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Intervista a Antonia Logue
Vissi d'arte, vissi d'amore...

Una ragazza dall'aria serena e allegra, con un aspetto tranquillizzante, apparentemente lontana dai tormenti che descrive: Antonia Logue, giovane esordiente irlandese. Il suo primo romanzo ha avuto un'accoglienza entusiastica da parte della critica inglese e anche in Italia ha riscosso un buon successo. La incontriamo cercando di capire il segreto che nasconde in sé.


Un romanzo d'esordio di una giovane scrittrice che descrive un periodo storico particolare, gli anni Dieci del Novecento, gli anni delle Avanguardie: da che cosa è nata questa scelta, dagli studi fatti, o da una passione extrastudentesca?
L a passione è nata per Arthur Cravan, quando ho conosciuto la sua esistenza, la sua vita. Tramite lui ho scoperto sua moglie Mina Loy e, sempre tramite lui, la figura di Jack Johnson, il campione di pesi massimi, e la breve amicizia tra loro intercorsa. Così ho deciso di descrivere la loro vita, esagerando e amplificando il tema dell'amicizia tra Cravan e Johnson: da questo è nato il romanzo. Ho immaginato che i due uomini fossero grandi amici, che fossero legati profondamente e che, dopo la morte di Craven, tra Mina e Jack fosse nato in Messico un rapporto profondo. In realtà i due non si sono mai incontrati. Per quanto riguarda il periodo storico invece, le avanguardie mi hanno sempre interessato.
Da un punto di vista stilistico il suo è un romanzo particolare, un romanzo epistolare, un genere molto complesso per un'esordiente. Come ha osato cimentarsi in una prova così impegnativa?
N on ho deciso di approdare al romanzo con la forma epistolare per rientrare nella grande tradizione. Quando si scrive per la prima volta si sa solo quello che non si vuole fare. Ho capito di voler scrivere in prima persona, che desideravo che i personaggi si presentassero attraverso lunghi monologhi, in modo tale che il lettore fosse personalmente coinvolto nelle loro vite, vite che fosse possibile conoscere anche nei dettagli. Il lettore spesso è critico nei confronti del narratore, se questi si inserisce troppo spesso nel racconto. La lettera così si è presentata come la soluzione perfetta per realizzare queste idee, anche se in me dominava l'interesse narrativo e lo stile era in realtà un pretesto.
Il suo aspetto sereno e dolce contrasta con il personaggio femminile del romanzo, tanto tormentato. Rivela, attraverso la figura di Mina, una parte di sé meno evidente o è solo letteratura e non c'è identificazione?
C' è molto di Mina in me e molto di me in Mina, e lo stesso vale anche per Jack. Per questo mi sono fatta affascinare da questi due personaggi. Anch'io sono un po' pazza, egoista, molto violenta, ma lo nascondo molto bene; ho anche la stessa arroganza di Jack: direi che si tratta di elementi che tutti abbiamo nel nostro profondo. Per quello che invece riguarda i dettagli delle loro storie, nei ringraziamenti parlo di due biografie che mi sono state utilissime e di cui mi sono molto servita nella descrizione di quelle esistenze, per riuscire a entrare nella testa dei personaggi, spiegare le loro azioni, capire che cosa li avesse spinti a prendere decisioni molto difficili a un certo punto della storia, e poi quando si scrive si è particolarmente coinvolti, e quello che fanno i personaggi non ci sorprende più. Mina è molto esigente, ossessiva nei confronti Cravan... Il loro mondo mi ha interessato moltissimo, anche se è lontano da me ma, dopo aver convissuto per oltre due anni con loro (il tempo necessario per scrivere il libro), posso dire che parti di me sono diventate uguali a Mina.
Ha compiuto un grande lavoro di ricerca per scrivere questo libro?
H o impiegato un anno per le ricerche. Per quanto riguarda Cravan ho letto una raccolta di sue opere pubblicata a Parigi da un editore francese, per Jack Johnson ho letto l'autobiografia e molte biografie scritte su di lui che però erano scadenti perché si erano tutte ispirate all'autobiografia che era piena di bugie. Questa lettura mi ha dato il senso di quanto fosse arrogante e egocentrico, ma anche vulnerabile quel grande pugile. Quando ho trovato una biografia seria e credibile ho capito quanta esagerazione ed esasperazione vi fosse nell'autobiografia di Johnson.
Per quanto riguarda Mina, fonte d'informazione sono state soprattutto le note a piè di pagina di opere di Marinetti e di Duchamp che mi hanno segnalato quel personaggio. Erano spesso solo tre o quattro righe, sparse qua e là, e da quelle dovevo ricostruire tutto: all'inizio è stato molto difficile trovare materiale su Mina, trovare i fatti. Quando ero a metà del libro sono state pubblicate le sue poesie e una biografia, molto ben documentata e valida anche nei dettagli, e mi sono rifatta molto a quella. La mia Mina però è diversa da quella descritta in quel libro perché io sono più critica.
Che cosa l'affascina del mondo delle avanguardie?
V olevo descrivere la società in un periodo di grande trasformazione e di grandi contraddizioni. Quando esistevano ancora i magnati che fungevano da protettori delle arti, come i grandi mecenati del Rinascimento (si pensi a Duchamp e alla sua vita). E nello stesso tempo tutto voleva essere trasgressione, ribellione alle regole. Sono critica nei confronti di questa società così ambigua, ma è innegabile l'influenza che ebbe sulla letteratura di tutto il secolo, su Joyce ad esempio...
Lo spaziare dall'Europa all'America vuole anche indicare come la cultura del primo Novecento avesse una valenza internazionale?
L e loro vite sono state così. Si sono spostati dall'Europa all'America, da Parigi a New York al Messico. E poi quella era una cultura che non voleva avere confini...



Intervista a cura di Grazia Casagrande




18 febbraio 2000