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David Grossman

I romanzi di Grossman raccontano il dolore che nasce dall'amore. Dalla disperata quotidianità del suo Paese, questo autore israeliano ci trasmette un messaggio di tensione verso la felicità che il male di vivere stronca inesorabilmente. Grande scrittore vede nella letteratura una sfera in cui la sensibilità può esprimersi autonomamente, e nell'impegno giornalistico un momento di dibattito politico: due aspetti della propria personalità che vuole tenere distinte e a cui dà uguale importanza.


Le situazioni del suo nuovo libro descrivono rapporti che si sviluppano in due ambienti chiusi: due persone che si confrontano durante un viaggio in macchina; e due donne, madre e figlia, in una camera da letto, che si raccontano parte della loro vita. Situazioni conflittuali che forse cercano un po' di pace. Possiamo pensare a una metafora della situazione di Israele?
Mi stupisce e mi riempie sempre di meraviglia la creatività dei lettori che traducono ogni situazione umana in un'analogia e in una similitudine di natura politica. No, la mia storia non è una metafora della situazione politica. La storia del primo racconto è quella di un uomo e di una donna chiusi in un'automobile, quindi in un ambiente claustrofobico e, anche se sono entrambi israeliani, hanno pur sempre il diritto di porsi di fronte alla loro situazione personale e non necessariamente politica. Ritengo che sia sbagliato guardare a qualsiasi cosa succeda in Israele o agli israeliani solo per ricavarne delle indicazioni politiche. Anche noi abbiamo diritto di vivere esperienze soggettive, di godere e di soffrire umanamente: quella storia poteva succedere in Italia... Anche qui può capitare che un uomo e una donna si ritrovino seduti insieme in un'automobile a parlare degli aspetti delle loro vite umanamente più dolorosi e più laceranti, senza per questo dover pensare per forza a una metafora. Quindi in nome e per conto della mia storia protesto contro questa metodica.

Il titolo della seconda parte del libro (che poi è quello dell'intero volume) vuole significare che il linguaggio del corpo comunica più cose rispetto alle parole?

È così: il linguaggio del corpo sa parlare più di quello delle parole. In molti miei libri, ma in particolare in quest'ultimo, ho tentato di dare un nome, e quindi un'espressione linguistica, a sensazioni fisiche, a sfumature anche impalpabili di emozioni corporee per le quali non esiste in realtà un nome e ho cercato di rendere quanto più possibile coll linguaggio elementi elusivi, sfuggenti. È difficile, per l'appunto, perché il linguaggio non offre termini così sottili per coglierli. Ho cercato di realizzare questo tentativo attraverso metafore, creando atmosfere e, soprattutto, cercando di esserci io, lì, interamente, con tutto me stesso, per rendere queste atmosfere il più possibile fisiche. Tutto ciò ha a che fare con la mia pratica dello yoga: anche nello yoga si cerca di creare un dialogo tra corpo e anima e ho notato che da quando ho cominciato a praticarlo anche il mio personale dialogo si è fatto più articolato. Con questo metodo si cerca di inviare, di far penetrare il respiro in tutte le parti del proprio corpo. E se uno prova – e questo lo posso dire perché a me è successo – può avere un dialogo più diretto con tutto se stesso. Verso la fine della storia di cui stiamo parlando c'è la descrizione del massaggio che l'istruttrice di yoga pratica sul ragazzo. Dagli esperti ho saputo che le reazioni di chi riceve il massaggio possono essere molto forti, tanto da prendere totalmente alla sprovvista, reazioni a volte sorprendenti: c'è chi si mette a piangere, chi sviene e chi riesce a sentire cose delle quali non era consapevole prima. Ciò significa che, toccando qualcuno in una determinata maniera, si riesce a parlare al suo corpo - e non solo a quello - tanto che si liberano, si sprigionano delle emozioni che la persona aveva dentro. Non è forse quello che gli scrittori cercano di fare? dare voce e espressione a cose mute, senza voce, cose di cui le persone non sono consapevoli.

Lei sceglie di rappresentare il mondo contemporaneo con storie forti di sentimenti: è un tentativo di riappropriarsi di una certa normalità almeno nei rapporti interpersonali? Significa che attualmente la situazione psicologica è degenerata? Come si vive insomma oggi in Israele?

L'atmosfera in questi giorni è quasi di disperazione. Avevamo nutrito qualche speranza fino a un paio di mesi fa con l'avvio della Road Map, che poi letteralmente è esplosa. Ancora una volta siamo di fronte alla visione di due popoli, gli israeliani e i palestinesi, incapaci di riscattarsi, di redimersi, incapaci di strapparsi alla propria tragedia. Intendo dire che non sono soltanto gli uni vittime degli altri, ma sono ciascuno vittima della propria situazione psicologica, dei traumi del passato, della propria storia. Non riescono quindi a fare la cosa giusta anche se tutti sanno quale sarebbe la cosa giusta da fare. Anche se gran parte sia degli israeliani che dei palestinesi sarebbe disponibile a fare le gravose, pesanti concessioni necessarie per conseguire un poco di stabilità, sono entrambi incapaci di percorrere questo cammino. È, dunque, stupefacente assistere alla situazione in cui due popoli, entrambi intelligenti e ambiziosi, sono assolutamente paralizzati e per ciò stesso condannati. Questa è un'autentica tragedia.

E come vive la gente nella vita di tutti i giorni questa situazione di disperazione?

Con paura…Ciascuno di noi vive pensando ogni sera che non sa se arriverà al giorno dopo e ogni giorno senza sapere se arriverà alla sera. Ciascuno di noi oramai conosce qualcuno che è stato ucciso o, peggio ancora, è stato gravemente ferito o mutilato da un'azione terroristica. Chiunque sia stato in Israele anche una sola volta, sa quanto sia viva, vitale, fervida e carica di energia l'atmosfera, e quanto questo popolo sia ambizioso e pieno di energia. Oggi la paura si avverte nell'aria. Ripenso a come era la vita una decina di anni fa, quando c'era ancora speranza e mi sembra di aver avuto – so che molti in Israele condividono questa sensazione - una sorta di di allucinazione. Ci sembra di vivere una vita parallela a quella che avremmo potuto vivere se il processo di pace fosse continuato. È questa la cosa più pericolosa, più pesante da sopportare fra tutte quelle che ci sono capitate: il non vivere. Perché noi non viviamo: cerchiamo semplicemente di conservare la speranza di poter sopravvivere, giorno dopo giorno. È come se camminassimo cercando di schivare le gocce, ma queste gocce, a volte, sono esplosioni. È una cosa tremenda, soprattutto perché crea un certo stordimento. Che cosa intendo dire: il primo giorno dopo un attentato esplosivo effettivamente la gente è sconvolta, in giro non c'è più nessuno, i caffè, i ristoranti sono vuoti… Già due giorni dopo la gente comincia a ritornare come se tutto fosse normale, si abitua. Ma si abitua a cosa? A sedere sulla bocca di un vulcano? alla devastazione della vita propria e dei propri figli? a vivere sull'orlo di un abisso che può provocare un'eruzione in qualsiasi momento, in ogni secondo? Da dove sono seduto a scrivere ogni giorno sento le sirene delle ambulanze. Se ne sento una sola penso: una donna sta partorendo. Se ne sento due: accipicchia c'è un'epidemia di parti, oggi! Quando sono più numerose capisco che è successo qualche cosa di tremendo… E allora iniziano delle ore di pazzia, ore in cui ciascuno di noi comincia a telefonare a tutte le persone care. È questo un modo di vivere? Non lo è. Mi rivolgo specialmente a noi israeliani perché abbiamo il potere di cambiare la situazione: Israele può andare dai suoi partner, anche dai suoi nemici, e suggerire idee che cambino la situazione.

Perché non succede?

Perché la gente ha paura, e quando si ha paura non si agisce in maniera razionale. Eppure oggi, per chi vive dalle nostre parti, aver paura è la cosa più razionale che ci sia. Questo vale per israeliani e palestinesi ma quando si ha paura, non ci si fida del proprio avversario, della propria controparte e non si crede neanche per un istante alle sue promesse. Dopo la firma degli accordi di Oslo, un gesto di enorme coraggio che ha riaperto tante speranze, ciascuna delle controparti ha cominciato ad agire in modo esattamente contrario a quello pattuito. E allora gli israeliani hanno incrementato gli insediamenti e hanno cominciato a rendere sempre più amara e sempre più dura la vita dei palestinesi, e i palestinesi hanno cominciato a portare nei loro territori armi e munizioni, cioè hanno cominciato, letteralmente, a prepararsi per una guerra contro gli israeliani. Così, dopo un secolo di ostilità, è molto difficile cambiare rotta. Sarebbe necessario un cambiamento profondo a livello personale, psicologico ma questa cosa non è realizzabile in modo rapido. È molto più facile restare abbarbicati ai vecchi modelli, ai vecchi comportamenti, e al vecchio modo di guardare e di considerare la controparte. È come un uomo attaccato al ramo di un albero con una sola mano: vuole cambiare mano, c'è un attimo in cui una mano si stacca e l'altra non è ancora attaccata al ramo, è sospeso in aria e non sa che cosa succederà: si salverà o cadrà?

Vista la situazione non sembra a tutti necessario correre questo rischio?

Dopo tanti anni di violenza, molte persone non hanno semplicemente la forza o l'energia di rischiare. Prima di tutto questo vuole dire modificare la propria visione del mondo e non bisogna dimenticare che qui non stiamo parlando di paranoie: ci sono dei dati fattuali molto importanti. Da entrambe le parti, in entrambi gli schieramenti ci sono molti, moltissimi elementi estremisti, violenti e fanatici in senso religioso. Questi vedono la pace come contraria al proprio interesse perché vorrebbero avere una soluzione radicale: o che Israele diventi tutta Palestina, o che la Palestina diventi tutta Israele, a seconda da quale delle due parti si guarda il problema. Sono loro il vero problema. Dopo ogni attentato terroristico, dopo ogni liquidazione, o eliminazione mirata di qualche capo di Hammas da parte delle forze israeliane, sono sempre più numerose le persone attirate in questo circolo vizioso fatto di odio e di violenza. Dunque non è più solo la guerra fra israeliani e palestinesi, è qualcosa di più complesso, è la guerra fra moderati ed estremisti all'interno di ciascuno dei due versanti. E purtroppo da qualche tempo sono gli estremisti che stanno prendendo il sopravvento.

Per tornare a parlare del suo ultimo libro: ritrae soltanto la situazione esistenziale e psicologica dei personaggi o risente del clima tragico che ha appena descritto?

Credo che ciascuno di noi (in particolare uno scrittore) sia il frutto, il prodotto della storia, della realtà del suo popolo. È inevitabile che gli scrittori siano più consapevoli di altri di quale enorme potenziale di sofferenza esista negli esseri umani. In questo senso non penso affatto che i miei personaggi abbiano qualcosa di eccezionale. Tutta la letteratura mondiale affronta i temi del dolore, della complessità della vita umana e delle paure degli esseri umani molto più di quanto non affronti i temi della felicità. Ripenso sempre alla canzone del cantautore belga, Georges Brassens, che dice che non esistono amori felici [Il n'y a pas d'amours heureux, ndr]. Però scrivo anche di persone più in armonia con se stesse e la cosa mi dà un gran piacere e una grande soddisfazione, con effetto quasi terapeutico: vivrei per un paio d'anni con un personaggio che ha trovato dentro di sé l'energia per riscattarsi e, quindi, per amare e per essere amato in modo finalmente armonioso. Ma se rivolgo lo sguardo attorno e vedo le persone che conosco, le storie che vivono e che io stesso ho vissuto, comincia a essere un po' più difficile. Quando due persone si mettono insieme, ciascuna si mette a nudo di fronte all'altra. E questo, di necessità, crea molta sofferenza, molto dolore. Del resto ho sempre pensato che gli uomini non possano essere felici se non in maniera superficiale una volta che abbiano superato i 3 o 4 anni di età: quando cominci a renderti conto – e questo succede presto – di che cosa sia il mondo, di che cosa sia l'indole dell'essere umano, di quali siano i limiti del nostro corpo e della nostra anima, e di quale sia la contraddizione costante tra ciò che vogliamo e ciò che il mondo vuole da noi, inevitabilmente si finisce per vivere con dolore. Occorre un'enorme vitalità per resistere e contrastare questa tristezza e per andare avanti. Però, paradossalmente, questo descrivere situazioni, vicende così complicate, ha reso la mia vita più felice e in un certo modo più semplice. È come se sentissi che lì, in quelle situazioni, non ci sono più, sono altrove.

Di Grazia Casagrande




3 ottobre 2003