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Kazuo Ishiguro

“Anche la letteratura è stata toccata dalla globalizzazione”, ci dice Kazuo Ishiguro all’inizio dell’intervista che ci ha rilasciato a Milano, prima della presentazione del suo nuovo libro Non lasciarmi tradotto ottimamente da Paola Novarese. “Tutti noi scrittori, più o meno consapevolmente, scriviamo pensando alla traduzione dei nostri libri. Quando scrivo mi viene spontaneo pensare se le parole o le frasi che sto usando troverebbero una facile traduzione in un’altra lingua oppure no, e cerco di evitare i giochi di parole che sono così caratteristici della lingua inglese.” L’inglese è diventata la prima lingua per Kazuo Ishiguro, nato in Giappone nel 1954 ma emigrato con la famiglia in Gran Bretagna nel 1960, ed è considerato uno dei maggiori scrittori inglesi. Abbiamo parlato con lui del nuovo romanzo, dei temi dei suoi libri precedenti e del suo rapporto con il cinema.

Quali sono stati i motivi che lo hanno spinto a scrivere Non lasciarmi, un libro per molti versi così diverso dai precedenti?

Ci sono stati due motivi: prima di tutto volevo trovare una storia che enfatizzasse quanto è breve la vita. Questo è un tema che ricorre nei miei romanzi, è presente anche nel titolo di Quel che resta del giorno. Non ce ne rendiamo conto e, se non ci affrettiamo ad afferrare l’amicizia e l’amore, dopo può essere troppo tardi, la vita diventa un viaggio di sola andata. Volevo quindi trovare una situazione fantastica in cui la vita è breve e i protagonisti devono cogliere al volo l’amore e la gioia prima che sia troppo tardi. Il secondo motivo è che volevo riproporre in un nuovo modo le vecchie domande che sono passate di moda: che cosa significa essere un essere umano? Che cosa è l’anima? Dobbiamo comportarci secondo i dettati del creatore? Sono domande insite nella natura umana e che sono diventate difficili da trattare per gli scrittori di un mondo post-religioso. Tolstoj e Dostoevskij hanno scritto pagine e pagine su questi argomenti, io volevo parlarne in modo diverso dando loro una maggiore immediatezza.

Dunque la scuola convitto di Hailsham è una metafora?

Sì, per me Hailsham è una metafora concreta per l’infanzia: volevo creare l’idea della bolla che isola da tutto in cui cerchiamo di far crescere i bambini. Quando mia figlia era piccola, censuravo tante cose tra la sua vita e il mondo: volevo che vedesse tutto il mondo come un film di Walt Disney. Penso che la maggior parte di noi sia cresciuta al riparo dalla realtà, solo più tardi siamo venuti a conoscenza di quanto c’è di brutto e duro nel mondo. Tocca agli adulti gestire le informazioni da far pervenire ai bambini che poi, crescendo, imparano a discutere su quanto c’è di spaventoso e di entusiasmante nella realtà. Era questo che cercavo di catturare descrivendo Hailsham. Certo c’è un’ombra nel futuro dei ragazzi, ma dopotutto c’era un’ombra anche nella vita di mia figlia- non le avevo mai parlato della morte, ad esempio.

Il suo libro vuol essere una denuncia dell’eccesso di scienza nel mondo?

La mia non è un’affermazione o una critica, non rappresenta una situazione reale. Una cosa è interessante nella finzione narrativa: poter immaginare questo mondo e mettere alla prova i valori della nostra civiltà, chiedendoci se è proprio impossibile che quanto descriviamo accada. Penso che questo sia l’aspetto positivo di dedicarsi al genere della letteratura di fantasia. Quello che mi preoccupava non era esaminare il problema della clonazione, piuttosto quello della scienza. Quando ho iniziato il romanzo, negli anni ‘90 subito dopo Quel che resta del giorno, era interamente diverso: c’era il gruppo di ragazzi ma la tematica riguardava le armi nucleari, che era poi il problema che metteva in ansia la mia generazione. Sono ritornato più volte sul romanzo ed è stato solo nel 2001 che ho cambiato l’argomento che riflette la mia preoccupazione sulla nostra abilità di controllare la scienza.

Non c’è una certa crudeltà nell’educare questi ragazzi al bello, visto la fine che debbono fare?

Un punto essenziale della storia è che questo è un progetto che ha ragione di essere. Dietro il progetto c’è gente benintenzionata che vuol provare al resto del mondo che i ragazzi sono come gli altri esseri umani ed è per questo che gli si insegna il gusto dell’arte e del bello. Hailsham è una sorta di bio-fattoria. Ma d’altra parte la stessa domanda è valida per ognuno di noi: perché facciamo lo sforzo di essere sensibili all’arte se alla fine ci aspetta la morte? Il nucleo di molti romanzi è su che cosa renda la nostra vita degna di essere vissuta, che cosa valga la pena di vivere.

Anche in questo romanzo lo sguardo della protagonista è rivolto al passato ed è ancora presente un tema che le è caro, quello della valutazione della propria vita, la sensazione che sia andata sprecata.

Quando ho iniziato a scrivere mi interessava osservare come le persone mentano a se stesse, mi interessava l’intero processo del ricordare e dimenticare. Ci sono delle verità difficili da affrontare e mi domandavo come avrei guardato indietro alla mia vita, come avrei affrontato i fallimenti, e poi, come si altera la verità nel ricordo? Mi illuderò o mi dirò la verità? Ho osservato i miei genitori, le persone che erano uscite dalla guerra e cercavo di proiettarmi nelle loro esperienze. Immaginavo dei personaggi che lottano tra l’auto-inganno e il bisogno di verità. In questo libro la memoria gioca un altro ruolo: per Kathy il ricordo è una consolazione, si attacca ai ricordi perché le persone che ama sono scomparse e la memoria diventa preziosa, qualcosa a cui aggrapparsi. Sono sempre affascinato da come la gente ricordi e dimentichi, da come i paesi stessi ricordino e dimentichino il loro passato.

È forse necessario l’autoinganno, in una certa misura?

Penso di sì: i ragazzi di Non lasciarmi si auto-ingannano, ma in maniera positiva, a loro serve l’illusione di vivere una storia d’amore. Forse una certa dose di auto-inganno è indispensabile perché permette di andare avanti nella vita. Anche negli altri libri tutto sommato non avevo un’idea interamente negativa dell’auto-inganno: può essere un modo per sopravvivere. Anche se a malincuore, ammiravo il maggiordomo Stevens che a poco a poco abbandona le illusioni: ci vuole coraggio per accettare i fallimenti. In questo nuovo libro prevale il senso che forse tutti abbiamo bisogno di illuderci che ci siano delle cose per cui vale la pena di vivere, altrimenti tutto è una perdita di tempo, si vive per morire. Mi affascina la maniera in cui tiriamo su i bambini: noi inganniamo i nostri figli cercando di proteggerli dal buio e solo più tardi si accorgono che il mondo non è così bello. Ma sarebbe difficile trovare la speranza e l’ottimismo senza questa protezione.

È lo sconforto davanti al mondo che ci circonda che spinge degli scrittori profondi- lei stesso, Orwell e Huxley in passato- a ricorrere al romanzo dell’utopia invertita, della “distopia”?

Non lasciarmi si può leggere come un romanzo della distopia, io però, come ho detto, volevo trovare una metafora per l’eterna e universale condizione umana. Volevo cercare un nuovo modo di guardare al passaggio dall’infanzia all’età adulta e alla morte. I ragazzi affrontano quello che tutti dobbiamo affrontare, solo che loro devono farsi le domande tutte insieme in breve tempo. Volevo soprattutto che la morte fosse visibile perché nel nostro mondo la morte è ormai diventata invisibile. Se crei una situazione fantastica, riesci a vedere la morte più chiaramente: volevo immaginare il processo dall’essere giovani ad arrivare ad accettare la vicinanza della morte.

I suoi due primi libri, Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo effimero sono ambientati in Giappone, Quando eravamo orfani si svolge in parte a Shanghai: essendo giapponese e avendo vissuto quasi tutta la sua vita in Inghilterra, si sente in equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale?

Quando ho iniziato a scrivere, era importante per me creare la mia visione del Giappone, ecco perché i miei primi due romanzi sono ambientati là. A quell’epoca avevo bisogno di sistemare i miei ricordi del Giappone, perché pensavo di ritornarvi. Poi, all’età di 21 o 22 anni, mi sono reso conto che il Giappone che avevo in testa non esisteva e ogni anno che passava la mia immagine del Giappone scoloriva sempre di più. E tuttavia restava un luogo molto importante per me: volevo ricreare la mia versione del Giappone, come se il conservare il mio Giappone potesse metterlo al sicuro. Dopo il secondo romanzo diventò più facile scrivere come la persona che ero, educata in Gran Bretagna; non mi sembrava più naturale scrivere di un Giappone di cui non sapevo molto.

Quali furono i sentimenti della sua famiglia riguardo alle bombe di Hiroshima e Nagasaki? L’ombra della bomba giganteggia sullo sfondo dei suoi primi due romanzi, e tuttavia non c’è nessun riferimento aperto alla bomba atomica e alla tragedia che ha provocato.

I miei genitori hanno sempre avuto una sorprendente mancanza di amarezza riguardo alla bomba, la loro è stata una generazione molto a favore dell’America e molto critica, invece, verso i leader che li hanno portati alla guerra. Per mia madre non c’era niente di straordinario nelle bombe su Hiroshima e Nagasaki: era solo una delle tante cose orribili fra gli orrori della guerra. La bomba atomica ha avuto più importanza per la mia generazione che è cresciuta durante la Guerra Fredda: per noi la bomba aveva il significato simbolico di una minaccia per il futuro, rappresentava il punto di svolta in quello che eravamo pronti a farci gli uni con gli altri. Sono cresciuto all’ombra di una minaccia nucleare. La bomba atomica che si temeva non era quella che era già caduta ma quella che si minacciava tra i due schieramenti. Non ho mai sentito mia madre criticare apertamente l’atomica sganciata dagli americani. In Giappone c’è più amarezza per l’esperimento fatto negli anni ‘50 nell’isola Bikini, perché causò dei danni con le radiazioni e non era nel contesto di una guerra.

Ne Un artista del mondo effimero il vecchio pittore si sente in parte responsabile per gli ideali che ha contribuito a diffondere a favore della guerra: quanto è grande l’influenza degli intellettuali nel foggiare il destino di un paese?

Gli artisti hanno delle posizioni diverse nelle società e la prima domanda da farsi è che tipo di libertà abbiano. Certamente gli artisti e gli scrittori hanno un ruolo importante anche se non così diretto come gli uomini politici. Tutti noi contribuiamo all’atmosfera generale e, al meglio, contribuiamo a far ricordare che siamo degli esseri umani. Anche se poi le decisioni vengono prese dai politici e gli artisti non possono fare molto. D’altra parte la storia del XX secolo rende scettici sull’idea che gli artisti abbiano un’influenza civilizzatrice. L’Europa era il luogo di una civiltà molto avanzata, la Germania era un paese di grande cultura, eppure questo non è servito ad impedire gli orrori del XX secolo. È tutta un’idea romantica, quella che noi possiamo impedire gli orrori.

Come mai i suoi romanzi sono tutti scritti in prima persona?

È un’apparente contraddizione, perché non sono uno scrittore autobiografico. I miei personaggi sono lontanissimi da me e inoltre quando ero giovane i miei personaggi erano anziani, adesso invece sono giovani: mi piace questa distanza che copre un lasso di tempo. Forse è perché ho iniziato come scrittore di testi per canzoni, ne ho scritto centinaia, volevo essere uno scrittore di canzoni. Quando ho incominciato a scrivere romanzi mi sembrava naturale scrivere in prima persona, come se fossi un cantante: le mie storie sono come canzoni cantate. Mi piace sentire la voce del personaggio. Mi è più facile sentire la storia se sento la voce del personaggio.

Uno dei suoi libri è stato adattato per lo schermo: quanto è importante per uno scrittore il rapporto con il cinema?

Non penso sia importante, molti scrittori non hanno rapporto con l’industria cinematografica, ad esempio John Updike o Philip Roth o Saul Bellow. Per quello che mi riguarda ho un rapporto più personale con il cinema: per me è importante avere un contatto con il mondo al di fuori del mio studio. Il pericolo per gli scrittori è lavorare da soli, anno dopo anno. Ho visto scrittori che vivono in un isolamento completo, e invece ho osservato che chi si occupa anche di cinema trae dei benefici da questa collaborazione reciproca, riceve degli input dalla creatività altrui. Come scrittore considero sano collaborare con altre persone e avere contatti con il mondo del lavoro.

In questo momento nelle sale cinematografiche si proietta il film La contessa bianca di cui lei ha scritto la sceneggiatura. È una storia presa da un romanzo, che diventerà un romanzo, o è stata pensata solo per il cinema?

È una sceneggiatura scritta solo per il cinema. Non mi piace fare gli adattamenti dei miei libri per il cinema Sono uno scrittore amatoriale di sceneggiature e scrittore professionista di romanzi. Ho scritto quattro copioni, due per la televisione e due per il cinema, ma non mi piace riprendere in mano un mio romanzo e rifarlo per il cinema: Harold Pinter ha scritto la sceneggiatura per Quel che resta del giorno.

Tra i suoi sei romanzi, ce n’è uno che preferisce?

No, per i romanzi è un po’ come per i figli: nessuno è il preferito. Per me è importante che ogni mio romanzo rispecchi me stesso come ero all’epoca in cui quel romanzo è stato scritto. È per questo che non ho mai rivisto, o riscritto o alterato i miei romanzi: devono restare immutati e testimoniare i miei cambiamenti.

Di Marilia Piccone

Già pubblicato su Stilos, il quindicinale dei libri.




17 marzo 2006