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Marco Tullio Giordana e Francesca Marciano: un incontro

Una scrittrice e un regista a Festivaletteratura: tante affinità di scelte e problematiche comuni, così come analogo è stato l’approccio alla Storia recente. Offriamo ai nostri lettori alcuni passaggi significativi di quell’incontro e le risposte ad alcune nostre domande.

Giordana
Prima di tutto vorrei chiarire chi siamo e perché siamo qui per fare una chiacchierata su che cosa sia una saga familiare. Francesca Marciano, mia amica da tanti anni, con cui ho anche lavorato per un film che non è poi stato girato (ma forse questo è il momento buono!) ha scritto un bellissimo libro, Casa rossa, che racconta la storia di una famiglia. Io invece ho girato un film, La meglio gioventù, che ha avuto un successo inaspettato: nato per la televisione ha avuto piccole “disavventure” e così è uscito prima nei cinema. Invitato al Festival di Cannes e malgrado la durata sterminata da feuilleton, sei ore, ha avuto un grande successo. Anche La meglio gioventù è una saga familiare, anche se la parola mi sembra impegnativa.

Come mai questo ritorno in letteratura e nel cinema al tema della famiglia?

Giordana
Forse perché la famiglia è l’unica realtà sopravvissuta a un secolo che ha visto mutamenti enormi dal punto di vista geopolitico e la morte delle ideologie. È un nucleo che resiste nei secoli e malgrado abbia subito tutte le droghe e i veleni dei cambiamenti culturali del Novecento è ancora fortemente saldo. Ed è soprattutto un’esperienza comune a tutti: quando noi parliamo di famiglia, parliamo dei nostri genitori, dei nostri fratelli, dei nostri figli. Questo motivo però non mi sembra sufficiente a capire perché la letteratura o il cinema oggi si occupino tanto della famiglia. Forse la vera spiegazione è che il soggetto di una saga familiare non è la famiglia, non sono i suoi componenti, ma è il tempo stesso: la vita di un personaggio può durare un certo numero di anni e certamente non può abbracciare più di un secolo quindi se si vuole raccontare il tempo, bisogna creare il romanzo familiare, osservare il susseguirsi delle generazioni e vedere come le idee si modifichino, come il testimone passi o non passi da una generazione all’altra. Quindi la saga familiare è un pretesto non per raccontare la famiglia ma per raccontare il tempo.

Quale “tempo” ha voluto raccontare con La meglio gioventù?

Giordana
Forse il “tempo morale” di una certa Italia… anche se non lo sapevo quando ho scritto, insieme ai miei sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, il film. È un tema molto astratto: che cosa vuol dire la tradizione morale del nostro paese, come si incarna nei personaggi? È molto più facile rappresentare un padre, una madre, dei figli, il loro lavoro e collocarli in un luogo, ad esempio a Roma. Ma una città è insufficiente per raccontare un Paese così complesso come l’Italia dove le culture locali, le tradizioni, la lingua, fattore importantissimo perché è lo strumento di comunicazione, sono così diversi da luogo a luogo. Allora racconto una famiglia e automaticamente, anche senza volerlo, senza che me lo sia posto come obiettivo, racconto il “tempo”. Col cinema questo è più facile perché il tempo agisce anche involontariamente: la stessa realtà che sta dietro ai personaggi lo racconta. Quando non c’era il cinema, che cosa lo sostituiva? Non il teatro, non la letteratura, non la musica, ma il paesaggio: infatti rappresenta come sono configurate e organizzate le città, le coltivazioni, il lavoro dell’uomo, insomma il tempo. Così il cinema, usando il paesaggio, permette di raccontarlo in modo sintetico.

Quale legame c’è tra La meglio gioventù e Casa rossa?

Giordana
Ci sono delle “rime” tra i nostri due lavori, totalmente involontarie, non volute, non cercate. E mi fa piacere che nello stesso anno siano uscite pagine e fotogrammi che raccontano famiglie diverse, pezzi di storia del nostro paese, città ed esperienze completamente diseguali che però si assomigliano. Viene fuori un ritratto dell’Italia che, quando si accendono le luci in sala o quando si è letta l’ultima pagina del libro, provoca un sentimento di energia perché questo Paese (pur essendo inciampato nelle cose peggiori del secolo, avendo attraversato due guerre, una guerra civile e poi una sorta di conflittualità isterica continuamente alimentata dal giornalismo, dai media e forse anche dai nostri lavori) procede, avanza come un grande fiume e incessantemente produce fertilità, humus. Le stagioni passano, quello che sembra così definitivo e disperato in realtà ha una sua collocazione storica. Questo ho sentito leggendo il libro ed è un’emozione molto forte. Non è la stessa emozione di quando si leggono i giornali che danno sempre messaggi fortemente ansiogeni. Personalmente salto le prime cinque, sei pagine, comincio a leggere il quotidiano da metà, le pagine culturali, gli spettacoli e poi, lentamente, con molta cautela, torno indietro per arrivare debitamente corazzato ad affrontare la prima pagina. Nella vita quotidiana il nostro è un Paese straordinariamente pieno di risorse, di una grazia che si rigenera di continuo.

Chi sono stati gli spettatori del suo film?

Giordana
È stata un’esperienza abbastanza straordinaria scoprire che La meglio gioventù è stato visto non solo, come mi potevo aspettare, da gente della mia generazione che si rivedeva allo specchio, si rifletteva in quella esperienza, ma da molti ragazzi che non ne sapevano assolutamente niente ai quali sia la scuola, sia noi, i loro genitori, non abbiamo raccontato molto e che, vedendo il film, hanno ricostruito questo periodo. Il loro essere lì voleva dire che la domanda di conoscere i legami con il recente passato è molto forte, molto sentita, smentendo così un’altra diceria sui giovani totalmente demotivati, illetterati, consumisti e basta, I ragazzi sorprendono, le persone in generale sorprendono, non sono mai come vengono dipinte dai sondaggi, dagli schemi matematici, forse utili per programmare le vendite dei prodotti, ma totalmente inadeguati per capire che cosa sia veramente la realtà.

Marciano
Mi fa particolarmente piacere parlare con Marco Tullio di questo lavoro parallelo anche perché mi ha ricordato una camminata tra dei boschi umbri di qualche anno fa quando non avevo ancora cominciato a scrivere ma avevo già in testa “l’architettura” del romanzo. Abbiamo fatto una lunga passeggiata e gli ho raccontato il mio progetto. Dico questo perché è strano come si può arrivare a scrivere una storia così complessa come quella di Casa rossa. L’idea originaria del romanzo ha a che fare con il pensiero che un Paese abbia una personalità, così come l’ha una famiglia e l’Italia, per me, ha sempre rappresentato una sorta di famiglia nevrotica, chiassosa, bugiarda, traditrice però anche simpatica, vitale. Estremamente nevrastenica nelle sue reazioni, una famiglia in cui non si dice mai tutta la verità ed è meglio tacere certe cose, in cui si devono fare poche domande e in cui, come spesso accade nelle famiglie, la colpa degli inganni che vengono trasmessi da una generazione all’altra, appartengono non solo a chi ha deciso di non dire la verità ma anche a chi non l’ha richiesta, non l’ha pretesa. Per ritornare a quello che diceva Marco sul perché della saga familiare, c’è anche questo aspetto: si sceglie di raccontare una famiglia perché questa riflette l’immagine della famiglia allargata, la storia privata riassume gli stessi meccanismi, gli stessi tic, le stesse nevrosi della grande Storia.

Quale aspetto della Storia le interessava maggiormente rappresentare?

Marciano
L’aspetto che a me interessava di più dell’Italia e della famiglia di Casa rossa, era la capacità di rimuovere i fatti che fanno soffrire per andare avanti senza troppe domande su quello che è appena accaduto: è il nostro grande difetto, ma anche uno strano pregio perverso che è tipico delle persone che attraverso la rimozione riescono anche a sopravvivere a tutto. È la forza, o la crudeltà, di quei caratteri che, rifiutandosi di soffrire, sanno dimenticare e far dimenticare. Credo che questo sia un tratto che ci assomiglia proprio come Paese. La famiglia che ho descritto non fa altro che passare il testimone, ma sempre con alcuni pezzi mancanti. Un’altra immagine che avevo in testa era una specie di album fotografico (come quello che ognuno di noi ha della propria famiglia) dove le immagini sono selezionate, immagini che hanno avuto una specie di montatore segreto che ha deciso di lasciare solo le foto più belle, ma mancano sempre quelle di ciò che è successo dopo quel matrimonio o quella vacanza felice... Volevo scrivere la storia di tutte le fotografie che mancano, e che sono tante, come tanti sono i momenti taciuti della storia che ci hanno raccontato, della nostra storia dal fascismo, al dopoguerra per giungere fino al terrorismo. Questa amnesia, questa specie di sonnolenza che ci ha preso, ma che ci ha anche permesso di andare avanti, è il motivo per cui né il cinema né la letteratura sono riusciti a raccontare l’Italia di questi ultimi vent’anni. Nel cinema si è parlato di film “due camere e cucina”, storie che si svolgevano in luoghi ristretti, riguardavano poche persone, duravano un mese o al massimo un anno. Anche in letteratura c’erano soprattutto libri smilzi che raccontavano rapporti interpersonali. Mi sono chiesta perché non siamo stati capaci di fare una carrellata all’indietro come se in questo paese non fosse successo nulla, mentre negli ultimi vent’anni è successo di tutto: dalle stragi alla mafia… Forse questa amnesia, questa incapacità di guardarci allo specchio, questa paralisi narrativa ha coinvolto anche il teatro, la pittura o la musica: io posso parlare dei libri che leggo, dei film che vedo, ma sarebbe interessante sentire che cosa ne pensa anche chi scrive musica, chi dipinge perché anche quelle sono forme di narrazione.

Da qualche tempo le cose sono cambiate…

Marciano
C’è stato anche il film di Bellocchio! Curzio Maltese ha recentemente sottolineato, con emozione, la rinnovata capacità di raccontare il recente passato. Mi interessa capire perché, e se è vero, c’è stata questa forma di rimozione, di incapacità di soffrire, di volontà di non vedere, di non riuscire a prendere le distanze da cose che ci colpivano troppo. Le prime pagine dei giornali, che in maniera paranoica ci hanno bombardato e ci continuano a bombardare, non ci danno il tempo di riflettere. Ma sicuramente esiste questa omissione di cui noi siamo vittime e ma anche perpetratori. In Casa rossa ogni generazione, omettendo un segreto, storpia con il peso di quel silenzio la generazione successiva che a sua volta è costretta, a replicare quel silenzio con una specie di effetto moltiplicatore fino a che l’ultimo dei personaggi, Isabella, che è un po’ il parallelo del personaggio di Giulia…

Ecco quindi un collegamento con La meglio gioventù.

Marciano
Questa sicuramente è una delle “rime” più importanti tra La meglio gioventù e Casa rossa: i personaggi di Giulia e di Isabella si assomigliano anche fisicamente: ho sempre immaginato Isabella esattamente come la Bergamasco. Questo personaggio arriva a perpetrare un delitto vero e proprio, mentre la famiglia ha precedentemente commesso solo delle proiezioni di delitti, cioè cose di cui non si parla, che restano nell’ombra, quindi come per un processo psicanalitico si arriva a un punto di non ritorno che deve esplodere e si deve tramutare in reale atto violento. Forse è arrivato il momento per l’Italia di stendersi su un lettino psicoanalitico e cominciare a parlare ed elaborare, per poter guarire. L’attenzione che c’è stata in questi mesi su questo inizio, questo balbettio con cui abbiamo cominciato a raccontare la nostra Storia dimostra quanto se ne abbia bisogno. Un’altra caratteristica del film di Marco e del mio libro (e penso anche del film di Belloccio) è che finalmente si può parlare di alcune cose perché le rappresentiamo in una dimensione personale, privata, non politica. Molti hanno scritto che nessuno aveva parlato ancora del terrorismo perché è stato un fenomeno di cui si è discusso tantissimo nei saggi o nelle memorie dei terroristi, infatti anche il film di Bellocchio è tratto dal libro della Braghetti [Il prigioniero]. Ma è stato molto difficile avere il coraggio di usare quel materiale e renderlo fiction come se ci fosse cautela, paura di maneggiarlo in modo politicamente scorretto. A me personalmente interessava raccontare la storia di una famiglia nella quale esplode questa “cosa”, ossia volevo raccontare il rapporto tra persone che sono vicine, che hanno vissuto insieme, dove poi una di loro… Quella terrorista che vediamo in bianco e nero sulla pagina di cronaca, non è una foto segnaletica qualsiasi, è tua sorella, è tua figlia o tua moglie . E tu, come familiare, cosa fai? Cosa sei pronto a chiedere? Cosa sei disposto a sapere? E questo c’è anche nel film di Marco Tullio nella scena bellissima in cui Lo Cascio cerca di fermare Giulia davanti alla porta di casa e sa benissimo quello che lei sta andando a fare, ma non ha il coraggio né di fermarla né di sapere, o di pretendere di sapere, che cosa lei stia per fare: tutto diventa ineluttabile. Nel film la cosa più toccante è proprio il rapporto di un uomo che ha una figlia con una terrorista, si rifiuta di giudicarla, continua a vederla come una persona con la quale ha condiviso la vita. E così anche in Casa rossa Alina va a trovare sua sorella in carcere semplicemente come sorella, si preoccupa di doverle portare ogni settimana le lasagne e decide di occuparsi della sua sopravvivenza. Lascerà all’Italia, ai giudici il compito di fare domande, è disposta ad andarla a trovare per anni, ma non avrà mai il coraggio di chiederle che cosa ha fatto. Quella domanda, quando è a portata di mano, richiede un grandissimo coraggio che nessuno di noi ha avuto. Credo che non sia un peccato dire che può essere troppo difficile chiedere la verità, anche quando è doveroso conoscerla, se si è in una posizione di vicinanza emotiva.

Come mai questa amnesia, questa rimozione e questa difficoltà ora si inizia a sciogliere?

Giordana
Oggi ci sono giovani nati dopo quel periodo terribile che ingenuamente chiedono il perché; chi ha vissuto quegli anni sa invece che non si poteva chiederlo, non si sarebbero trovate spiegazioni. In questo senso, forse la malattia, la patologia, la degenerazione più grave della politica è stato il fenomeno terroristico che naturalmente ha avuto un’origine in un certo senso nobile perché chi pensa di combattere per una società migliore e si sente accerchiato, prova a parlare e trova ottusità e silenzio, diventa sempre più radicale e a un certo momento una cellula impazzisce. C’è chi ha detto: non mi rispondono e io continuerò a dare testimonianza; invece c’è chi ha pensato: allora rispondo io con la violenza. Quel movimento di ragazzi, nato in maniera innocente e allegra, ha pensato di migliorare la società non di renderla più tetra, più cupa, più poliziesca, più violenta, più angosciosa. Penso che fossero partiti con l’idea del sole, non della pioggia, delle nuvole, della nebbia, della grandine. Però a un certo momento qualcuno si è definitivamente avvitato. Ho avuto amici che hanno fatto quella scelta, e lo sapevo…
Per me discriminante è sempre stato il rispetto della vita umana: sono un umanista, leggevo Pasolini e lo preferivo a Marx. Mi sentivo eletto per essere lì, in quel momento della Storia ed essere testimone, ma mai in quel modo orribile. Un artista presuppone la vita altrimenti non dipinge, non scrive musica, non fa un film, non scrive una riga se non immagina qualcuno vivo, appassionato, intelligente che a sua volta avrà un figlio vivo, intelligente, appassionato che poi avrà un figlio… perché l’arte è un gesto per i posteri, è come fare figli, tantissimi figli, è quindi un gesto profondamente ottimista. Mentre nel terrorismo è come se la natura si fosse interrotta.

Perché era così difficile spiegare?

Giordana
Sono labirinti talmente complessi e personali che ogni caso è a sé, non c’è una risposta assoluta, se non nei trattati di sociologia che servono, ma non emozionano come lo fa lo sviluppo di un romanzo, e parlo di romanzo nel cinema, nella letteratura, nella poesia, nella musica, nella pittura, perché un artista non sente il bisogno di spiegare ma di mostrare. Gli artisti fanno le loro opzioni politiche, hanno le loro idee, ma il loro lavoro non ha niente a che vedere con la politica, anzi più se ne sta lontani, meglio è.

Non deve esserci allora rapporto tra arte e politica?

Giordana
Penso che artisti e politici debbano tornare a “darsi del lei” senza pretendere che uno sia servile all’altro perché hanno due interpretazioni, due visioni diverse del mondo: la politica è un servizio, serve a governare bene, a far funzionare le città, le scuole, a fornire assistenza, ma non è la cosa più importante del mondo. Oggi la politica ha imposto se stessa su tutto quello che riguarda lo scibile umano e la comunicazione è un suo monopolio. Non contenta è diventata anche spettacolo. La gelosia dell’uomo politico nei confronti del resto della società è diventata tale da assumere i vezzi, le vanità, non dei grandi attori, ma dei guitti. Penso che come artisti dobbiamo un po’ aristocraticamente dire: fate il vostro mestiere, cercate di farlo bene e siccome non lo state facendo molto bene, parliamone il meno possibile. Riparliamone quando cambierete. Dobbiamo invece occuparci della vita, dell’amore, delle persone, delle cose che ci incantano, che ci piacciono, che ci rendono la vita piacevole: questo è il compito degli artisti e dei “dilettanti”, delectare non è solo divertire è anche provare piacere. Tutto questo per un lungo periodo non è stato possibile per una forma di autocensura. È difficile questa affermazione per persone della mia generazione, ma non significa buttare a mare un’esperienza, anzi vuol dire farne tesoro. Magari a vent’anni avessi avuto la libertà, la determinazione, l’autorevolezza per poterlo dire!

Ma perché un così lungo silenzio sul passato?

Giordana
Questa è stata la ragione per cui è stato difficile porsi delle domande: non volevamo sapere, paghi del fatto di non essere diventati mostri e di esserci salvati. È anche dispiaciuto vedere delle intelligenze sprecate. Una delle cose che mi ha più colpito all’epoca del sequestro Moro è stato l’orrore dello svolgimento dei fatti, l’avessero liberato sarebbe stato un grande gesto simbolico, ma sparargli dopo avergli detto che lo avrebbero salvato è stato qualcosa di mostruoso e di misterioso perché non sapevamo chi fossero, che faccia avessero. Si parlava di servizi segreti, di tedeschi, di israeliani… Non si poteva pensare che fosse qualcosa che appartenesse al nostro album di famiglia. Quando poi alcuni sono stati arrestati e processati e li abbiamo finalmente visti, erano figure così poco poetiche da rendere non interessante raccontarle. Parlo dei capi che non hanno parlato, non hanno mai raccontato la storia completamente, loro che sanno, che l’hanno fatta, non hanno mai detto, come invece dovrebbe fare uno scrittore o anche soltanto un testimone oculare, esattamente cos’è successo. Gli artisti devono riempire quegli spazi vuoti con l’immaginazione, ma spesso preferiscono scegliere le grandi personalità nel bene e nel male, mentre questi sono personaggi atipici.

Quale è stato il suo percorso di regista.

Giordana
Quando feci il mio primo film nel 1979, Maledetti vi amerò, e il secondo La caduta degli angeli ribelli, raccontavo l’Italia di quegli anni: tutti e due questi film parlavano di terrorismo. Ho fatto poi un film sulla morte di Pasolini, e uno, I cento passi, sulla mafia, ho sempre fatto film guardando non alla politica, ma al Paese, ho sempre sentito il bisogno di raccontare quello che vedevo. Credo che un cineasta racconti quello che conosce che poi, naturalmente, può trasfigurare, può renderlo in costume, può ambientarlo nel Settecento, ma è sempre la sua vita, i suoi amici, i suoi affetti, i suoi amori, il mondo che conosce. Però ricordo anche che alcuni di questi film sono stati trattati dalla critica con una certa saccenza e un po’ di sbrigatività, per cui non è stato facile, per chi volesse rendere testimonianza in quegli anni andare contro quest’onda generale che è quella del grande oblio, dell’amnesia come si diceva. È come andare molto veloci in macchina, oltrepassare tutti i limiti, avere l’ebbrezza, la sensazione inebriante di pericolo; è una cosa che si fa da ragazzi, è il piacere di rischiare. Ecco il nostro Paese ha fatto un po’ questo, sempre oltre i limiti di velocità, sempre infrangendo le regole del codice della strada e della buona creanza. Però stanno cambiando le cose, sono le giovani generazioni che domandano e noi siamo costretti a rispondere, magari non rispondi a un amico, ma a tuo figlio devi.

Marciano
È interessante la parola che hai usato all’inizio, feuilleton. In Italia abbiamo sempre avuto la tendenza di dividere la letteratura in alta e bassa, cinema alto e commerciale. Per noi “popolare” spesso è sinonimo di scadente, ci insospettisce. Invece la scelta di cogliere un’immagine più ampia prevede la necessità di semplificare il racconto. Nello scrivere Casa rossa ho pensato che avrei scritto un romanzo popolare, come certi romanzi francesi o russi.
C’è stata in passato una forma di snobismo narrativo, ma creare lontananza tra generi, in letteratura come nel cinema, imprigiona il narratore, perché raccontare storie per il puro piacere di farlo non deve essere vissuto come una modalità deteriore. Apprezziamo il cinema americano che non fa altro da sempre che questo, è come se non lo concedessimo a noi stessi ma lo amassimo follemente negli altri. Pensando all’esito de La meglio gioventù all’estero per una volta che ci raccontiamo veniamo molto ben percepiti dagli altri.

Giordana
È vero. Chi fa un film mostra le cose, a un regista interessa molto il “come” non il “perché”: è il “come” che racconta non il “perché”. La meglio gioventù era un film già scritto, forse è stata la prima volta che sono intervenuto a cose fatte, il mio primo intervento come regista è stato togliere tutto quello che spiegava. Questo non vuol dire diventare banali: è come coi bambini che sentono, capiscono anche senza fare domande. Bisogna avere per lo spettatore quel rispetto che si ha appunto coi bambini, parlare come a degli adulti sapendo che però bisogna semplificare il linguaggio. Si deve avere presente il nocciolo dei messaggi da dare, non ha importanza se non viene capito tutto subito, lo si può capire dopo.

Di Grazia Casagrande




2 aprile 2004