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Daniel Libeskind

L’11 settembre 2001 Daniel Libeskind era a Berlino, all’inaugurazione della sua ultima opera, di cui tutto il mondo parlava: il Museo Ebraico, con i suoi impressionanti Muri del Vuoto. Non poteva immaginare, in quel momento, che proprio a lui sarebbe toccato il compito di ricostruire quell’area newyorkese, resa dalla tragedia, in un certo modo, sacra all’umanità. Il percorso che l’ha portato a cimentarsi con quest’opera, destinata a diventare una risposta di speranza e di civiltà all’annichilente minaccia terrorista, è ricostruito nel libro autobiografico che l’architetto americano di origine polacca ha presentato qualche tempo fa a Milano alla Triennale: Breaking Ground, un’avventura tra architettura e vita. Milano è una delle patrie d’adozione di Libeskind, che ci è vissuto per anni: legato all’architetto Aldo Rossi, vi ha fondato una scuola d’architettura e, sul versante privato, a Milano è nata una sua figlia e un altro vi ha fatto le scuole elementari. Per questo si dichiara entusiasta di aver vinto, insieme ad altri colleghi di fama mondiale, il concorso Citylife per il planning architettonico della nuovo complesso della Fiera di Milano.

Cosa provò di fronte alla catastrofe dell’11 settembre?

Quando seppi delle torri gemelle abbattute, e vidi le immagini alla televisione, provai un dolore indescrivibile. Avevo un legame personale con quegli edifici, mio cognato ci aveva lavorato a lungo, e mio padre era dipendente di una tipografia lì vicino.

Lei è abituato a dar vita a grandi istituzioni culturali in tutto il mondo, che cosa può significare quindi creare edifici destinati a un uso essenzialmente economico e commerciale?

Provo un’emozione molto forte perché amo Milano e sento di aver capito la profonda e complessa cultura di questa città: voglio celebrarla con strutture peculiari, che non potrei erigere in nessun’altra parte del mondo. La vedo protesa verso il futuro con tanta energia, ma nello stesso tempo strettamente collegata alla vita quotidiana dei suoi abitanti.
In Italia, poi, è necessario saper coniugare il retaggio dell’antichità con la proiezione verso il futuro: oggi più che mai gli architetti devono saper percepire e interpretare lo spirito dei luoghi.

Come ha percepito lo spirito del World Trade Center? Non c’è stato un momento in cui ha pensato che fosse meglio non costruire nulla su Ground Zero?

No, mai. Sarebbe come lasciare che il nostro futuro sia determinato dal terrorismo. Nel cancellare i nostri grattacieli, i terroristi hanno inteso cancellare la libertà, la democrazia: noi dobbiamo ricostruire, per riaffermare questi valori. È vero che buona parte dell’opinione pubblica era contraria alla ricostruzione, nel timore che si perdesse la memoria di quanto era successo, ma nel mio progetto ho tenuto conto delle loro istanze, per questo l’ho chiamato “Fondamenta della memoria”. L’ispirazione mi è venuta scendendo, insieme a mia moglie Nina, nella voragine di Ground Zero, fino a trovare la viva roccia dell’isola di Manhattan e il gigantesco muro di contenimento, cioè le fondamenta: abbiamo sentito di trovarci di fronte allo spirito stesso della città, dei vivi e dei morti insieme. Da lì ha preso forma il mio progetto: cinque torri in graduale salita, a spirale, un richiamo alla torcia della Statua della Libertà, il primo simbolo che mi ha conquistato, quando arrivai a New York tredicenne, su una nave d’emigranti. La torre più alta raggiungerà 1776 piedi, per commemorare la data della Dichiarazione d’Indipendenza, che affermò nel mondo moderno i principi democratici. Tra le torri, una grande piazza triangolare sarà definita da due linee di luce: la prima brillerà l’11 settembre di ogni anno alle 8,46, l’ora dello schianto del primo jet e la seconda, alle 10,28, segnerà il punto del crollo della seconda torre. Nell’area del cratere sopra la roccia madre di Manhattan sorgerà un memoriale che lascerà in vista le fondamenta del World Trade Center, il muro di contenimento, lungo il quale si snoderà un corridoio abbracciato da un museo e altri edifici culturali.

Artefice di un complesso monumentale destinato a restare come uno dei grandi simboli architettonici del nostro tempo, che cosa sente di avere in comune con i maestri del Rinascimento, da lei tanto amati?

Il percorso dell’architettura è un continuum, ciascuno fa tesoro dell’opera dei predecessori e l’interpreta alla luce dei valori contemporanei, ma in fondo penso che il valore irrinunciabile di ogni artista sia quello della libertà.

Eppure gli architetti rinascimentali lavoravano per assecondare le ambizioni dei potenti, mentre lei nelle sue nuove torri ha voluto incarnare il principio della democrazia.

Certo, allora un sistema democratico era inconcepibile, ma nonostante assecondassero la brame di magnificenza dei loro aristocratici committenti, gli artisti rinascimentali, rinnovando gli stili espressivi, esprimevano un’ansia di novità e di libertà che aprì gli orizzonti culturali. Non dobbiamo pensare che i regimi democratici moderni abbiano portato mediocrità e omologazione nell’arte. Penso che il XXI secolo dimostrerà che le società libere producono grandi architetture.

Di Daniela Pizzagalli




22 aprile 2005