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Intervista a Gianfranco Manfredi

Dalla musica alla letteratura, dal cinema al fumetto... un autore eclettico, uno scrittore interessante. Gianfranco Manfredi ci racconta le sue vicende professionali e ci parla del suo nuovo romanzo, che uscirà tra pochi mesi.


Prima di tutto può farmi una breve storia del suo itinerario professionale? Perché ha cambiato più professioni...
H o esordito pubblicando un saggio su Rousseau, perché lavoravo come ricercatore in Università, ma contemporaneamente, negli anni Settanta, componevo anche canzoni che Nanni Ricordi ha sentito e apprezzato, dandomi l'opportunità di registrare. Dopo la metà degli anni Settanta ho avuto dunque un po' di notorietà come cantautore. Poi ho cominciato a lavorare anche nel cinema. All'inizio degli anni Ottanta, essendomi stufato di abitare a Roma, sono tornato a Milano e ho pubblicato il primo romanzo (Magia rossa) da Feltrinelli. Progressivamente mi sono dedicato sempre meno alla musica e sempre più al cinema, come sceneggiatore professionista, scrivendo contemporaneamente alcuni romanzi. Ne ho pubblicati sino a oggi sette. Ma mi sono anche dedicato all'attività di sceneggiatore nel settore dei fumetti, con la Sergio Bonelli editore. Ora ho una mia testata che si chiama Magico vento che racconta western dal punto di vista dei nativi americani.

Interessante questo rapporto con il fumetto. Altri grandi scrittori si sono cimentati con questo tipo di narrazione.

I n Italia c'è un precedente illustrissimo che è quello di Dino Buzzati. Lui disegnava anche e ha lasciato fumetti molto belli da tutti i punti di vista. Si tratta tuttavia di una forma di narrativa popolare.
La produzione della casa editrice Bonelli è particolare e non esiste nel resto del mondo: è un fumetto "narrativo", un fumetto che si legge per le storie, anche se ovviamente ha una grandissima importanza il disegno, raccontato con la scansione propria di una storia. È stato un po' l'erede della narrativa popolare di Salgari, da un lato, e della tradizione del feuilleton dell'Ottocento dall'altro. Questo tipo di tradizione popolare non è più esistita nel romanzo fino a tempi recenti, mentre si è in qualche modo trasferita nel fumetto. Imparare a scrivere fumetti è una scuola utile anche per chi scrive romanzi, perché insegna a comunicare temi spesso difficili a un pubblico che è alle prime letture, insegna ad esprimersi in modo sintetico ed efficacemente, a non "sbrodolare" nei dialoghi... Insomma insegna quel tipo di cose che tutti affermano essere lo scoglio più arduo per gli autori italiani: quella piccola arte artigianale di costruire un plot che "funzioni", elemento fondamentale per questo tipo di racconto.

E la sceneggiatura cinematografica cosa le ha "offerto" come tecnica?

D a questo punto di vista anche il cinema insegna molto, anche se bisogna tenere conto che fare lo sceneggiatore cinematografico "impoverisce" dal punto di vista stilistico. Nel senso che la scrittura cinematografica non è rivolta al pubblico, ma è destinata ai reparti, quindi è piena di indicazioni, deve essere una scrittura essenziale e semplice, fatta con poche parole, una scrittura non di per sé espressiva e, soprattutto, completamente "suddita" dell'immagine e di un'operazione economica come il film. In un romanzo, per fortuna, ci si può esprimere in altro modo, si possono fare salti temporali che il cinema non si può permettere, si può dare il senso dell'intimità e dei pensieri del personaggio con la ricchezza che il cinema non ha a sua disposizione immediata. Ritengo che la scrittura del romanzo, in particolare, sia l'espressione letteraria più matura, anche se tutte le altre forme sono in qualche modo "collettive": si lavora insieme agli altri. E questo è importantissimo perché insegna ad essere disponibili, a riuscire a esprimere anche le idee degli altri. Se si diventa bravi a raccontare le storie degli altri credo che si possa passare a raccontare le proprie. La differenza è che nei confronti della pagina ci si trova completamente soli e in totale posizione di assoluta libertà e responsabilità, ma non si hanno alibi: se un romanzo viene una porcheria...

L'ultimo romanzo, Una fortuna d'annata, utilizza il genere giallo, rivisitandolo. Perché la scelta di un "genere"?

M i è sempre piaciuto, in tutti i romanzi che ho scritto, prendere un po' "per la tangente" i generi. Non che non consideri i generi letterari con la dovuta serietà, ma per me ha senso fare della narrativa di genere, che ha sempre regole piuttosto vincolanti, solo se poi queste regole si cerca in qualche modo di trasgredirle, di spaccarle. Ho scritto il mio primo romanzo con elementi del genere horror, anche se il tema centrale era l'archeologia industriale; nel secondo l'horror diventava più "fantastico" perché c'era di mezzo l'alchimia, poi con Ultimi vampiri sono passato al neogotico. In qualche modo mi sono sempre riferito a eredità di letteratura popolare, cercando di costruire romanzi che fossero romanzi in senso un po' più ampio del termine.

In questo romanzo è la ricca provincia lombarda che fa da sfondo alla storia. La collocazione ha un suo peso anche nella psicologia dei personaggi?

C' è una nuova generazione di giallisti che ha ricominciato a raccontare le regioni e la provincia. Credo che sia un compito che ci siamo presi contemporaneamente, senza comunicarlo tra noi. Tempo fa la narrativa che si ispirava al noir aveva uno scenario fondamentalmente metropolitano. Scerbanenco, uno degli iniziatori del giallo italiano, doveva ancora nei suoi romanzi dimostrare che Milano andava bene per ambientare un delitto esattamente come Londra o Parigi o New York, perché allora si pensava in termini provinciali e si preferiva ambientare i gialli all'estero. C'è stata sempre una certa esterofilia serpeggiante tra gli scrittori di gialli. Oggi le grandi metropoli sono divenute tutte un po' uguali ed è un'assoluta ovvietà che si possa ambientare un romanzo giallo a Barcellona, a Milano, a Roma, a Parigi, a New York indifferentemente. Bene o male ci si troverà con gli stessi contesti, le stesse periferie disordinate, i problemi razziali. Tutti noi sappiamo quali sono i problemi e i disordini della metropoli in quanto tale. Invece credo che un altro interesse vada dato alla provincia, perché la provincia non è più quella che si pensava negli anni Settanta con film come Cane di paglia o Un tranquillo week-end di paura (appena uno va in campagna incontra i mostri, la degradazione più totale la brutalità assoluta...); la provincia in tutto il mondo è un centro produttivo che ha un rapporto privilegiato, ovviamente, con la terra e la natura, però ha per certi versi gli stessi vizi delle grandi città, la corsa al quattrino, ad emergere... Gli ultimi film americani come Fargo dei fratelli Cohen oppure Soldi sporchi o ancora L'uomo che sussurrava ai cavalli, ambientato nel Montana, parlano della provincia americana, tutti territori non metropolitani. Ma non ne parlano più al "modo antico".
Per quel che riguarda la zona in cui è ambientato il mio romanzo, la Val Chiavenna, mi sembrava stravagante che dai tempi di Chiara o di Soldati non si fosse scritto più nulla su questi luoghi, mentre tante cose nel frattempo sono cambiate. Questo romanzo è stato anche un modo per raccontare i posti che conosco e la loro trasformazione, dovuta prevalentemente alle "infezioni" metropolitane che li attraversano. Sono rimasto stupito di trovare l'acqua del rubinetto deliziosa, ma non capivo perché la gente comprasse l'acqua minerale... bisogna proprio credere alla pubblicità. È l'infezione metropolitana che porta anche i piccoli centri a vivere in modo analogo alla metropoli. Si vede in tutto: dall'abbigliamento al linguaggio...

Un altro elemento che caratterizza i suoi personaggi è il senso della noia, della stanchezza. Secondo lei molti giovani oggi sono un po' contagiati da questo sentimento?

Q uesto è evidente. In città come Milano la noia per certi versi è meno avvertibile, la si compensa con le uscite a tarda sera, con ciò che la città può offrire, ma spesso la si vive durante il giorno, si ha bisogno di tamponarla con un continuo movimento senza scopo. Uno degli aspetti più incredibili e tristi per i ragazzi della provincia è il fatto che l'unica cosa che sembra rimasta della provincia antica è che alle sei e mezza la città chiude. Poi ci si stupisce se si scoprono le gare con le macchine o coi motorini, l'ubriachezza, il "tiro a segno" con i sassi dai ponti... Le città della provincia seguono ancora un ritmo antico, incapace di organizzare il tempo libero. Per un ragazzo è desolante. Sono molto maggiori i pericoli che corrono i giovani nella provincia che in una città grande.

Ha in progetto un nuovo impegno letterario?

H o appena finito un nuovo romanzo che mi ha molto appassionato e ha comportato un lunghissimo lavoro di documentazione (anche per la "mole" dell'opera, più di 500 pagine). Uscirà tra qualche mese per le edizioni Tropea. Un romanzo molto diverso, al quale ho lavorato per dieci anni: un romanzo storico ambientato tra Milano e Parigi alla fine dell'Ottocento, che si conclude con i fatti della rivolta del pane di Bava Beccaris. Comincia raccontando la storia del primo ciclismo milanese: il passaggio dal velocipede alla bicicletta. Poi racconta, attraverso le vicende di cinque giovani ciclisti dell'epoca, tutte le trasformazioni sociali che hanno attraversato questa città e un pochino, con Parigi, anche l'Europa alla fine dell'Ottocento. Mi sembra che siano fatti non così conosciuti, anche perché i romanzi di genere "sportivo" in Italia si contano sulle dita di una mano. Rileggere la storia aiuta a capire meglio certe tendenze, certi usi che sono iniziati in quell'epoca e che durano ancor oggi. In qualche modo il romanzo storico permette di comprendere che noi siamo eredi diretti dei nostri avi. I problemi sono "ciclici", ma si continuano a dimenticare, come se non esistesse un'esperienza collettiva.




Di Grazia Casagrande




5 gennaio 2001