foto Effigie

I libri di Eric Hobsbawm sono ordinabili presso Internet Bookshop


Intervista a Eric Hobsbawm
Sarà il millennio dell'ineguaglianza

Uno dei maggiori storici viventi, diventato notissimo ad un pubblico vasto grazie a un testo ormai fondamentale, Il secolo breve, discute con noi di questa complessa contemporaneità e delle prospettive del nuovo millennio in particolare per quanto riguarda l'Italia e il Mediterraneo.


Si è acceso un dibattito sull'oggettività dello storico e sul ruolo che le posizioni ideologiche del singolo possono avere. Qual è la sua posizione in proposito?
D irei che la Storia è sempre stata molto coinvolta con la politica: tutti i grandi storici, quelli seri, non sono stati eruditi puri, ma persone con convinzioni precise sui problemi della loro epoca, questo da Tucidide e Polibio in poi in quanto non è possibile pensare alla ricerca storica come a un'attività staccata dalla realtà. Ciò non vuol dire che è impossibile una Storia seria: è necessario però cogliere la differenza fra l'attività, il discorso politico-ideologico e quello accademico-scientifico. In passato, all'epoca dell'impero sovietico, non era consentita questa distinzione: qualsiasi dichiarazione del capo dello Stato aveva carattere scientifico, e questo è assolutamente inaccettabile. Ma c'è un altro problema quasi d'ordine esistenziale: gli storici che sono stati coinvolti in esperienze di profonda importanza emozionale devono, nella misura del possibile, emanciparsi da queste per poter parlare in modo che le future generazioni possano capire, ed eventualmente accettare, anche gli elementi di soggettività. Non esiste una sola soluzione valida per tutti, importante è avere consapevolezza del problema ed emanciparsi senza però abbandonare le vecchie emozioni che comunque hanno contribuito a formare l'uomo, lo studioso, il ricercatore.

Da che cosa sarà caratterizzato, secondo lei, il nuovo millennio?

D alla crescita dell'ineguaglianza. Saranno sempre maggiori le differenze tra chi ha molto e chi non ha nulla.

Come valuta la rivoluzione tecnologica in atto?

L e nuove tecnologie possono aprire delle opportunità nuove, ma quello che mi preoccupa è la disgregazione, una specie di anarchia che nasce dalla globalizzazione. Da un punto di vista economico la differenza tra paesi e ricchi e poveri è aumentata e così come è sempre più evidente la differenza tra il mondo che suscita l'interesse della collettività e quello che tutti dimenticano.

In questa rivoluzione, con Internet, il libro è destinato a sparire?

A partire dal Quattrocento, o meglio dal Cinquecento, il libro è stato un prodotto sempre molto "efficace" e ha resistito per secoli. Non credo che possa sparire: nell'ultimo secolo ogni volta che c'era una novità tecnologica lo si è considerato condannato. Si è parlato della sparizione del libro, quando è nato il cinema, poi con la televisione e invece non è stato così. Nel caso di Internet ci sarà piuttosto una certa simbiosi, potrà scomparire un certo tipo di libri, le enciclopedie ad esempio, altri no perché Internet è solo un medium e, a differenza della televisione, non è possibile utilizzarlo senza formazione, senza alfabetizzazione.

Si è detto molto spesso che Internet è uno strumento fortemente democratico. Lei cosa ne pensa?

I n realtà soltanto una minoranza può utilizzarlo, in quanto richiede delle infrastrutture che non esistono in molti paesi, inoltre è stato dominato finora dalla lingua inglese, lingua minoritaria nel mondo: non esistono da un punto di vista tecnico, neppure software in altre lingue...
Quindi per il momento esiste un forte privilegio di alcuni paesi rispetto ad altri.
Come principio però il computer e Internet sono utilizzabili da tutti. Ad esempio osserviamo uno strano fenomeno: l'India, che è uno dei paesi più poveri del mondo, ha formato molti quadri capaci di lavorare su Internet che adesso vengono esportati anche negli Stati Uniti. Tutto ciò dimostra la potenziale utilità delle nuove tecnologie in particolari scenari storici ed economici.

Quali considera i maggiori problemi italiani tuttora irrisolti?

C on la fine della prima repubblica si era creata la possibilità di un vero rinnovamento che in realtà non si è realizzato e non si sono trovate soluzioni, se non negative, alla crisi che si era aperta.

Il Mediterraneo come realtà geopolitica come è visto dall'Inghilterra?

D all'Inghilterra non è più considerato, come nel passato, un elemento centrale, il cuore, dell'impero. Gli inglesi non hanno una prospettiva precisa, considerano semplicemente il Mediterraneo una parte dell'Unione Europea, con caratteristiche specifiche. Lo amano da un punto vista sentimentale, infatti ci vanno spesso in vacanza e ne amano il sole, le bellezze naturali... Ma i paesi di quest'area sono molto diversi tra loro: Turchia, Israele, Spagna, Algeria, Tunisia, Italia... Non può esserci un giudizio unico!

Esiste qualcosa che unisce questi paesi o la "mediterraneità" è solo un concetto costruito artificiosamente?

L' elemento comune è il mare. Finora però c'è stata una grande divisione tra la costa del nord e quella del sud e questo a partire dall'epoca delle conquiste dell'Islam. La divisione tra Nord e Sud del Mediterraneo perdura da più di un millennio, è stata determinante e continua ad esserlo.

La globalizzazione attenuerà questi divari?

N on c'è una risposta che valga solo per il Mediterraneo: è certo che la globalizzazione possa unire elementi che prima non erano in relazione, ma non credo che, senza correttivi, possa abolire le differenze. Anzi proprio per il Mediterraneo le tensioni aumentano per la pressione dell'emigrazione da regioni con eccesso di nascite verso all'altra parte del mare, dove invece c'è un forte calo demografico e questo è piuttosto preoccupante perché in una nazione, come ad esempio l'Italia, dove in passato il razzismo era quasi assente adesso invece emerge in modo evidente.

Il Mediterraneo potrà riacquistare quel ruolo dinamico che in un lontano passato aveva?

N ell'ultimo secolo questa zona del mondo non è stata mai stata marginale: l'Italia del Nord, alcune parti della Spagna sono state all'avanguardia nel moderno sviluppo industriale, altre, come la regione balcanica, sono arretrate, ma nell'insieme non si può considerare quest'area come ininfluente.

Come vede la situazione politico-sociale italiana?

N on ho le competenze per dare giudizi né consigli, il grande problema per l'Italia, secondo me, è stato il non aver saputo organizzare un sistema politico post guerra fredda. Non è l'unico paese con questo problema, si è verificata la stessa cosa in Giappone quando quel sistema mondiale, che sembrava stabile e immodificabile, si è disaggregato e non è stato sostituito da nulla. In Italia il dibattito sulle riforme istituzionali o i sistemi elettorali non ha prodotto dei risultati, inoltre non è stato eliminato il forte disequilibrio tra le regioni del nord e quelle del sud. Senza un equilibrio nazionale non è possibile avere una politica nazionale. Gli stessi schieramenti politici italiani non hanno una base elettorale diffusa in modo uniforme su tutto il territorio. Oggi la maggioranza degli italiani spera che molti problemi possano essere risolti nel quadro dell'Unione Europea, io però sono piuttosto scettico.




Di Grazia Casagrande




7 luglio 2000