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Imre Kertész

"La differenza fra l'antisemitismo prima e dopo Auschwitz è Auschwitz."

Premio Nobel per la letteratura 2002, nato nel 1929 a Budapest, Imre Kertész fu deportato nel 1944 ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945: da questa drammatica esperienza nascono molte delle riflessioni sulla vita e sulla Storia che da questa intervista emergono con chiarezza, accanto alle riflessioni sul regime comunista in Ungheria. Vi proponiamo la sua voce nel mese in cui ricorre il "giorno della memoria": un modo per ricordare quel drammatico passato e per sottolineare come l'antisemitismo sia ancora presente nelle società occidentali e quanto possa essere potenzialmente pericoloso.



Il suo ultimo libro, Fiasko, parla della mancanza di libertà durante il regime comunista. Ad anni di distanza, caduto il muro di Berlino, perché ancora e di nuovo questo tema?
In realtà non è questo l'argomento centrale del libro. Sicuramente se ne parla anche perché il romanzo è stato scritto sotto quel regime e lo scrittore che ne è protagonista vive rinchiuso in una piccolissima stanza. Questa situazione è un po' il simbolo del sistema e del periodo brezneviano quando tutta la vita era solo come una pozzanghera. Ovviamente il significato di Fiasco è più complesso perché tutto il libro lo è. Vengono descritti due diversi itinerari: uno è quello interiore dell'uomo che cerca di trovare se stesso, l'altro è il soverchiamento senza speranza imposto dal regime comunista. Quindi chi sceglie la prima strada, quella creativa, si trova necessariamente di fronte alla società. Raggiunge la propria libertà interiore ma questa è anche un incontro drammatico con una società che gli rende impossibile utilizzare la libertà trovata. Per questo il romanzo è tragico: è la sorte di Sisifo, come lo ha descritto Camus, con i cambiamenti che i tempi hanno apportato al suo capolavoro.

Lei ha vissuto due esperienze molto difficili: Auschwitz e il regime comunista. È possibile mettere a confronto queste due diverse esperienze?

Dico sempre che per me il regime era come la madeleine che Proust metteva nel tè dalla quale si sprigionavano i sapori del passato. Ho capito che cosa mi era successo veramente ad Auschwitz solo sotto il regime comunista, e per la precisione solo dopo il fallimento della rivoluzione del 1956: ho visto come un popolo potesse essere sottomesso e i suoi ideali distrutti. E ho imparato come i moti dell'essere umano possano essere ritorti contro la persona che li esprime. In questo senso la speranza era diventata uno strumento del male perché portava le persone ad accettare passo dopo passo l'esistenza del regime, una dittatura infatti può sopravvivere solo se si accettano le regole e la logica del sistema. A pensarci bene questa è la mia esperienza più tremenda, perché dopo i cambiamenti politici non mi era più possibile accettare la mia vita precedente e di questo parlerò nell'ultimissimo romanzo che dovrebbe uscire in ungherese e in tedesco.

In Italia Fiasco arriva dopo la vittoria del Nobel. Ha pensato di cambiare la storia o ha deciso di consegnarlo alle stampe così come lo aveva scritto?

Non ho mai ritoccato o modificato i miei libri una volta finiti e non ne vedo il motivo ora. Tutto ciò che ho scritto sotto il comunismo è autentico come quello che ho scritto dopo il suo crollo. È cambiata solo la situazione come si potrà vedere nell'ultimo romanzo che ho scritto.

Il primo blocco di paesi dell'Est sta per entrare in Europa. Come vede questo allargamento?

Sarebbe già dovuto accadere molto tempo fa perché, dopo il crollo dei vari regimi, questi paesi pensavano di essere rapidamente ammessi nell'Unione Europea, cosa che non è accaduta. Si è creato così un vuoto ideologico che ha generato paura e disorientamento, ha dato spazio a risentimenti, è cresciuto un sentimento nazionalista e razzista, e sono sorti antagonismi con i paesi vicini. Spero che con l'allargamento dell'UE tutto questa abbia fine.

In un suo libro scrive: "Anche quando io parlo di altro, parlo di Auschwitz ". Dopo quella esperienza non riesce a pensare a nulla che prescinda da quello che è accaduto? teme che si corra il rischio di dimenticare mentre è doveroso ricordare?

Né l'uno né l'altro. Anche perché non si può dire: voglio dimenticare. Un giorno una nuova generazione dimenticherà ciò che è successo. Non esistono bisogni o necessità, non ho pregiudizi morali. Il problema è che Auschwitz è accaduto. Questo fatto non può essere cambiato né con un atteggiamento positivo, né con uno negativo e questo fatto è la frattura etica più grande in duemila anni di storia, esiste nella coscienza europea senza bisogno di parlare direttamente di Auschwitz per ricordarlo. Tuttavia questa frattura la si avverte in ogni ambito letterario: dove non si sente non c'è arte autentica. Al massimo è divertimento di massa.

I movimenti antisemiti che sono sorti in Europa sono presentati in maniera esagerata o pensa che possano rappresentare un vero pericolo?

Non c'è stata una crescita, il fenomeno è solo venuto in superficie. Aggiungerei solo che l'antisemitismo prima di Auschwitz e dopo Auschwitz ha due diversi significati storici e questo devono tenerlo in considerazione anche i moderni antisemiti.

Ma quello di oggi è più pericoloso?

È ovvio che sia molto pericoloso, ma quanto lo sia dipende da cosa farà nei prossimi anni il mondo politico.

Passando da un tema all'altro ed evolvendosi la sua modalità di scrittura è cambiata?

Basilarmente no. La necessità di scrivere per me è nata da una situazione senza speranza negli ultimi anni dello stalinismo, quando tutti i pensieri di libertà erano vani. Inoltre ho deciso di essere uno scrittore perché ne ho sentito la necessità esistenziale, non volevo essere un professionista e quindi non ho accettato quei compromessi che all'epoca il mondo letterario doveva subire per esistere.

Lei ha parlato di molte fasi di assurdità nella Storia. Che tipo di assurdità è in atto adesso?

L'assurdità della democrazia, che è un'assurdità complessa e dà maggiori responsabilità allo scrittore perché gli viene chiesto un consenso che va professato pubblicamente: oltre alla libertà politica è necessaria anche una fede politica. Ciò che sto cercando di dire è che la democrazia ha lo stesso potere manipolatorio di altri sistemi. Solo che sotto la dittatura le persone si nascondono mentre in una democrazia una persona non riesce a nascondersi.

Qual è la differenza fra l'antisemitismo prima e dopo Auschwitz?

La differenza è Auschwitz.

Zygmund Bauman ha parlato dei lager come di industrie dei grandi sistemi burocratici, anche leggendo Essere senza destino mi è parso di cogliere questa idea.

Sì, anche.

Quale ruolo ha oggi la letteratura nei paesi dell'Est?

In passato si potevano dire alcune cose, ma solo quelle che erano permesse. Si trattava di un compromesso, ma non di manipolazione. Sicuramente questa letteratura sprigionava molta energia e presupponeva anche una certa voglia di pacificazione. Io ho sempre pensato che non fosse necessario cercare i buchi di libertà permessi dal regime. So che molti non sono d'accordo con me, ma io tuttora la penso così. E con questa problematica mi spiego anche i molti fiaschi che parecchi intellettuali odierni hanno vissuto. Il ruolo della letteratura non può essere quello di dire cose vietate da un regime...

Conosce i libri di Agota Kristof?

Conosco solo la trilogia. Ho letto il primo volume che mi è piaciuto molto, gli altri due li conosco meno, ma mi sono sembrati ottimi. La Kristof porta all'estremo un certo radicalismo e non sarebbe stato possibile pubblicare in ungherese i libri nel periodo in cui sono stati scritti. Dopo l'89, quando sono usciti nelle librerie ungheresi, hanno avuto un buon successo anche se non hanno suscitato il consenso che avrebbero meritato.

In che tempi e in che luogo abitualmente scrive?

Scrivo nel caos. Ritengo che non ci sarebbe atto peggiore che riprendere con una piccola telecamera nascosta una giornata di uno scrittore perché sembrerebbe fare di tutto tranne che scrivere. Ed è da questo caos quotidiano che poi nasce qualcosa: come non ne ho proprio idea.

E con quali strumenti?

Scrivo su un computer portatile.

A parte la maggiore popolarità internazionale dei suoi libri, per lei che cosa è cambiato dopo il Nobel?

Come diceva anche lei, una maggiore conoscenza dei miei libri. E poi mi ha attribuito vari ruoli, mentre vorrei mantenere la mia esistenza di scrittore isolata e nascosta. Il premio Nobel mi fa sembrare uno scrittore ufficiale, mentre non lo sono mai stato e non lo sarò mai.

Ora che il regime è caduto come vede il ruolo dello scrittore nei paesi dell'Est?

Il ruolo della letteratura sarà di nuovo quello classico, cioè si scrivono romanzi senza sperare o pensare che cambieranno il mondo. Eppure ogni romanzo viene scritto proprio col desiderio di voler cambiare il mondo.

L'attività di traduttore ha influenzato la sua scrittura?

Tutti i bei libri che ho tradotto mi hanno arricchito. Mi piace molto entrare nello stile di persone diverse ed è una gioia enorme riuscire a trasmettere in un'altra lingua la poesia che c'è in una opera. Forse tutti sapete che la lingua ungherese non è indoeuropea e mantenere la struttura e gli accenti dell'originale traducendo in ungherese è una cosa molto bella ma anche molto difficile. Un breve esempio: le bellissime frasi musicali di Roth vanno verso l'altro, mentre per le regole della lingua ungherese la frase alla fine volge verso il basso quindi la musicalità della lingua di Roth va costruita in ungherese in un altro modo e questo è un compito molto arduo.

Di Giulia Mozzato




23 gennaio 2004