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Gene Gnocchi
La difficile arte della comicità intelligente: Gene Gnocchi e "Il mondo senza un filo di grasso"

Parliamo con Gene Gnocchi, insolito docente a un "Master" della Bocconi, a sua detta, il più alto vertice nella carriera di un comico...

La tua professione di comico, si riflette nel tuo libro?
Il "comico" ha una grande dignità e va considerato in sé, come "scrittura".
Questa "enciclopedia" è un libro scritto, pensato per la pagina scritta, può far ridere, ma è pensato per la lettura, la scrittura televisiva invece tiene conto di molti altri fattori, quali la difficoltà del mezzo, di certi ambienti...
Questo è un libro umoristico, anche gli altri miei libri, che erano seri, avevano comunque una vena umoristica. Perché questa è la mia vena...
La parola, se il libro è divertente o no, resta sempre comunque nelle mani del lettore.
Da cosa nasce la tua vena comica?
L' ispirazione la traggo da qualsiasi situazione. Nasce dall'osservazione, dalle cose più disparate. È una forma mentis: in ogni cosa tu cerchi l'aspetto comico, basta compiere uno scarto dalla realtà e poi tutto diventa comico. E' un procedimento che nasce da un tipo di scelte, direi da scelte di vita, è un particolare punto di vista con cui si vedono le cose.
Se io avessi fatto lettere all'università, invece che giurisprudenza (scrivevo già dei racconti fin da ragazzo), probabilmente mi sarei trovato in una situazione del tutto differente che mi avrebbe dato molta più soddisfazione, non avrebbe acuito tutti quei "germi" comici che già sentivo. Sarei stato contento così, mi sarei interessato delle cose che allora mi piacevano (e allora mi piaceva soprattutto scrivere) e forse non sarei mai diventato un comico.
Il tuo successo è soprattutto televisivo. Da quando hai incominciato a lavorare che cosa è cambiato?
Ormai i programmi si fanno per "responsabili di acquisto". Il problema nasce quando tu fai un programma che magari è divertente, ma non si rivolge ai "responsabili di acquisto" ad esempio di quella fascia oraria. È una pianificazione che a volte però viene anche disattesa dall'interlocutore. Paradossalmente c'è più attenzione al momento della sponsorizzazione, che al programma in sé. È un po' una provocazione questa. Però si è sicuramente subordinati nella creatività, a questo fatto economico.
In televisione ci sono sempre meno spazi per sperimentare, c'è meno volontà di rischiare. Quando io ho cominciato c'erano maggiori possibilità di sperimentazione, oggi il rapporto con il commerciale è molto più forte, gli spazi sono più chiusi.
E il teatro?
È una gran valvola di sfogo, è la soluzione migliore. L'anno scorso infatti ho fatto poca televisione e un'intera stagione teatrale, il contatto con il pubblico è molto importante. Però il pubblico segue di più se è richiamato dalla televisione: vai a vedere più facilmente il comico televisivo del momento. Per portare gente a teatro devi comunque far qualcosa che vada bene in televisione.
Progetti per l'immediato futuro?
A novembre andrà in onda un programma interamente mio. Il tentativo è quello di costruire un gruppo mio. Per la prima volta faccio un programma pensato e scritto da me e da un gruppo di autori che hanno lavorato con me in teatro. Se dovesse andare bene, avrei conquistato la forza e la credibilità per fare ancora, magari l'anno prossimo, un'altra cosa interamente mia. L'aspirazione è quella di divertirmi e di proporre idee originali.
Quali modelli di comicità hai?
Non ho mai frequentato scuole, ho cominciato così. Ho fatto due film e ho chiesto anche se era necessario frequentare qualche scuola, mi è stato detto di no, ad esempio, dalla Wertmuller, perché avrei perso spontaneità e freschezza. Il momento della creazione è bello, quando trovo una cosa che fa ridere, che mi fa ridere e penso che possa far ridere anche gli altri, mi diverto, mi piace molto.
Il libro ha delle illustrazioni, come le hai scelte?
Il libro ha dei disegni di un illustratore olandese, Van Loon, morto una cinquantina di anni fa e queste illustrazioni, senza conoscere Van Loon, erano gli stessi disegni che avrei voluto fare io. Sembra quasi che lo spirito di Van Loon abbia saputo cogliere nel tratto l'essenza di quello che volevo dire io. Quando ho visto questi disegni non riuscivo a crederci. Due disegni del libro li ho fatti io e non si disitinguono.
Questa "enciclopedia" raccoglie un pubblico che già ti conosce e che si aspetta da te il divertimento, diversamente dalle tue prove narrative precedenti.
Eppure per me questa è molto più rischiosa delle altre. Io rivendico l'iter della scrittura umoristica. Ci sono autori come Campanile, come Flaiano, come Mastronardi, come certe cose di Bianciardi, che sono molto più interessanti di scrittori che scrivono con la penna intinta nella lacrima. La scrittura comica è molto, molto più difficile dell'altra scrittura, quindi forse solo dopo aver scritto in un'altro modo, dopo aver affinato un'altra tecnica, si può approdare alla scrittura comica. È molto difficile, perché i registri sono vari.
Campanile è un po' un tuo modello?
Si fa tanto parlare di scrittori pulp, di cattivi, ma Campanile era centomila volte più cattivo di questi, ma con una leggerezza e una grazia di tocco che questi scrittori pulp non hanno minimamente. Ti fa ridere, ma ti mette davanti anche ai grandi interrogativi della lingua.
Quali sono le tue letture oggi?
Sto leggendo e rileggendo due libri che considero eccezionali: sono "Casi" di Daniil Charms, edito de Adelphi qualche anno fa, e "Le nozze di Pentecoste", poesie di Philip Larkin. Gli autori che considero fondamentali e che sono rimasti in me sono Gadda, tutto Flaiano, Silvio D'Aarzo, Landolfi e Delfini.
Quali letture potresti consigliare a un ragazzo?
Consiglierei ai ragazzi, per avvicinarsi al comico, "Bar sport" di Benni, come primo libro e da lì comincerei a far leggere Campanile, Flaiano, ma partirei da "Bar sport".




10 ottobre 1997