Tahar Ben Jelloun
La sua quotidiana battaglia contro il razzismo

In Francia è in testa alle classifiche di vendita, in Italia ha ottenuto entusiastiche accoglienze di pubblico e di critica: si sta parlando di "ll razzismo spiegato a mia figlia" di Tahar Ben Jelloun, il raffinato scrittore magrebino che incontriamo e col quale discutiamo di razzismo e di educazione.


Il suo mi sembra un libro estremamente utile. Non crede che potrebbe addirittura essere adottato nelle scuole?
P enso, anzi mi auguro, che lo possa essere. Penso che i professori lo considerino un utile supporto al loro lavoro.
Lei prima di tutto parla del linguaggio, delle parole che si usano e che richiederebbero maggiore attenzione.
I l razzismo si esprime in una prima fase con insulti, con espressioni abituali, umilianti e piene di disprezzo. Dapprima quindi le parole, poi si passa all'azione, a fatti, a luoghi separati (come avveniva con l'Apartheid) per bianchi e neri, a scuole separate... Ma penso che le parole siano importanti, le parole in sé non sono niente, sono lo strumento che ci permette di esprimerci. Se analizziamo le parole che vengono abitualmente dette, si può vederne poi sempre anche l'applicazione pratica.
A quale età pensa che i bambini comincino ad essere influenzati dalla società?
P enso che dagli otto, nove anni un bambino cominci a formarsi, a porsi più attivamente nella società: questo è il momento in cui gli si possono dare degli elementi di riflessione e di difesa. Allora non gli si devono dare cattivi modelli, sia a scuola che in famiglia. Quello dei genitori è un lavoro immenso, molto importante. A quell'età i bambini ripetono quello che dicono i genitori a tavola. Penso che se un padre tutti i giorni ripete che i neri sono inferiori, gli ebrei sono malvagi, gli arabi sono violenti e ladri, un bambino che ascolta sempre queste cose e che, come tutti i bambini, idealizza il padre, pensa fra sé "mio padre non può che dire la verità", per questo bisogna fare molta attenzione. Per questo arrivo io come un elemento di disturbo a dire: attenzione a quello che dite, attenzione a quello che viene ripetuto nelle scuole.
Qual è, secondo lei, il compito della scuola?
L a scuola è un momento molto importante. La scuola deve raddrizzare gli errori che magari vengono fatti in famiglia. Bisogna che l'impegno su questo tema sia continuo, non ci si deve mai sentire "in vacanza", non c'è "domenica" insomma... Bisogna sempre vigilare, bisogna essere molto attenti anche ai media. Penso che si debba introdurre nei media ogni giorno qualche frase, delle immagini, delle parole che spingano al rispetto dell'altro.
Questa deve essere una pedagogia quotidiana.
Se c'è poi disarmonia tra famiglia, scuola e media, se i messaggi che arrivano sono fra loro contraddittori, il bambino non sa più che cosa di debba dire o che cosa non si debba fare.
Lei dice che il razzismo è un sentimento che tutti gli uomini hanno in fondo a sé, che cosa intende dire?
N oi tutti siamo potenzialmente dei razzisti, per ignoranza, per cattiva informazione, per paura di culture molto diverse dalle nostre. La reazione è spesso di rimanere un po' scioccati, è umano, è naturale. Devo generalizzare, ad esempio se si vede che qualcuno ha un sentimento di paura, bisogna chiedergli: perché e di che cosa hai paura? Non si deve mai lasciar perdere, ma capire che è una reazione naturale davanti a ciò che non si conosce e che è necessario intervenire per superare questa difficoltà. Se nessuno invece interviene, questo sentimento di paura diventa fonte di inquietudine e turbamento.
Bisogna sempre fare un lavoro di analisi continuo, di controllo continuo.
Non credo che debbano esserci "giorni speciali contro il razzismo", diventa altrimenti un antirazzismo di maniera, ben poco efficace.
È necessaria una educazione civile di ogni giorno. Questo deve entrare nella testa di tutti, responsabili politici, educatori, media.
Lei dice anche che non si deve più utilizzare il termine razza quando si parla di essere umani.
Q uesta è un'idea molto ambiziosa. Non intendo certo dire che sopprimendo la parola si possa debellare il razzismo, ma si rende almeno più difficile il linguaggio razzista, lo si rende più complicato. Non si può più dire la razza nera, la razza bianca, perché non è vero, non è assolutamente vero.
Lei parla anche di colonialismo, e cerca di spiegarlo ai bambini.
N e parlo molto rapidamente. Il colonialismo è una interazione delle forme di supremazia militare ed economica di un paese su di un altro. C'è una forma di razzismo quotidiano di un uomo nei confronti di un altro uomo, in quel caso invece è quello di uno Stato nei confronti di un altro Stato. È una forma particolare di razzismo. In fondo chi ha deciso l'occupazione dell'Algeria nel 1830 era persuaso che gli arabi fossero inferiori e che andava là a civilizzarli, a umanizzarli, quindi era per il loro bene che li invadeva. Questa è una forma di razzismo puro.
Pensa che i bambini abbiano la capacità di capire questi messaggi?
S icuramente. I bambini sono molto disponibili. Bisogna però non annoiarli, ma coinvolgerli, interessarli.
Lei scrive articoli di analisi e commento dei recenti fatti algerini per un importante quotidiano italiano. Quale pensa possa essere il ruolo dell'Europa per tentare di porre termine a queste stragi?
È molto difficile rispondere a questa domanda. Perché gli algerini non vogliono interventi esterni. Hanno una grande suscettibilità verso chi mette il naso nei loro affari interni. Credo che sia molto stupido questo atteggiamento. Credo che ci siano molte responsabilità per queste stragi. È chi detiene il potere che è davvero responsabile. Certo esistono dei terroristi, degli integralisti, ma io, come cittadino all'estero, dico che è il governo che non sa garantire la sicurezza e quando non si riesce a garantire la sicurezza dei cittadini, lo si riconosce e si chiede aiuto. E sarebbe giusto un avvicinamento all'Europa. Perché invece si rifiuta una commissione d'inchiesta internazionale? Non è certo una ingerenza nella vita politica algerina, è invece necessario rispondere alla domanda: chi uccide? Bisogna sapere chi sono davvero gli assassini.



20 febbraio 1998