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Carlo Grande

Carlo Grande, giornalista della Stampa e direttore di Italia Nostra, è l'autore di uno dei romanzi più venduti e apprezzati dell'ultima stagione: La via dei lupi (Ponte alle Grazie), la storia di una ribellione realmente avvenuta agli inizi del Trecento sulle montagne occitane, cioè fra Italia e Francia, che ha venduto, grazie al tam-tam dei lettori, oltre diecimila copie ed è arrivato finora alla terza edizione; ma è piaciuto anche a palati fini come Pontiggia, Consolo e Igor Man, e a registi come Pupi Avati: c'è chi ha detto che la trama, molto avventurosa, si presterebbe benissimo per un film. Attualmente è in lettura presso Gallimard, Bertelsmann e l'americana Faber and Faber. Non male, per un esordiente italiano.


Se lo aspettava?
A dire la verità ci speravo: la storia, accennata in una serie di documenti che ho trovato a Susa, a Chambéry e a Parigi, mi aveva commosso, era bellissima e attuale, possedeva un grande valore simbolico. Ma occorreva narrarla senza "sbrodolare", con sincerità. È vero, Fitzgerald dice che le belle storie si raccontano da sole, e chi le trova è fortunato. Ma comunque bisognava evitare alcune trappole: imitare scioccamente l'inimitabile Umberto Eco, ad esempio, o "cucinare" un polpettone neo-romantico. Mi sono documentato scrupolosamente sui dettagli più vividi di quell'"età bambina", come l'ha chiamata Huizinga, e ho seguito il mio istinto. Ho sempre amato il Medioevo e la natura, la montagna: l'incredibile storia di François di Bardonecchia l'ho sentita subito mia.

Perché incredibile?

Perché racconta di un uomo che ha il senso dell'onore e della giustizia: tutta roba passata di moda. Un uomo leale e coraggioso, che paga di persona, fino in fondo, per le cose in cui crede. Che si ribella ai potenti dell'epoca, solleva la sua gente e poi resiste per dodici anni alla macchia, sulle montagne e nei boschi, come un partigiano, come una specie di Robin Hood, come un Bravehart italiano. Rifiuta i compromessi umilianti e concede la sua obbedienza, alla maniera occitana descritta da Simone Weil, solo a chi secondo lui ha vera autorevolezza: per lui servire per libera scelta è l'unico modo per "inchinarsi senza piegarsi". Insomma, è un uomo che ancora ci parla, a sette secoli di distanza, che ci offre una lezione di coerenza in tempi di conformismo e opportunismo.

Quali "ingredienti" ha usato?

Innanzitutto ho cercato di mantenere uno stile asciutto, di non usare "trucchi", come diceva Carver. Credo sia un libro sincero. Hemingway diceva che si può scrivere con parole da 80 dollari o con quelle da 5 centesimi: io preferisco quelle spicciole, l'importante è cercare di collocarle come si deve, perché risuonino bene. Nel suo piccolo la storia di François di Bardonecchia contiene gli elementi che Umberto Eco ha riconosciuto nel Conte di Montecristo: l'innocenza tradita, una lunga vendetta, la ricerca di un tesoro. Elementi, dice, che farebbero torcere le budella di qualsiasi lettore. Nella Via dei lupi anziché un tesoro si scopre la natura, la natura selvaggia del Medioevo, le foreste degli amanti, dei pazzi, dei poeti, dei fuorilegge. Nella natura François trova il suo riscatto: è l'ultimo rifugio per chi crede nei valori, nell'umanità.

E i lupi?

Sono il simbolo della ribellione, dei perseguitati, del coraggio. François di Bardonecchia si riconosce in loro. Di questo animale, di questo "grande calunniato" (che per i Romani, per alcune tribù di indiani d'America rappresentava invece un animale "totemico", fondatore della stirpe) riscopre gli aspetti più affascinanti e più veri: è scaltro, non attacca gli uomini, sceglie con cura le sue prede tra quelle più deboli, vecchie e malate. Sa vivere nel branco ma quando è necessario affronta la vita solitaria.

Quanto c'è di lei nel libro?

Parecchio. Intanto amo la natura, ne scrivo per il mio quotidiano e ne ho già scritto in alcuni racconti "ecologisti". Per la scuola Holden, ad esempio, ho curato Verdeblù, un racconto on-line, a più mani, di argomento ambientalista, che ha coinvolto decine di giovani e bravissimi scrittori come Sandro Veronesi, Simona Vinci, Gabriele Romagnoli. Inoltre mi piacciono le persone che pagano per i propri ideali (ce ne sarebbe bisogno, oggi!), anche se non mi sento un donchisciotte o un buonista. Però ammiro chi ha il coraggio dei grandi sentimenti.

Sta scrivendo qualcos'altro?

Sì, la storia di alcuni prigionieri italiani catturati dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale. Anche questa storia ha dell'incredibile, è accaduta realmente ed è molto simbolica. Mi è stata raccontata dallo stesso amico - Fredo Valla, una persona straordinaria - che mi aveva spinto a scrivere di François. È tratta da diari e documenti dell'epoca, ci vorrà un po' per dipanarla, ma ne varrà la pena: anche Luigi Spagnol, il mio editore, ci crede moltissimo. La via dei lupi è stato un lavoro molto faticoso, frutto di moltissime letture: per descrivere una battaglia medievale di 3-4 pagine ho letto parecchi libri, e sono bastati a stento. Per una scena di scacchi un altro paio, anche qui appena sufficienti. C'è sempre da imparare: l'importante è confrontarsi con gli altri, leggere: scrivere più di quanto si legga è un segno inequivocabile di dilettantismo.

I libri possono servire a far riflettere?

Sarei tentato di rispondere come mi disse una volta Ceronetti: "I libri servono a niente. L'importante è che Dio riconosca i suoi". Ma in fondo spero sempre di no. I libri e i sogni li coltiva chi ne ha la voglia e la forza. Per se stesso, per soddisfazione personale. Come François, che scelse di ribellarsi perché ne era convinto, perché voleva salvare la propria dignità. La "via dei lupi" è una metafora: sta sulle montagne, è aspra, stretta, faticosa. Ma sta anche dentro di noi, è nascosta, e compare in rari e decisivi momenti della nostra vita, quando capiamo che una scelta, per quanto difficile, va fatta. Quella scelta, e solo quella, potrà permetterci di abbracciare il nostro destino, qualunque esso sia. Ci aiuterà a dare un senso alla vita, a sentirci più liberi. Credo, come François, che chi combatte per ciò in cui crede potrà essere sconfitto, ma mai realmente vinto.

Di Grazia Casagrande




10 aprile 2003