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Intervista a Hanif Kureishi

Scrittore e sceneggiatore di film di successo, l’anglo-pakistano Hanif Kureishi è tra gli autori attualmente considerati di culto in Inghilterra. Cantore delle periferie e delle miserie di un’umanità marginale, testimonia, attraverso la propria biografia, l’emergere prepotente delle culture meticce.

Sono state importanti per te le particolare e duplici radici culturali?
Il fatto di essere cresciuto nell’Inghilterra degli anni Sessanta come ragazzo asiatico ed essere stato coinvolto nel complesso processo dell’integrazione razziale mi ha permesso molte riflessioni. Quando ho cominciato a scrivere, a metà degli anni ’70, l’immigrazione in Gran Bretagna, benché fosse già iniziata da vent’anni, non era un soggetto trattato dagli scrittori. Dal mio particolare punto di vista, guardando la vita di mio padre, è stato un tema abbastanza spinoso e drammatico ma, essendo io uno scrittore, è stato anche una specie di dono.

La letteratura riveste un ruolo nella formazione etica di un individuo rispetto al problema del rapporto con l’immigrato, l’altro, il diverso?

La letteratura non deve avere la finalità di affermare nessun tipo di etica perché deve avere molti e differenti scopi. Vedo il mio lavoro come un modo per descrivere il mondo dove ci sono gruppi sociali, ceti che nella storia non vengono considerati. Forse il fatto di parlare di immigrati è un modo per aiutarli a uscire allo scoperto e quindi a esistere: effettivamente questo potrebbe essere visto come una finalità etica.

Fino a che punto si può raccontare un mondo che non è il nostro? Fino a che punto si può raccontare “l’altro”?

Qualsiasi cultura o qualsiasi tipo di letteratura è in fondo un modo per raccontare l’altro. Anche il narrare storie ad altre persone significa dare la possibilità di capire cosa vuol dire essere un altro, creare uno scambio di punti di vista e di realtà.

Quali sono i tuoi rapporti con il Pakistan? Vi sei tornato?

Non sono più tornato in Pakistan dall’inizio degli anni Ottanta, così come la maggior parte della mia famiglia e dei miei amici pakistani. Da quello che sento dire è ormai un posto molto violento, quasi fascista, una dittatura religiosa. Non c’è la possibilità di confrontarsi con diverse culture, come avviene in India, non c’è pluralismo. Tutte le volte che vi sono stato ho avuto l’impressione, o la paura, di essere arrestato. L’ultima volta che ho chiesto il visto per andarci mi è stato rifiutato. Forse perché sono amico di Salman Rushdie. Ma è solo un mio sospetto non so se il mio visto è stato rifiutato per questo motivo.

Ti sei sperimentato non solo nella narrativa ma anche nel teatro, nel cinema, nella letteratura per l’infanzia. Quali diverse abilità hai utilizzato e il tuo messaggio attraverso quale di questi ambiti è più incisivo?

Ho sempre lavorato in vari settori. Quando ero ragazzo pensavo che prima o poi avrei scoperto quale fosse il campo su cui concentrarmi. Invece continuo a provare interesse per cose sempre nuove: scrivo un romanzo e subito ho la necessità di scrivere un saggio, poi passo a una storia per ragazzi… Ci sono comunque dei legami tra tutti questi settori: il raccontare, il creare una storia, l’esplorare i rapporti umani, descriverne le dinamiche. C’è poi l’esigenza di trovare una forma specifica per i singoli ambiti, intorno ai quali ci sono richieste e aspettative differenziate da parte del pubblico. Per me questo è uno stimolo, una fonte di interesse, soprattutto se parlo da scrittore. I miei primi libri come Il Budda delle periferie o My beautiful laudrette riguardano tutti l’aspetto razziale e credo di aver esaurito i miei pensieri su questo argomento, quindi ho iniziato a scrivere sul matrimonio, sulla creatività, sull’essere una persona di mezza età. Quando sfrutto molto un argomento alla fine mi annoia e quindi sono sempre alla ricerca di nuovi temi .

Tu, come pakistano, sei un osservatore privilegiato dei due mondi, l’occidentale e l’orientale. Dove, e quali, pensi possano essere, tra conflitti e incomprensioni, i punti di contatto tra le due culture?

Dopo aver vissuto a lungo in questi due mondi, mi sono reso conto di come siano in fondo simili e mi sono meravigliato. In Inghilterra, dopo l’ondata migratoria degli anni Cinquanta e Sessanta un po’ tutto è cambiato: l’Inghilterra stessa, ma anche gli immigrati. Ci sono nuovi punti di contatto interessanti e affascinanti ed è sicuramente stimolante pensare agli effetti che le persone hanno le une sulle altre. Naturalmente questo dal punto di vista culturale, nel cinema, nella letteratura nella musica ma anche, e la cosa è molto importante, nell’istruzione.

In che senso?

Le persone vogliono conoscere meglio la cultura di chi è entrato nelle loro vite. Ad esempio qualche giorno fa sono andato a prendere a scuola i miei figli (sono due gemelli di sette anni), aspettavo nel cortile e mi guardavo intorno, osservavo gli altri genitori e gli altri bimbi ed era una specie di incontro delle Nazioni Unite, allora ho pensato: che cosa si può insegnare a tutti questi bambini? e che cosa possono apprendere gli uni dagli altri? Sono queste le domande che fanno capire come potrebbe essere un nuovo tipo di istruzione anche se non so esattamente come dovrebbe configurarsi.

In che cosa consiste per te essere pakistano, dal momento che hai avuto scarsi contatti con la tua patria?

Il mio sentirmi pakistano nasce dalla curiosità degli altri. Io sono semplicemente un uomo seduto su una sedia, ma il fatto che tu mi abbia posto questa domanda, mi ha fatto avere coscienza di essere pakistano. Non posso comunque rispondere: sarebbe come se io ti chiedessi che cosa significa per te essere italiana e sono sicuro che non sapresti da che parte iniziare a rispondermi. Credo che, in generale, tutti veniamo da due culture perché comunque siamo allevati da genitori che sono persone tra loro diverse, sono un uomo e una donna e entrambi vengono da due contesti a loro volta differenti (indipendentemente dal fatto che siano uno pakistano e l’altra inglese). Si può dire che ognuno ha delle influenze da parte di entrambi i genitori, ma alla fine è semplicemente se stesso.

Di Grazia Casagrande




14 settembre 2001