loro nome; lo faccio anche con il gatto, adesso: sono invenzioni che non saprei neanche ripetere: è un momento in cui ho l’emozione della cosa e del rapporto. È l’oralità a plasmare la tua poesia: ascolti una voce interiore e nel momento in cui l’accogli ha già una forma; poi, una volta fissata nella scrittura, fai pochissime correzioni. È così? Sì, modifico solo alcune preposizioni, sostituisco qualche parola. La correzione, a sua volta, non è quasi mai di carattere razionale: è vedere il corpo della poesia e il modo più efficace per esprimerne lo spirito. Ad esempio, quando avevo già pubblicato, per San Marco dei Giustiniani, L’angel parte I, mentre stavo correggendo le bozze de L’angel che sarebbe uscito per Mondadori, mi sono fermato ad un verso che dice «e quan’ mister denter l’umbra», e ho corretto «mister» con «umbra»: c’è molto più mistero “nell’ombra dentro l’ombra”. A volte, poi, sono i casi della vita a modificare i testi, come quando il tipografo ha sbagliato una parola ne L’angel e io l’ho lasciata perché più significativa. C’è la stesura, un tempo in cui il testo decanta, e poi l’ultima lettura, per qualche modifica. Non il tormento delle varianti...? No, nessun tormento. Mi rendo conto, ed è stato detto anche da Franco Fortini, che in certi casi, per esempio ne L’angel, ci sono delle parti, dal punto di vista formale e metrico, non perfette; ma questo non mi interessa, tant’è vero che il sottotitolo dice canti di romanzo. Ero consapevole che spesso il desiderio di dire prendeva il sopravvento sul lasciarsi dire, per questo ci sono parti più prosastiche. Quando scrivo, quello che mi interessa è dire: le cose che vengono fuori da me, l’esperienza che ho vissuto. Occorre però che, nell’interiorità, si sia prodotto un notevole distacco. La tua poesia nasce da un lungo silenzio in cui l’esperienza s’accumula per fuoriuscire poi in euforici e febbrili momenti di creatività, come è stato per Stròlegh e Teater? Diciamo che ci sono due tempi: da una parte quello che in Ipotesi su «Teater» ho chiamato «entusiasmo», «armonia», in cui scrivi per giorni e mesi di fila, come nel ’70-’72 e nel ’90, ’91, ’93; dall’altra quello che accade quando cammini, viaggi, ti colpisce qualcosa ed esce un verso che subito annoto su un foglietto, o sul quaderno che porto con me. Da questi quaderni di appunti ho tratto tante poesie. Come in un innamoramento? È così che definiresti la tua esperienza di poesia? Non c’è definizione migliore dei versi del Purgatorio in cui Dante risponde a Bonagiunta: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando». Questo è la poesia: un ascolto, un prendere nota («noto» è importantissimo, è tra due virgole) e un riempire di segni e di significati, attraverso la lingua e la cultura, non a nostro piacere, ma come l’amore detta dentro. In Isman affermi con accento profetico: «ch’în quatter j òmm che san e cent ch’imbröja» («chè quattro sono gli uomini che sanno e cento che imbrogliano»); chi è questa moltitudine che si finge uomo di cultura? William Blake dice che “per pochi creatori ci sono decine di centinaia di parassiti che vivono alle loro spalle”. Per essere creatori non è importante scrivere e fare arte. Ogni uomo che vive con amore e attenzione al proprio lavoro, è un creatore. La poesia è questo esprimersi della vita. Nel bel ricordo che hai scritto per la morte di Giovanni Raboni, sul «Sole-24 ore», nomini una serie di amici che non percorrono più insieme a te l’aria di Milano: Sereni, Antonio Porta, Fortini, Volponi, Pontiggia, Tomiolo. Chi sono ora i tuoi compagni di strada? Anche Raffaello Baldini è morto quest’anno e, pochi giorni fa, Van Doore, un mio amico olandese studioso di letteratura italiana... Con le persone a cui vogliamo bene scompare anche una parte della nostra vita, come ho scritto nel ’65, in versi che poi sono usciti ne L’aria. E i maestri? Ci sono quando si è giovani. Il maestro è un uomo che genera libertà, apre possibilità a quello che viene chiamato il discepolo: gli dà entusiasmo, consapevolezza, lo conforta, gli dice cose che a lui sembra di ritrovare dentro se stesso, e allora lo imita, finché è ragazzo, ma poi fa la sua strada. Il buon discepolo è colui che nega il maestro, come è stato detto. Solo quando uccidi dentro di te la resa, l’abdicazione al padre, sei te stesso, autonomo; altrimenti muori un pochino, rimani succube. Ricordo che da bambino, sentivo di volere un gran bene a mia madre, una donna appassionata, invasiva, che tendeva a dominarmi; e allora a 10 anni ho scritto sul bagno, a matita, “mamma ti odio”, per staccarmi da lei. Quante malattie psicologiche nascono dalle sudditanze... In alcuni tuoi versi e riflessioni in prosa accenni anche a Socrate. Verso i 25, 35 anni, mi sono interessato molto di filosofia; nessun filosofo mi ha colpito tanto come Socrate, che ha compreso la necessità e la vacuità del sapere. Il “sapere di non sapere”, credo sia il punto più alto raggiunto dalla filosofia. Ed è importante sopratutto oggi che l’uomo crede che la scienza sappia tutto. In realtà la scienza sa ciò che ha scoperto, ma ogni nuova scoperta spinge a una nuova ricerca. Se la scienza non ammettesse la presenza di un mistero oltre la sua conoscenza si fermerebbe, non cercherebbe più. «In tutti gli atti fondamentali della vita, i più carichi di significato, ci vuole umiltà», scrivi ricordando Cesare Pavese. La poesia è un grande atto di umiltà? Direi che è un atto, senza aggettivi: la qualificazione gliela diamo noi, con il nostro essere; è come l’atto del vivere, un evento che accade e che ognuno crede di poter dominare, ma al quale alla fine risponde per quello che è. Per esempio, di fronte all’evento, l’eroe si lascia andare, non si fa fermare dalla logica né dalle paure che insorgono nella mente e compie così un gesto di salvazione, per un uomo o per migliaia. È la mente che produce la paura, non “l’animale” che è dentro di noi. Quando ero bambino camminavo tranquillamente sui muretti che circondano le case, mentre adesso ho persino paura di sporgermi dalla finestra, perché non mi abbandono al mio essere come prima. Quando si cresce, con l’aumentare della consapevolezza e della responsabilità mentale, nascono le paure. La poesia esige il coraggio che viene dal cuore, e nel cuore è umiltà verso il mistero del reale. E, contro le paure, si desta la memoria dell’infanzia, del Paradiso... È importante, per quanto possibile, ricordarsi di tutto. Don Milani diceva “esercitate la memoria”, che vuol dire lasciare poco scampo all’inconscio, fare in modo che non insorga, che non sia padrone di te. Anche il dimenticare è una paura, è il non voler prendere atto di una parte del tuo io che ha vissuto una determinata realtà. Nella vita ho provato ad essere coraggioso, vile, a dire il vero, a mentire e ho fatto cose che mai avrei immaginato.. Non ho vissuto e non ho scritto sotto l’imperio della mente, anche se l’intelletto è stato fondamentale. Il poeta è un «ragazzo-vecchio troppo pieno di memorie», scrivi in Ipotesi su «Teater»; è questa l’età che si vive nell’esperienza della poesia? L’innocenza del bambino, dell’“angel” e, insieme, la memoria di chi può dare voce a più persone, a tanta vita, ad una civiltà? Sì, poi forse conta anche quello che Jung chiama l’inconscio collettivo: dove incomincia e dove finisce la tua individualità? chi sei per stabilire cosa dire? Questa è una pretesa dei letterati, ma non c’è un professore che sappia essere un poeta. «e sarù là per vess murus di òmm» («e sarò là per essere amoroso degli uomini»), sostieni in Stròlegh, in un passo di grande forza. E «i bèj fiö de la mort» («i bei ragazzi della morte») di una poesia di Isman, chi sono? T’j chí, t’j chí, i bèj fiö de la mort! Di Franca Mancinelli |
25 ottobre 2005