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Hanif Kureishi

Doppio appuntamento italiano per lo scrittore, drammaturgo e cineasta anglopakistano Hanif Kureishi: la pubblicazione del suo ultimo libro, l’autobiografico Il mio orecchio sul suo cuore (Bompiani) e l’uscita sugli schermi del film di Elisabetta Sgarbi “Notte senza fine – amore tradimento incesto”, film a episodi la cui sceneggiatura è tratta da tre racconti di autori che hanno in comune le origini mediorientali e il trasferimento in Europa: Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun e appunto Kureishi, il cui racconto è tratto da una sua pièce teatrale. A rendere più completo e suggestivo questo legame tra cinema e letteratura, è uscito in contemporanea anche il testo dei tre racconti sempre per Bompiani.
Molto bello fino dal titolo, Il mio orecchio sul suo cuore è incentrato sul rapporto tra Hanif e suo padre Shani, proveniente da una cospicua famiglia indiana musulmana, forzatamente sradicata al momento della Partizione del 1947, in parte trasferitasi a Karachi e in parte emigrata in Occidente, soprattutto in Inghilterra, la terra degli ex colonialisti, modello ammirato-odiato di una vita diversa, più moderna e piena di nuove opportunità, ma poi di fatto deludente e umiliante.


Sono queste delusioni ad aver alimentato il risentimento e la violenza delle giovani generazioni di immigrati?

Non credo – risponde Kureishi – perché aspetti come la libertà d’espressione, la possibilità d’istruzione, sono molto apprezzate dai figli degli immigrati. I violenti sono solo una frangia estremista. Intervistando recentemente dei giovani islamici che fanno i camerieri in Inghilterra, ho potuto notare una netta condivisione dei valori del modello occidentale, come la libertà e la democrazia: però stigmatizzavano l’immoralità dello stile di vita. E inoltre la politica aggressiva che ha portato alla guerra in Iraq non contribuisce alla reciproca comprensione.

L’ambivalenza che connota i rapporti tra gli immigrati e la terra che li accoglie può essere confrontata con quella tra padre e figlio: i due discorsi spesso si sovrappongono nel libro di Kureishi, che analizza la vita del padre partendo dal ritrovamento, dopo la morte di lui, di un suo romanzo manoscritto: Un’infanzia indiana. Durante la lettura, l’intelletto e i sentimenti dello scrittore a volte si scontrano, e ai duri giudizi si alternano slanci affettivi.

Il discorso interiore con i genitori continua sempre, dentro di noi, anche dopo la loro morte e rispecchia il percorso della nostra stessa crescita. Ci sono sempre alti e bassi, non è mai un discorso lineare né definitivo.
Il tema del confronto con le proprie origini attraverso la riscoperta dei genitori è oggi un motivo ricorrente in letteratura: possiamo citare fra i più recenti i libri autobiografici Roddy Doyle (Rory e Ita), Blake Morrison (“Quel che mia madre non mi ha mai detto”), Daniel Picouly (Paulette e Roger), Amin Maalouf (Origini).

Forse è una tappa di riflessione obbligata per uno scrittore arrivato all’età dei bilanci?

È una tappa obbligata per ognuno, quando si arriva alla mezza età. Si incominciano a vedere i genitori non più soltanto come una parte di sé, ma come individui a sé stanti, e ci si domanda che cosa pensavano della loro vita, quali erano i valori cui facevano riferimento. Gli scrittori, per la loro professione, condividono le riflessioni in proposito con i lettori, che vi si riconoscono, perché si tratta di un processo di maturazione comune a tutti, che riguarda l’identità personale.

Potremmo osservare che questo tipo di discorso si fa più urgente quando c’è di mezzo il fattore dell’emigrazione: non a caso gli scrittori da lei citati hanno origini irlandesi, caraibiche, libanesi.

E non a caso anche i tre racconti di Notte senza fine provengono da autori la cui identità si è forgiata dall’innesto in occidente di radici lontane: pachistane, marocchine, libanesi. L’idea di Elisabetta Sgarbi, nella sua attività editoriale alla Bompiani, è sempre stata di dare spazio a esponenti di culture composite, capaci di conciliare miti e memorie di mondi diversi. Trattandosi di racconti d’amore, il messaggio che se ne può trarre è che la convivenza tra culture diverse sarà possibile appunto attraverso l’amore.
E la metafora più adatta riguarda ancora i nostri rapporti primari: siamo stati tutti bambini, e la prima relazione con la realtà è stata attraverso l’amore dei genitori.

Di Daniela Pizzagalli




26 novembre 2004