I libri di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli sono ordinabili presso Internet Bookshop
Intervista a Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
Un disco dei Platters, con le parole di Guccini

Dove se non alla Libreria del Giallo potevano presentare ai milanesi il loro nuovo romanzo (Un disco dei Platters, edizioni Mondadori) Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini? Un pubblico eterogeneo divertente e divertito ha ascoltato gli ironici racconti dei due autori, novella coppia alla Fruttero e Lucentini, che si è ormai imposta nel panorama letterario italiano per il modo originale (e tutto emiliano) di affrontare la narrativa di genere giallo.
Ho scambiato due chiacchiere con loro dopo l'incontro (non si può parlare di intervista in senso canonico, sono troppo cordiali e disponibili... ) e ve le propongo così come, con allegria, le ho vissute.



Cosa significa scrivere un libro a quattro mani?
Macchiavelli
I ntanto significa scoprire delle cose che ci accomunano. Non è un caso che ci siamo messi insieme io e Guccini, in quanto veniamo tutt'e due dalla stessa valle del Reno, da quella vallata che si inoltra verso la Toscana. Significa avere ricordi in comune, scoprire cose che si erano dimenticate e ritrovarle, per quel che mi riguarda e per quel che riguarda anche Francesco, credo. Penso che a lui siano tornate in mente certe situazioni, certi personaggi che forse aveva dimenticato, o per lo meno questo è successo a me quando lui mi raccontava le sue storie. Personaggi comuni. Quindi una sorta di unione anche rispetto a un passato che ci ha fatto essere quello che siamo oggi.

Guccini
N on è che ci sia tanta differenza, in realtà, tra lo scrivere un romanzo da soli o a quattro mani. Il tempo più o meno è quello. Si tratta soltanto di trovarsi insieme. Prima si decide la trama e poi ognuno sceglie dei capitoli che sente più congeniali, più adatti alle proprie corde; dopo la prima stesura li passa all'altro che li modifica e infine li restituisce all'autore originario che li rivedrà ulteriormente. Comunque il lavoro deve essere sempre qualcosa che ti appassiona. Non ci si deve mettere a sedere e dire "oddio mio adesso devo scrivere!" No, ci si deve mettere a sedere e dire "adesso mi diverto e scrivo". E questo è il punto principale del nostro lavoro, che sia solitario o in comune.
Il vostro linguaggio è comune, perché avete radici comuni...
Guccini
A bbastanza dal punto di vista soprattutto della montagna perché Pavona e Vergato [i paesi d'origine dei due scrittori, ndr] sono a una trentina di chilometri di distanza, o forse meno. Lui è più basso e verso Nord, io sono più alto e verso Sud. Loro sono bolognesi di montagna, da noi sono quasi toscani, son già in provincia di Pistoia (ma dipende dai punti di vista, sono emiliani toscani o tosco-emiliani). Anche le piante sono un po' diverse. Tanto è vero che nel primo libro qualche volta dicevo "guarda Loriano che le piante che hai messo tu a questa altezza non ci sono", ma, scherzi a parte, come radici culturali penso siano molto simili.
E questo vi ha aiutato
S icuramente
Soprattutto nel linguaggio
Guccini
S oprattutto nel linguaggio, anche se il linguaggio più toscaneggiante lo uso io [e qui sorride] perché lui è più bolognese di me. Nel primo romanzo ad esempio ci sono personaggi con nomi emilianizzanti e altri con nomi toscanizzanti, quindi anche lì ci dividiamo un po' i compiti.
In Croniche epafaniche e Vacca d'un cane il linguaggio che utilizzavo era dialettale, anche se non proprio dialetto. Il giallo ha altri schemi, altri obiettivi, altri fini, quindi un linguaggio necessariamente diverso.
E la difficoltà di realizzare un lavoro coerente nella forma, uniforme?
Macchiavelli
Q uesto è un lavoro certamente doppio, se non triplo. Perché si tratta di riscrivere lo stesso discorso, la stessa storia, una volta per me, la seconda volta per quello che ha scritto Guccini (che io devo rivedere) e lo stesso capita a Guccini per il materiale mio. Alla fine tutto viene riscritto ulteriormente per dare vita a un linguaggio unitario. Il che significa un lavoro che è due volte, tre volte superiore a quello che occorre per scrivere un romanzo da soli.
In un certo senso però è uno stimolo...
Macchiavelli
È anche una sfida. Quando ci hanno chiesto di scrivere insieme il primo romanzo, non sapevamo assolutamente da che parte cominciare, e quindi è stato anche un modo di inventarci un nuovo modo di lavorare. Non so come lavorino gli altri, per dire Frutttero e Lucentini o Felisatti e Pittorru, per stare nei nomi italiani. Noi ci siamo dati il modo di scrittura che ci era più congeniale.
E come vi organizzate il lavoro?
Macchiavelli
I o amo solitamente andare a letto presto, mentre Francesco è un "animale notturno". Le prime volte che ci siamo incontrati ci si vedeva alle otto e mezza da Vito in osteria. A parte il fatto che io detesto lavorare in mezzo al caos, per un po' siamo andati avanti così, poi io non ce l'ho fatta più e abbiamo trovato una via di mezzo: ci incontriamo verso le cinque della sera (per me della sera, per lui...) e dalle cinque alle otto lavoriamo con una certa continuità.
Cosa significa scrivere un romanzo rispetto a una canzone o a un album?
Guccini
S embrerà ridicolo, ma scrivere una canzone forse è più difficile che scrivere un capitolo di un romanzo, perché il romanzo è dilatazione, nel senso che parte da un'idea che può essere contenuta in tre, quattro, cinque, sei pagine; la canzone non può durare un'ora o un'ora e mezza: la canzone è sintesi. Anche lì si parte da un'idea che però deve essere ristretta secondo degli schemi sillabici, e schemi strofici, metrici, di rima, di assonanza. E in più c'è una musica che la regola, perché la canzone deve essere cantata. Per me è più difficile la canzone. In un capitolo di un libro è possibile fare varianti, andare "di qua e di là", ma in una canzone, con uno schema strofico, bisogna tenere quello fino alla fine e molto spesso capita che la prima strofa venga di getto mentre per le altre si debba seguire lo schema senza la medesima spontaneità. Si tratta di un lavoro di lima.
Perché un giallo?
Macchiavelli
P erché la storia che aveva in mente Francesco da tanto tempo presupponeva la soluzione di un mistero. In secondo luogo, perché io sono un giallista (forse il migliore del mondo!), quindi tanto valeva continuare su questa strada...

Guccini
P erché il giallo mi è sempre piaciuto come genere, mi appassiona, tuttora leggo moltissimi gialli. Quindi volevo fare un giallo mio. Poi so benissimo di non essere un giallista, mi manca forse la trazione della trama, la capacità di inventare una vicenda che sia logica e conseguente. E per caso, quella sera quando è saltata fuori, vagamente, la storia del primo romanzo c'era un editor della Mondadori...
Quali libri leggete e quali consigliate di leggere?
Macchiavelli
T utti gli autori italiani, che sono molto più bravi degli stranieri. Ma non lo dico solo io. Ce ne sono tanti, c'è soltanto l'imbarazzo della scelta e devo dire che il livello è mediamente ottimo. Restando nell'ambito del romanzo giallo, citerei Olivieri, che molti dovrebbero conoscere, perché, lui sì, è uno dei padri del giallo italiano. Ma anche Andrea Pinketts, Carlo Oliva, Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri e mi dispiace dimenticarne altri. Sono tutti autori che andrebbero scoperti, che invito a scoprire.

Guccini
L eggo molto di più di quanto ascolti musica. In più, per un fatto generazionale, se faccio una cosa non posso farne un'altra, se leggo non ascolto musica e viceversa. Ho una figlia di vent'anni che riesce a leggere, ascoltare musica, fare ginnastica acrobatica e guardare la televisione. È una mutazione genetica.
Montalban mi piace, Camilleri mi piace. Naturalmente da ragazzino sono passato attraverso la narrativa gialla straniera, ma l'eroe doveva essere sempre americano, massimo inglese, se era anche solo francese mi disturbava. Poi, crescendo sono arrivato al giallo italiano, che devo dire è molto più divertente. Anche perché leggere un romanzo ambientato a Bologna, in via Saragozza, che conosco, è molto meglio che leggere una storia ambientata nella Quinta Avenue che nemmeno so dove va a finire. Nella mia vita di lettore c'è stato il periodo "eliottiano", quello "borghesiano". Quando mi piace un autore cerco di leggere tutto quello che ha scritto.
Comunque non oso dare consigli di lettura a nessuno... Posso dire che il mio "libro della vita" è il primo, Pinocchio. L'ho letto che avevo cinque anni, ed è bellissimo. È il primo che ho letto nella mia vita in assoluto. Tenendo presente, raccomandando, che nessuno si confonda: il pesce è un pesce veramente, perchè è un pescecane e non è una balena.
Si era detto che non ci sarebbe stato un seguito a Un disco dei Platters e Macaronì, che non ci sarebbe stato un terzo libro. Invece adesso sento che un terzo libro ci sarà.
Macchiavelli
I o ho detto a tutti che non avremmo scritto il terzo libro, poi ho saputo che Guccini va a dire in giro che lo scriveremo...

Guccini
C omunque più di tre non ne possiamo fare, perché il nostro eroe, il maresciallo Santovito, sta invecchiando. La terza storia si svolgerà probabilmente nel 1970, Santovito scenderà per un po' di tempo dalla montagna, e tra montagna e città tutto può succedere... Ah, l'assassino è il maggiordomo cinese.


Intervista a cura di Giulia Mozzato




29 gennaio 1999