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Jean Hatzfeld

Commemorare il genocidio in Ruanda, dieci anni dopo, con un libro sconvolgente: A colpi di machete. Il giornalista francese Jean Hatzfeld, dopo aver pubblicato nel 2000 Dans le nu de la vie, con il resoconto delle sue interviste ai tutsi sopravvissuti, per questo nuovo reportage è andato nelle carceri ruandesi a incontrare gli assassini hutu: la mostruosità dello sterminio risalta ancora più brutalmente nelle loro descrizioni quasi asettiche, come di un lavoro compiuto perché non si poteva fare altrimenti. Ad Hatzfeld, a Milano per partecipare ai numerosi eventi che hanno dato rilievo alla commemorazione, abbiamo chiesto:

Quali impressioni ha ricavato dall’imperturbabilità di quei contadini trasformati dall’oggi al domani in cacciatori di uomini?

La caratteristica che distingue questo genocidio da tutti gli altri è che l’intero popolo degli hutu, fatto soprattutto di contadini ma anche di insegnanti, preti, funzionari, comunque nella stragrande maggioranza di civili, abbia compiuto con impassibile disciplina, quando non con soddisfazione, il sistematico sterminio di una minoranza non diversa né per colore della pelle, né per religione, né per lingua, né per territorio. Le etnie erano state differenziate soltanto durante la colonizzazione belga, con connotazioni di tipo soprattutto economico, più ricchi ed evoluti i tutsi, più poveri gli hutu, ma nonostante qualche impennata minacciosa sembravano convivere senza grossi problemi. Il 7 aprile 1994, quando esplose l’aereo del presidente della repubblica, che era hutu, i tutsi furono additati come i nemici da cancellare, e in tre mesi morì quasi un milione di persone. Il ricordo del genocidio è un’ossessione per i sopravvissuti, mentre gli assassini, pur ammettendo le loro colpe, non sembrano avere problemi psicologici. La mia impressione è che la situazione fosse tanto eccezionale nella sua mostruosità, da farli vivere in una sorta di irrealtà.

Come mai l’ONU e le grandi potenze, pur essendo al corrente della situazione, non fecero nulla per impedire il genocidio, anzi evacuarono tutti in gran fretta?

Non c’è una risposta plausibile. So che oggi si cercano delle scuse, ma in realtà mancano giustificazioni per un’indifferenza così generale e assoluta.

Qual è la situazione attuale?

Dal luglio del 1994, cioè quando la FPR, l’esercito di liberazione dei tutsi, prese il potere formando un nuovo governo, si cerca di ripristinare la convivenza tra le etnie. Quasi due milioni di hutu erano fuggiti in Congo, ma sono stati recuperati, distinguendo le varie responsabilità e assicurando alla giustizia i più implicati. Ma il cammino della pacificazione è ancora lungo, e non deve passare attraverso l’oblio.

Di Daniela Pizzagalli




5 ottobre 2004