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Almudena Grandes

Ha conquistato la notorietà con un libro/scandalo, Le età di Lulù, ma l'ha conservata grazie alle grandi capacità di scrittrice. In questa intervista parla di donne, di erotismo e della difficoltà di conciliare la professione della scrittura con gli impegni familiari, ne emerge una figura femminile moderna, ma per nulla trasgressiva.

Quali sono le caratteristiche, secondo lei, della donna di oggi?
Credo che non si possa parlare in generale, è un concetto che ribadisco sempre: è un errore parlare della donna o delle donne tout court perché ne esiste più di una tipologia. Soprattutto credo che quelle indipendenti, che lavorano, che hanno una vita familiare talvolta complessa, ma che devono fare anche le casalinghe, in forma più o meno completa, abbiano una vita molto complicata. Sono convinta che in questo periodo storico e in questo tipo di società, appartenere a questa categoria di donne sia la cosa più difficile. Tutt'altra vita è quella delle donne dipendenti, economicamente e non solo, dal marito. Spesso penso che la mia vita sia più simile a quella di un uomo che a quella di una donna di questo tipo.

Spesso le sue protagoniste sono donne: è un argomento di cui le piace parlare.

È difficile parlare di donne, io posso farlo di quelle che mi interessano come scrittrice e anche come persona. Credo che nella letteratura classica ci siano stati due modelli: la donna fredda, misteriosa, elegante, distante, e quella che piange, che soffre, che si tormenta. Piange perché è una donna disgraziata, non sa che cosa fare della sua vita, non sa dove vuole arrivare e attraverso quali strade. E così piange, piange... A me non interessa però né l'una né l'altra. Ho provato ad avvicinarmi, e ad avvicinare i lettori, a una tipologia che forse non sa ancora con precisione chi sia, che vive immersa in una contraddizione perpetua, ma cerca di sopravvivere a mille problemi e a mille conflitti contrapposti. Questo è ciò che rende forti le figure femminili nei miei libri: alcune non lo sono naturalmente ma lo diventano per la necessità di vivere ogni giorno una vita molto complessa ed è proprio questo che a me pare interessante descrivere.

L'aspetto esteriore ha un peso?

Credo che lo abbia. Anche l'aspetto degli uomini ha un peso, ma per le donne è più sensibile. I brutti-brutti e i belli-belli hanno gli stessi problemi, credo però che il confine, la frontiera della bruttezza cominci prima per una donna che per un uomo. A volte una certa bruttezza è per gli uomini quasi un pregio. Intendo dire che ci sono difetti tollerabili in un uomo e non in una donna per la quale l'aspetto pesa ancora molto e, in questo particolare periodo storico, troppissimo. Mi domando spesso dove sia finito tutto il movimento femminista che è stata l'unica rivoluzione sociale trionfante di tutto il secolo Ventesimo. Quando poi osservo che, in questi primi anni del secolo XXI, le top model sono sempre sulle copertine di tutte le riviste, che le bambine sognano di fare le modelle da grandi, che sono nate nuove malattie come l'anoressia per l'ossessione dell'essere troppo grasse, che le ragazze, anzi addirittura le bambine, sono assolutamente angosciate dalla paura di non appartenere al modello unico di donna imperante oggi, credo che tutto ciò sia veramente una sconfitta, una sconfitta di cui non si parla perché c'è un consenso che la circonda. Spesso le adolescenti sono un po' superficiali, anzi alcune lo restano tutta la vita, e non guardano a questo problema come a una cosa importante, ma per me lo è. Da sempre in Occidente, e forse anche in Oriente, c'erano tipi diversi di bellezza e questo si può vedere sia in letteratura, che in pittura. Si poteva essere belli in forme diverse, non c'era l'esigenza di essere tutti uguali, tutti magri, tutti giovani: adesso invece c'è un modello unico di bellezza e se vi appartieni va bene, se no sei perduto. Di tutto ciò esistono aspetti che mi fanno paura: sono molto turbata quando, per esempio, vedo ragazzine di 16-17 anni che sono molto basse o piuttosto grasse che vanno vestite esattamente come quelle alte e magre; è terribile, mi fanno proprio pena.

L'erotismo, all'interno della letteratura, è una specie di ornamento serve a renderla più appassionante e attraente, o è qualcosa di più, uno strumento per scardinare la tradizione?

Credo che l'erotismo sia sempre stato uno dei grandi temi della letteratura di tutti i tempi perché è uno degli argomenti che appassionano nel profondo gli esseri umani ma, pur essendo un tema fondamentale, non sempre è stato valorizzato come avrebbe dovuto sia per pressioni esterne, che per motivi culturali, religiosi, morali, ma credo che negli ultimi anni abbia recuperato la sua importanza fino a quando, finalmente, ha avuto molto successo. Adesso la letteratura prettamente erotica è stata retrocessa a cultura di serie B perché l'erotismo appare in tutti i tipi di letteratura e non si ha più bisogno di pubblicare in una collezione specifica un libro di questo tipo: insomma è un genere morto per troppo successo. Naturalmente ci sono anche scrittori che nei libri mettono sesso come mettono crimini, come mettono sangue, solo per vendere.

Cambia se l'erotismo è scritto da donne piuttosto che da uomini?

Cambia come cambia il corpo, la cultura, l'ideologia, il pensiero dell'autore. Quello femminile è un punto di vista che non era rappresentato perché la letteratura, come tante altre cose, è stato un ambito maschile per tanti anni ed erano gli uomini a dare la prospettiva dell'erotismo anche dal punto di vista delle donne e spiegavano i tanti miti sulla sessualità femminile in un modo che noi non possiamo condividere proprio perché eravamo le protagoniste mute. Questo è un atteggiamento che credo che non esista più. Così come può essere importante che le donne scrivano sul potere o sull'istinto assassino: ci sono tante cose che non sono mai state viste da un punto di vista femminile.

Come le sembra che i ragazzi di oggi si rapportino con le donne?

Credo che non soltanto gli uomini ma anche le donne (non so se questo avvenga anche in Italia, ma mi hanno detto di sì) stiano cominciando a tornare indietro, ci sia insomma una certa forma di regressione. Ho l'impressione che la gente della mia generazione avesse un rapporto più diretto e più libero anche con l'altro sesso, ho l'impressione che si stiano reimpiantando attitudini antiche. Ho una sorella di trent'anni e parlo molto con lei delle sue amiche e mi sorprendono i loro rapporti molto formali rispetto a quelli che aveva la gente della mia età: i miei amici mi chiamano o non si fanno vivi per lungo tempo, mi invitano a cena o non lo fanno, ma il rapporto con loro non si incrina, è sempre solido. Per la "mia gente" certe formalità non significavano niente. Voglio dire che per la mia generazione uscire a cena con un amico era normale, non lo facevi soltanto con il fidanzato e non cercavi un fidanzato perché volevi sposarti. Adesso mi sembra che stia tornando questa attitudine, che le donne si vogliano cercare un uomo per sposarsi ed è per questo che ho l'impressione che si stia tornando indietro.

Nel suo ultimo romanzo la sessualità è uno dei tanti temi, di certo meno centrale. Perché? Per una evoluzione letteraria o per una maturazione umana?

Da Le età di Lulù a Atlante di geografia umana la critica ha visto una grande evoluzione, cosa che io non vedo. C'è di certo una crescita letteraria, ma soprattutto un cambio di punto di vista. In Le età di Lulù l'unico conflitto della protagonista era la sessualità, in Atlante di geografia umana le protagoniste hanno molti problemi e tra questi anche la sessualità, ma senza che sia il più importante. Così ho adottato un punto di vista diverso perché ho voluto raccontare una storia diversa su conflitti diversi.
Ho scritto fino a questo momento quattro romanzi e adesso ne ho appena pubblicato un quinto. Quando stavo finendo il quarto ho avuto la sensazione di avere scritto una quadrilogia, cioè quattro romanzi, quattro sguardi diversi sullo stesso mondo. La mia è una letteratura testimoniale, perché ho parlato molto di quello che ho conosciuto, della gente vicino a me, della mia generazione, della mia città, del mio Paese, dei conflitti sentimentali, sessuali, morali, ideologici di gente vicina e simile a me. È un'esperienza conclusa perché, quando ho finito di scrivere l'Atlante, ho capito che non avevo più niente da dire in quel senso. Ci sono punti di vista diversi tra il primo e il quarto libro ma ho avuto la sensazione che se avessi sviluppato la figura di Lulù in un personaggio con più sfaccettature, avrebbe potuto essere intercambiabile con Malena.

Identifica Lulù cresciuta (sono passati dieci anni dal suo primo libro) in una delle quattro donne dell'Atlante? Insomma esiste una protagonista in quel romanzo o sono tutte sullo stesso piano?

A me non piace assolutamente scrivere seconde parti. Ana ha una storia adolescenziale abbastanza simile a Lulù: a lei va male perché sbaglia persona, si innamora di un uomo stupido, cosa che non era successa alla protagonista del mio primo romanzo.

Ha proiettato parti di sé su una delle sue donne?

Si può scrivere solo quello che si ricorda. Che cosa significa questo? Non che si può scrivere solo quello che si è vissuto veramente nella propria vita, ma che si può scrivere la storia di un personaggio se lo scrittore trova in se stesso una fibra, un registro nella memoria che gli permetta di capire che cosa fa il personaggio, che cosa sente, che cosa ama o odia. Per questo è impossibile non essere nei propri personaggi: uno scrittore è sempre i suoi personaggi. In Atlante di geografia umana ci sono due donne che assomigliano di più a me e due di meno, ma è proprio una di queste la mia preferita perché quando ho finito il romanzo ho capito che avrei potuto scrivere l'intero libro soltanto su di lei, cosa che non sarei stata in grado di fare per le altre. Per questo è la mia favorita anche se non ha molto in comune con me: una cosa sì, però, l'idea della solitudine.

La solitudine e la solidarietà: secondo lei fanno parte della vita di ogni donna?

La solitudine fa parte della vita di ogni persona: i romanzieri in particolare sono individui molto soli. Fra tutti gli artisti noi siamo quelli più isolati perché lavoriamo per anni in assoluta solitudine: un musicista per esempio può eseguire un brano, un poeta può leggere una poesia anche se non ha finito l'intera opera, anche uno scultore lavora con la materia e ha qualcosa tra le dita: un romanzo non finito non è niente e un romanziere sta due, tre, quattro anni lavorando con qualcosa che non esiste, che può non esistere mai perché c'è sempre il rischio, mentre scrive un libro, che lo metta in un cassetto e lo abbandoni.

Come lavora?

Sempre al mattino. Perché sono molto più intelligente al mattino che alla sera. L'ho scoperto anni fa. La notte mi piace uscire, andare a letto tardi, ma non posso lavorare perché mi addormento, anche di pomeriggio sono molto lenta; il mio momento migliore per scrivere è sicuramente il mattino. Lavoro tutti i giorni: a volte devo portare a scuola mia figlia (con il padre ci alterniamo in questo compito), ma dal primo momento libero mi metto a lavorare. Resto a tavolino poche ore, cinque o sei, perché scrivere mi stanca molto e dopo sei ore comincio a lavorare male, ho perso la tensione e così lascio lì.

Ha una scrittura sofferta o immediata?

Non lavoro come il resto dei romanzieri che scrivono in fretta e poi correggono e ricorreggono. Scrivo lentamente perché se non mi piace una parola non la uso e vado alla ricerca di quella giusta. In un certo senso utilizzo la lingua come un poeta, non come un romanziere. Scrivo molto lentamente ed ho una produttività molto bassa, per questo i miei romanzi sono così distanti nel tempo. Quando sono a buon punto nella stesura vado molto più in fretta, sono più presa dalla storia, so già tutto della trama, invece quando sono all'inizio, produco un foglio, mezzo foglio al giorno, non di più. Correggo la struttura ma molto poco lo stile perché se non mi piace una parola non la uso fin dall'inizio.

Di Grazia Casagrande




22 febbraio 2002