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Nadine Gordimer
Parole per la pace

Di passaggio in Italia per una visita privata, reduce da un importante incontro a Stoccolma che l'ha vista accanto a numerosissimi altri premi Nobel, per la letteratura Nadine Gordimer ha generosamente incontrato i giornalisti in una conferenza stampa organizzata dalla casa editrice Feltrinelli, che traduce e pubblica le sue opere nel nostro paese da quarant'anni.
Scopo dell'incontro era sentire la sua opinione sia in qualità di scrittrice che di ambasciatrice Onu sugli eventi che hanno sconvolto il mondo negli ultimi mesi.

La Gordimer ha risposto senza tirarsi indietro alle domande, puntuali e incalzanti che le hanno rivolto i molti giornalisti presenti. E ha anche anticipato il tema centrale del suo nuovo romanzo. Per leggerlo dovremo aspettare la primavera del 2002, ma già possiamo pregustarne la ricchezza letteraria e la profondità intellettuale.


Reduce da 12 giorni passati a Stoccolma, per un doppio appuntamento, l'anniversario della sua vittoria e l'incontro con molti altri Premi Nobel, la scrittrice racconta quei giorni particolari, in cui si sono ritrovati moltissimi vincitori del premio, per un festeggiamento di portata storica.
Una presenza dieci volte superiore al '91, quando ricevetti il premio, con celebrazioni venti volte più grandiose. Non c'erano molti premi Nobel per la letteratura, erano più numerosi quelli cui il premio è stato attribuito per le scienze. Ci sentivamo in un certo senso 'inondati' da questo afflusso di scienziati, e anche ignoranti, perché come sempre le persone che si occupano delle questioni che hanno a che fare con materie umanistiche si sentono sempre diverse da quelle che si occupano di materie scientifiche. Vi sono però delle questioni che attengono a questo campo (come le teorie sul genoma umano e sulla possibilità di clonare l'essere umano) che attraversano tutto quanto lo scibile umano.
Una delle questioni al centro del dibattito in questi giorni di celebrazione, è stata la sensazione generale di quanto fosse cambiato il mondo o di quanto fosse cambiata la nostra percezione del mondo dall'11 settembre 2001.

Parlando della propria percezione dell'evento Nadine Gordimer ha affermato:

Penso che nei passati secoli non ci siano stati fatti di così grande portata. Lo si può paragonare soltanto alla bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Bisogna ricordare però che la bomba atomica è stata lanciata su queste città in un momento in cui i paesi erano in guerra fra di loro. L'attacco alle Torri Gemelle è stata un'altra cosa. È stato un attacco al senso di potenza e di invincibilità degli Stati Uniti. Questo ci ha scossi tutti quanti, ha cambiato il mondo, ha cambiato il concetto di potere, ha cambiato quello che io definirei l'equilibrio fra coloro che posseggono e coloro che non posseggono, come si dice in inglese tra gli "have" e gli "have not". Vorrei aggiungere a questo che quando è stato attuato l'attacco alle Torri gemelle di New York e al Pentagono a Washington, il mondo non era in uno stato di guerra. Si trattava di una bella giornata soleggiata a New York... Credo che questo sia un elemento centrale nella riflessione.

La violenza colpisce in modo particolare questa autrice, così attiva nell'impegno sociale e politico nel suo paese d'origine, il Sud Africa.

Io dico che si deve trovare un'alternativa alla violenza perché questa non dovrebbe essere vista come il solo e unico mezzo per combattere tutti i problemi del mondo. E questa lotta deve essere fatta a tutti i livelli. Bisogna cominciare nelle piccole comunità, nel nostro piccolo diffondere l'idea che è necessario smettere di cercare il raggiungimento di un obbiettivo attraverso la violenza. Bisogna smettere di pensare che un paese, un popolo o certi valori valgano di più di altri. È soltanto una questione di potere politico. Ovviamente la questione politica è la più difficile da analizzare e risolvere. Ma l'uso della violenza porta soltanto maggior violenza: non è una risposta. Pensate soltanto agli Stati Uniti: hanno armato e sostenuto Bin Laden contro l'Afghanistan per poi vedere questa azione ritorta contro di loro.

Ha una voce leggera, una figura minuta, una elegante tenuta nera, capelli grigi e graziosi orecchini pendenti, ma dietro questo aspetto delicato si nasconde una donna decisa, una figura carismatica che supera l'apparenza fisica con la parola. E che ha saputo dialogare polemicamente anche con un autore come Naipaul, incoronato quest'anno con il Nobel per la letteratura.

Devo dire che è molto difficile giudicare, rispettandoli, i sentimenti e le posizioni di uno scrittore. Io credo che Naipaul sia indubbiamente un meraviglioso, grande autore. Ma quando afferma di non avere alcuna intenzione di esporre le proprie posizioni politiche nei suoi libri (affermazione che lui stesso ha fatto nel suo discorso per il ricevimento del premio Nobel), ebbene né io né Günter Grass possiamo crederlo. E questo è testimoniato proprio dalla sua autobiografia. Voi sapete, Naipaul è nato a Trinidad, i nonni provenivano dall'India e, in uno stato di semischiavitù, furono portati a Trinidad per lavorare nelle piantagioni di zucchero. Nel libro che reputo il migliore L'enigma dell'arrivo egli esprime nelle parole e nei contenuti la sensazione di sentirsi ovunque straniero, la mancanza di appartenenza, ma analizza anche l'anticolonialismo. Penso che un'impostazione politica sia comune a tutti, un'impostazione con cui nasciamo proprio perché nasciamo in un luogo e quel luogo comunque è 'politico'.

Parlando di politica è emersa la curiosità di chiarire l'opinione della scrittrice sul comunismo, già accennata comunque nel suo romanzo "La figlia di Burger", incentrato sull'essere comunisti in Sud Africa. Nadine Gordimer si rifà proprio a quel libro per chiarire la sua posizione, ma aggiunge:

Per me esiste una distinzione chiara e semplice: il nazismo non ha prodotto nulla di buono, sì forse Mussolini ha fatto delle belle strade qui da voi ma devo dire che nulla di buono rimane del nazismo; il comunismo, pur avendo fatto delle cose terribili, pur avendo commesso dei crimini orrendi contro l'umanità, ha lasciato delle idee che sono filtrate e arrivate alla sinistra moderata e ai progressisti. E devo dire che queste idee continuano a poter essere 'utilizzate' in maniera moderata e buona. In Sudafrica ci sono dei comunisti che sono rimasti dei vecchi stalinisti, ma buona parte del marxismo è filtrato all'interno del pensiero del nazionalista nero: senza questa componente non avremmo raggiunto la libertà in Sud Africa.

Il discorso torna sulla situazione internazionale. Gli americani hanno fatto bene o male a reagire con un attacco diretto nei confronti dell'Afghanistan?

Mi pongo frequentemente questa domanda: che cosa si fa di fronte a una situazione come quella afgana che favorisce il proliferare di un terrorismo di portata mondiale? Se gli americani hanno reagito come hanno reagito, hanno fatto bene? Se io fossi stata americana cosa avrei pensato, cosa avrei fatto dopo l'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono? E mi chiedo ancora, è giusto uccidere molte persone innocenti mentre in realtà si sta ricercando un solo uomo? Mi sento molto in difficoltà davanti a questa domanda, ma altrettanto di fronte a un'altra: che cosa avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti? Qui mi sento proprio impotente. Non so, non riesco a pensare a che cosa avrebbero dovuto fare e se quello che hanno fatto è stata la cosa giusta. Posso dire questo: ho poca fede nel fatto che l'intervento degli Stati Uniti porterà ad una bella alleanza democratica che allevi le sofferenze di questo popolo che patisce da ventitré anni ormai. Ma al di là di questo, non posso dire di avere una risposta a queste domande.

In questo contesto la parola scritta ha ancora valore? Non assistiamo invece a una progressiva crisi della comunicazione? E che senso hanno ancora il libro e la letteratura?

Accettare che la parola scritta e l'immagine siano davvero in crisi comporterebbe un enorme choc collettivo. Per ciò che riguarda l'immagine (pensate ad esempio alla televisione) mi sembra di capire che il mondo non è mai stato così ben collegato e così in comunicazione come ora. Pensate all'esempio dell'11 settembre: tutti hanno visto questo terribile evento nel momento in cui accadeva; non era mai successo prima nella storia che si fosse testimoniato un evento nel momento stesso in cui accadeva. Allora ci chiediamo perché questo non dovrebbe portarci ad una migliore comprensione gli uni degli altri? Pensate alle forme di comunicazione che vanno per la maggiore oggi, pensate ai giovani, con amici che conoscono soltanto come ombre sugli schermi. La tecnologia dell'informatica piuttosto che farci avvicinare ci ha allontanati gli uni dagli altri. Invece noi abbiamo bisogno di toccarci, di vederci, di annusarci, abbiamo bisogno di più contatto umano e di meno ombre sugli schermi. Lasciate che dica ancora una cosa su letteratura, libro, poesia, narrativa. Pensate: un libro contiene opere come quelle di Dante, Tolstoj, Dostoevskij, Proust... Avete la creazione di questi grandi in un piccolo oggetto che si chiama libro. Non servono batterie, né elettricità. Potete portarlo ovunque. Il libro ha ancora oggi un'azione umanizzante.

Ha l'aria davvero preoccupata e titubante di fronte alla situazione internazionale. Contrariamente a molti altri argomenti che affronta con determinazione, qui le certezze vacillano, ma ritorna la sicurezza di sempre parlando del suo lavoro per la Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite hanno fallito molte volte ma hanno registrato anche qualche successo. Vorrei rendere chiara la mia posizione per quanto riguarda il lavoro che vi svolgo. Non sono direttamente inserita nell'organismo delle Nazioni Unite in quanto tale ma svolgo un lavoro per l'UNDP, che si occupa dei paesi in via di sviluppo, non tanto per quel che riguarda l'incremento del commercio ma per rendere possibile un certo tipo di educazione e di stimolo culturale nei paesi in cui lo Stato non se ne occupa. Penso che l'UNDP mi abbia chiamato in quanto scrittrice. Le relazioni ufficiali di questa organizzazione vengono pubblicate, ma la 'copertura' è molto limitata. Mentre se io scrivo un articolo che verte su queste relazioni la risonanzasulla stampa è decisamente superiore. Ma non mi limito a questo: vado anche sul campo, con le persone e i rappresentanti dell'UNDP ed è lì che si capisce davvero che cosa significhi lo sviluppo.

Un punto di vista privilegiato per osservare trasformazioni epocali di carattere mondiale, come la tanto criticata globalizzazione. Anche su questo argomento la sua opinione è ferma e molto interessante.

Ci stiamo muovendo sempre più verso quella che tutti quanti conosciamo come globalizzazione. Ci sono stati altri tentativi nella storia di "globalizzare" il mondo. Uno di questi tentativi lo hanno fatto i comunisti che hanno, almeno in teoria, cercato di uniformare popoli e paesi. Ora la globalizzazione sostiene di voler dare a tutti quanti l'uso delle stesse risorse. Ma le cose vanno viste da tante prospettive... L'uso delle risorse è un concetto che rimane ancora molto astratto. Vi faccio un esempio. Sono stata in Mali recentemente, nella capitale Bamako e a Tumbouctou, perché l'UNDP ha avuto un'offerta dalla Cisco System per il Mali. Questa società aveva programmato un collegamento via computer di alcune città del paese con il resto del mondo attraverso l'installazione di un computer nelle scuole, nei comuni, nei villaggi, per far sì che gli abitanti potessero conoscere il prezzo internazionale a cui poter vendere il proprio zucchero, o il cacao, etc. L'idea mi era parsa meravigliosa fino a quando non mi sono recata nel Mali. Non c'è elettricità, in quel paese. Come risolvere il problema? La Cisco proponeva di fornire dei generatori. Ma qui si passa alla domanda successiva: con quale carburante facciamo funzionare i generatori? Io credo che chi intenda globalizzare il pianeta dovrebbe assicurarsi che vi siano le strutture sul terreno e che queste funzionino prima di arrivare a fare delle proposte come, appunto, collegamenti attraverso le nuove tecnologie della comunicazione. E questo è il lavoro che io svolgo per le Nazioni Unite. Penso che alla base di tutti i problemi ci sia unicamente la diversità che esiste nel mondo tra ricchi e poveri e a sostanziare questa mia affermazione indico un solo dato: il 20% di 25 milioni di americani guadagna più del 43% dell'intera popolazione mondiale.

Il discorso a questo punto passa al razzismo, avvicinandosi alle questioni centrali dei suoi romanzi, come l'apartheid e la situazione socio-politica del Sud Africa

Ora come forma di razzismo aggiungerei anche l'intolleranza religiosa e il fanatismo, perché penetra e filtra anche nelle problematiche di colore, di razza e di classe.

Sarebbe possibile risolvere la questione israelo-palestinese con una commissione analoga a quella "per la verità" istituita per la pacificazione sudafricana?

No. Sfortunatamente la risposta è no. Il concetto stesso di verità e di conciliazione si basa sull'idea che una delle due parti ha sbagliato e ha fatto azioni solo negative. Le idee che hanno animato i movimenti di liberazione, le azioni stesse di questi movimenti si sono sviluppate soltanto quando ogni altro metodo per acquisire la piena cittadinanza e i diritti umani è fallito. Comunque devo dire che era ed è una idea profondamente religiosa, quella promossa dal grande Desmond Tutu. Ha avuto un buon "effetto collaterale": le persone che spontaneamente venivano a dichiararsi colpevoli facevano i nomi di una serie di altre persone, e denunciavano altri fatti di cui noi non eravamo a conoscenza permettendoci così di analizzare la situazione molto accuratamente grazie all'acquisizione di ulteriori dati, facendoci capire dove avevamo sbagliato e dove invece avevamo agito correttamente. In Israele la situazione è molto diversa: lì si tratta di sovranità e di proprietà della terra. "Chi" possiede "quale" terra. Vorrei aggiungere che la "Commissione per la verità" è stata costituita a seguito della ristabilizzazione politica. Se si intende dire che in Israele dopo aver risolto la questione delle frontiere, quella della sovranità e dopo il rientro dei rifugiati nel proprio paese, allora si possa istituire una commissione per la verità, questo sarebbe possibile. Ripeto: in Sud Africa ciò è avvenuto soltanto dopo la ristabilizzazione politica.

Ancora in tema di globalizzazione, un'altra questione importante è quella della lingua. L'inglese come codice di comunicazione egemone e come strumento di dominio politico, commerciale ma anche culturale. Un tema centrale per un'autrice che proprio con l'inglese comunica il suo messaggio al mondo. Quanto la lingua si lega al potere e quanto invece diventa indispensabile trovare una lingua comune proprio per comunicare concetti dirompenti e per diffondere la critica e la contestazione?

Per quello che riguarda l'inglese, malgrado sia la mia lingua e il mio strumento di lavoro, devo dire che sono molto preoccupata, come lo sarei se un'altra lingua qualsiasi dovesse prendere il dominio e dovesse prevalere sulle altre. Credo che il dominio linguistico vada assieme al potere politico e quindi gli americani, imponendo il potere politico, impongono anche la lingua. E sono anche preoccupata in un altro senso: nei paesi ex coloniali l'inglese, lingua del colonialismo, è quella che prevale. In Sud Africa è molto difficile farsi pubblicare se non si scrive in inglese. Ricordatevi che noi abbiamo 11 lingue e sarebbe impossibile pensare di editare un testo in tutte queste lingue. In India ne hanno molte di più... Gli intellettuali, gli scrittori, gli editori di tutti i paesi devono essere molto sensibili a questa questione. E, parlando di editori, ci deve essere moltissima collaborazione e cooperazione in modo che si possano finanziare progetti di traduzione in comune. Questo non è ancora accaduto su larga scala, penalizzando i paesi più piccoli. Prendiamo ad esempio la Svezia: ha degli ottimi autori, pochissimi dei quali vengono tradotti.

Per tirare le fila di un discorso così articolato viene spontaneo parlare del suo nuovo romanzo, previsto in uscita nel maggio 2002 (naturalmente edito da Feltrinelli) e intitolato The Pickup.

Il mio nuovo libro sembra che tocchi, analizzi e vada ad approfondire quella che potrei definire un'ossessione di attualità. Il protagonista è un giovane arabo che lavora a Johannesburg, nella mia città. Ed è ovviamente un clandestino. L'immigrazione illegale è un problema enorme e diffuso in tutto il mondo, sia che si tratti di rifugiati per motivi economici, sia che si tratti di rifugiati politici sfuggiti alle varie guerre; sia in Africa che in Europa o in qualsiasi altro paese. È la stessa cosa ovunque. In Sud Africa, in particolare a Johannesburg abbiamo tantissimi immigrati, perché è il paese più ricco dell'Africa, ed è circondato da una serie di nazioni poverissime. Durante il regime dell'apartheid le frontiere erano chiuse ma da quando sono state aperte c'è stato un flusso incessante di immigrati provenienti non soltanto dall'Africa, ma dall'Asia e dalla Corea. Non abbiamo lavoro sufficiente, non abbiamo case, non abbiamo l'assistenza medica, non abbiamo nulla da offrire, eppure continuano ad entrare. Ci si pone l'eterno problema dobbiamo lasciarli entrare o dobbiamo chiudere le frontiere?
Tornando ad Abdul (il protagonista del mio romanzo) lavora in una officina meccanica. Un giorno una ragazza, una sudafricana bianca di famiglia benestante, arriva nel suo garage per un guasto all'auto e nasce l'amore. All'inizio pensavo di sviluppare la descrizione di un rapporto di tipo affettivo, di amore, di sesso fra due persone, dei sacrifici che si impongono quando queste provengono da situazioni molto diverse; ma mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che stavo trattando un problema di portata mondiale. Dico di portata mondiale perché qualunque persona in terra straniera, e in modo ancora più specifico l'immigrato clandestino, porta con sé (o vorrebbe farlo) una parte di quella che è stata e che è la sua ricchezza, per esempio la lingua. In pratica però deve rinunciare a tutto per inserirsi nel nuovo mondo a cui è approdato. E mi chiedo a questo punto: se Abdul non fosse stato clandestino, non fosse arrivato in Sud Africa, forse avrebbe fatto parte dei taliban, forse sarebbe stato coinvolto negli eventi di questi giorni? Questo non si potrà mai sapere.

Quali mutamenti ci sono stati nella società sudafricana per quanto riguarda le donne? È una domanda molto interessante, che può anche nascondere una risposta sorprendente.

Ovviamente ci sono stati cambiamenti enormi nella società sudafricana non soltanto per quello che riguarda le donne nere, ma in generale. Perché dovete sapere che anche le privilegiate donne bianche durante l'apartheid subivano discriminazioni di vario tipo; per fare solo un esempio venivano pagate meno per lo stesso tipo di lavoro svolto. La situazione era ovviamente peggiore per le donne di colore che, oltre a queste ingiustizie, subivano anche le discriminazioni delle leggi dell'apartheid. Sarà molto interessante vedere come si comporteranno in futuro e come reagiranno le giovani donne nere in Sud Africa. Posso dirvi che in Parlamento siedono parecchie donne (molte di colore). Alcune di esse sono membri del governo e ricoprono posizioni davvero importanti. Cosa che non si era mai vista prima per nessuna donna in Sud Africa sotto il regime dell'apartheid.

Chiude il suo intervento con un argomento che le sta veramente a cuore: il problema dell'Aids nei paesi africani. Si dichiara molto stupita che di questa piaga di portata inimmaginabile non si sia parlato a Stoccolma, che i premi Nobel presenti non l'abbiano messa all'ordine del giorno. E la sua espressione si fa addolorata, sinceramente preoccupata.

In Africa l'Aids è ovunque diffusissimo. Anche in Sud Africa. Si stanno organizzando, è vero, campagne di educazione, ma nessuno si sente al sicuro. Al centro del dibattito è la questione della proprietà intellettuale, dei brevetti detenuti da multinazionali farmaceutiche che producono medicinali molto costosi, condannando di fatto i poveri a morte certa. Ritorna il binomio cruciale ricchezza/povertà, che in questo caso si trasforma in una questione di vita o di morte. La reazione dei governi africani nei confronti del diffondersi dell'Aids è stata molto lenta, anche in Sud Africa. Il nostro presidente, pur un'ottima persona, che ha impostato una grande campagna sanitaria che prevede anche la distribuzione di preservativi, non ha comunque sostenuto in prima persona questa battaglia. Le case farmaceutiche non vogliono cedere i diritti, ma il nostro presidente non si espone con tutta la sua anima, come dovrebbe, per difendere la salute del popolo. È un problema gravissimo, di cui bisognerebbe parlare di più.

Di Giulia Mozzato




20 dicembre 2001