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Intervista a David Lodge
L'ironia come sovversione

David Lodge, docente universitario, filologo e raffinato intellettuale, è anche colui che ha maggiormente ridicolizzato l'ufficialità della cultura e delle istituzioni letterarie. Lo incontriamo e cerchiamo, attraverso le sue parole, di capire in quale clima è maturata questa sua scrittura "sovversiva" e irridente.


L'uso dell'ironia è molto frequente nei suoi romanzi, ma lei allo stesso tempo è anche un critico letterario, un teorico della letteratura. Un tipo di produzione così impegnativa e seria come si concilia con il gioco, lo scherzo, l'ironia?
D iciamo che oggi non ho più il problema che avevo quando scrivevo da professore universitario, perché dodici anni fa sono andato in pensionamento anticipato, per così dire. Nel Regno Unito, comunque, a differenza di quanto avviene nell'Europa continentale è piuttosto comune esprimere una satira nei confronti della propria professione, quindi il mio non è un caso così raro: la satira contro la vita accademica viene spesso fatta da illustri professori universitari. Per quanto mi riguarda mi sono semplicemente scisso in due persone diverse: da un lato ero un serio professore universitario che svolgeva coscientemente il proprio lavoro, dall'altro da cittadino privato, lavoravo ai miei romanzi. Non leggevo mai le mie opere nell'università in cui insegnavo, quindi tenevo ben distinte, separate queste due vite, anche se in modo piuttosto artificioso. Man mano che invecchiavo però trovavo sempre più difficile tenere distinte queste due persone, il romanziere anarchico e il professore universitario. Non c'erano tuttavia conflitti di carattere intellettuale perché in fondo come professore il mio compito era quello di generare delle idee, cosa che facevo anche come romanziere.
Il tema della religione comunque è sempre in qualche modo presente. Perché?
S ono stato educato nella religione cattolica, cosa piuttosto strana se consideriamo che soltanto il dieci per cento della popolazione inglese è cattolico-romana. Diciamo che la rappresentatività, a livello letterario, di questa religione è sproporzionata rispetto al numero dei credenti, però, il far parte di una minoranza religiosa rende comunque più consapevoli della propria filiazione ed è un tema destinato ad entrare nell'opera, nel lavoro che si fa. Mentre in un paese cattolico l'atteggiamento degli scrittori normalmente è quello di ribellarsi contro questa religione per acquisire la propria libertà artistica, per me, cattolico inglese, questa scelta ideologica è stata stimolante e ha ispirato molte idee. Quando ero studente era "in" essere cattolico in quanto due dei romanzieri più noti Waugh e Greene erano cattolici, così come il poeta T.S. Eliot e chi era cattolico aveva un'aura di distinzione, per così dire... Teologicamente parlando adesso sono ben lungi dall'avere la fede che mi era stata data nel corso della mia educazione. Rimango comunque un cattolico, anche se marginale, perché continuo a ritenere che il cattolicesimo sappia provocare delle idee, delle situazioni che fanno ancora parte della mia immaginazione. Vi è un detto in Inghilterra "una volta che sei cattolico lo sei per sempre" perché c'è un indottrinamento nell'infanzia che rende difficile perdere l'imprinting di questa religione: quindi, anche se non ci credi più, comunque organizza la tua vita e le tue esperienze.
Lei è uno scrittore anche anticonvenzionale, che rifiuta un po' le regole eccessivamente rigide delle istituzioni. Quando è nata questa ribellione, questo atteggiamento irridente?
N on mi definirei un ribelle contro le istituzioni. Diciamo che nei miei romanzi ho sempre tracciato degli elementi dialettici, dei confronti tra due punti di vista del mondo e cerco sempre di tenere una posizione piuttosto staccata e non favorire né l'una né l'altra scelta. Pensiamo a Ottimo lavoro professore, in cui si contrappongono i due mondi dell'accademia e dell'industria, entrambi però descritti in modo satirico. È per altro tipico della tradizione inglese sviluppare humour satirico nel romanzo. Inoltre, proprio come forma letteraria, il romanzo è uno strumento di critica delle istituzioni. Se un romanzo si adatta alla realtà esistente, perde vita, perde significato e messaggio. Per sua natura il romanzo è antitotalitario, è sovversivo, è ipercritico nei confronti delle istituzioni, rivelando le contraddizioni della società in cui viviamo.
Quale è il clima letterario che ha circondato la sua formazione?
S ono cresciuto in un periodo in cui nella letteratura inglese si sviluppava il movimento degli Angry Young Men, di Osborne, c'era in generale un clima nuovo. La letteratura era aperta anche a coloro che non appartenevano all'alta borghesia che aveva frequentato Oxford e Cambridge. Noi che eravamo arrivati alla carriera professionale attraverso studi regolari, avevamo comunque sviluppato uno spirito critico nei confronti della classe al potere.
Quali sono le nuove voci che emergono nella narrativa contemporanea?
È difficile individuare una nuova tendenza nella narrativa, sono troppi i libri che oggi vengono pubblicati. Quando si cerca di scrivere un nuovo romanzo, la letteratura contemporanea "disturba", "distrae", perciò è meglio prendere le distanze dall'attualità e astrarsi. Nella scrittura inglese non esiste oggi un particolare stile dominante, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti dove assistiamo a un ritorno al realismo e all'allontanarsi dalla sperimentazione. Tipico della narrativa inglese è invece la massima varietà. Abbiamo il realismo documentario, quello magico, la fantascienza, una fiction molto femminista: è un po' come un supermercato, entri e prendi quello che preferisci. Se vogliamo generalizzare quello che caratterizza, in Occidente, lo scrivere letterario è la tendenza a cercare di raggiungere il numero maggiore di lettori. Lo scrittore è coinvolto nella commercializzazione delle proprie opere, non esiste più l'avanguardia come negli anni Venti e Trenta in cui un piccolo gruppo esplorava una nuova forma artistica. Oggi lo scrittore è coinvolto nell'assegnazione dei premi, nelle interviste, nelle presentazioni, nelle librerie, in Internet stesso, insiste insomma moltissimo nel versante della comunicazione. È un fenomeno che rientra in questa nuova concezione di cultura globale che caratterizza il nostro mondo e riguarda in modo particolare lo scrittore di romanzi, il suo desiderio di essere molto tradotto, di raggiungere un pubblico vastissimo.



Intervista a cura di Grazia Casagrande




14 gennaio 2000