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John Grisham

Ogni suo romanzo diventa un best seller: ma qual è il segreto del successo? Parlando del suo ultimo libro, Il Broker, Grisham sa raccontarci se stesso, l’America oggi e i suoi dilemmi.

Nei suoi romanzi gli avvocati sono quasi sempre presentati come persone disoneste. È una visione estremizzata della realtà o è così davvero?

Non è divertente né interessante parlare delle persone oneste è molto più facile descrivere i disonesti! È difficile pensare di poter tessere una trama parlando dei cosiddetti buoni, anche se in realtà sono la maggioranza. La maggior parte degli avvocati infatti è composta da grandi lavoratori e da persone oneste, però è molto più stimolante scrivere e parlare degli altri, dei delinquenti.

Perché ha abbandonato un genere di successo come quello del legal thriller?

Dopo aver scritto diversi romanzi seguendo un filone e una precisa tipologia di romanzo ho sentito la necessità di cambiare genere; e credo che la sfida maggiore di The Broker sia stata proprio quella di abbandonare il legal thriller. Nel romanzo c’è ben poco linguaggio giuridico, non si parla quasi di avvocati e in più ho voluto cogliere un’altra sfida e ambientare la storia in un paese che non conoscevo molto bene. Per sfida intendo le scelta di sperimentare continuamente e per me quello che ho fatto per scrivere questo romanzo è stato senz’altro un lavoro di ricerca (per altro estremamente piacevole). E ora che l’ho pubblicato, mi sento soddisfatto, sia per aver creato una efficace suspence nella storia che per aver saputo coinvolgere il lettore.

L’Italia e in particolare Bologna sono entrate in questo suo ultimo romanzo: com’è stato il suo incontro con quella città e con il nostro Paese?

Per quanto riguarda Bologna, prima di visitare la città non ero sicuro di voler ambientare là il mio romanzo. Nel 2004 vi ho trascorso la prima settimana di luglio e ne sono stato subito conquistato; sono tornato a inizio agosto e la città era completamente vuota, c’ero praticamente solo io, e questo mi ha permesso di girare in lungo e in largo per le sue vie e le sue piazze e di amarla sempre di più. Poi ho pensato che Bologna sarebbe stato il luogo ideale per nascondere il protagonista del mio ultimo romanzo ai servizi segreti che gli davano la caccia. Vi sono tornato in settembre per curare gli ultimi dettagli del libro e finalmente ho visto anche com’è la vita universitaria bolognese perché gli studenti erano finalmente ritornati. Naturalmente oltre a queste visite dirette ho letto quanto più possibile sulla città.

La vita italiana come metafora del saper vivere si contrappone spesso allo stile di vita americano.

Per quanto riguarda la metafora della vita italiana contrapposta a quella americana, non credo si possa parlare di una metafora: il fatto che io sia venuto in Italia moltissime volte dipende dal mio amore per il vostro Paese. C’è un concetto di tempo diverso rispetto a quello americano, ad esempio una casa che ha 200 anni qui è considerata nuova mentre per noi è antica; negli Stati Uniti nessuno si sognerebbe di trascorre due ore a pranzo gustando il cibo e il vino; noi americani siamo molto meno bravi a godere della compagnia della nostra famiglia e dei nostri amici di quanto non siate voi; abbiamo sempre troppe cose da fare e troppi posti in cui andare, mentre mi pare che in Italia anche le città più grandi abbiano mantenuto le caratteristiche del paese piccolo.

Non era riconosciuto dalla gente quando passeggiava per le strade di Bologna?

In realtà mi capita raramente di essere riconosciuto per strada, sia in Europa che negli Stati Uniti. Tante volte, scherzando, dico che sono uno scrittore famoso in un paese in cui non legge nessuno. Talvolta, nei ristoranti o negli hotel, se lascio il biglietto da visita, qualcuno mi riconosce leggendo il nome: insomma credo che il livello di fama e di notorietà che ho sia quello accettabile, quello che mi permette di vivere serenamente. Il soggiorno bolognese è stato molto piacevole: sono aumentato di oltre cinque chili! Quando andavo al ristorante portavo con me quaderno, carta e penna e prendevo nota sia delle pietanze che del vino. Ho capito poi che quanto più scrivevo tante più portate mi venivano servite al tavolo, e questo naturalmente mi ha fatto ingrassare.

A lei viene in genere attribuita l’invenzione del legal thriller come genere.

Non sono senz’altro stato io a inventarlo! Ho semplicemente utilizzato la suspence del romanzo poliziesco e l’ho inserita nell’ambiente legale e giudiziario. Forse ho solo dato maggior fama al genere: ci sono stati altri scrittori che, prima e anche meglio di me, hanno scritto dei legal thriller. Forse l’unico merito che mi si può riconoscere è stato quello di aver reso questo filone molto popolare, ma non mi voglio sentire imprigionato dal genere. Per questo con The Broker ho cercato di fare qualcosa di diverso, un giallo, un thriller classico. Nel corso degli ultimi cinque anni, peraltro, ho scritto almeno tre libri che non hanno un’ambientazione di stampo giuridico e legale. Quello che sto scrivendo ora non è fiction ma racconta una storia reale: credo che sia arrivato il momento, dopo diciotto libri, di cambiare!

Ci parli del nuovo progetto.

Come ho detto, è la prima volta che mi cimento con un genere che non sia la fiction. In realtà si tratta della storia di un uomo, nato e cresciuto nello stato dell’Oklaoma, che alle scuole superiori era considerato un grande talento come giocatore di baseball, e tutti si aspettavano che diventasse un vero campione. Ma non ce l’ha fatta, non è riuscito a diventare un giocatore famoso e, ritornato nel suo paese natale, ha iniziato a soffrire di problemi di salute mentale. Viene accusato da un poliziotto corrotto, processato e condannato per un omicidio che non ha commesso. Viene messo nel “braccio della morte” e nel 1994 gli viene annunciato che dopo 5 giorni la condanna a morte (per un crimine che non ha mai commesso) verrà eseguita. Per fortuna non è stato giustiziato, anzi nel 1999 grazie alla prova del DNA è stato scagionato e quindi rilasciato dopo aver passato 12 anni in prigione. È morto lo scorso dicembre a 51 anni e, quando ho letto il suo necrologio ho avuto la sensazione che nemmeno in un momento di grandissima ispirazione creativa sarei stato in grado di scrivere una storia così avvincente come quella di questo personaggio; quindi non ho fatto altro che prendere il telefono, chiamare il mio editore e informarlo che quello sarebbe stato l’argomento del mio prossimo libro, ma che non si aspettasse un romanzo! Ho impiegato gli ultimi nove mesi a compiere ricerche su questo argomento e adesso sto scrivendo il libro che probabilmente verrà pubblicato nel 2006.

Pensa che anche Il Broker diventerà un film?

Per ora non c’è nessun accordo e nessun negoziato in corso. A volte succede che i miei libri vengano trasformati in film e a volte no, dipende dagli eventi e soprattutto credo che l’industria cinematografica americana stia attraversando un periodo di cambiamento: l’ultima stagione ha segnato dei successi di botteghino alquanto moderati, questo perché molti dei film usciti recentemente sono brutti e questo ha avuto naturalmente un riscontro negativo da parte del pubblico e sta determinando un forte cambiamento nell’industria cinematografica americana. Ciò non significa che se un bravo produttore, un bravo regista mi proponessero di girare un film da The Broker io non sarei d’accordo, anzi mi piacerebbe molto l’idea di poter venire a Bologna, di osservare mentre girano il film, e forse stavolta invece che di 5 chili ingrasserei addirittura di 10 chili. In ogni caso per il momento direi che c’è circa il 50% di probabilità che questo romanzo diventi un film.

Di Grazia Casagrande




12 settembre 2005