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Amitav Ghosh

Amitav Ghosh è nato a Calcutta, ma è cresciuto tra Bangladesh, Sri Lanka, Iran e India. Ha studiato antropologia a Oxford, poi si è trasferito in Egitto, in Cambogia, è tornato a Delhi e ora vive tra New York (dove insegna alla Columbia University) e l’India. Chi meglio di lui può parlare del rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale, della convivenza pacifica, delle affinità tra i popoli?
“Non bisogna mai pensare a due culture diverse come a due cose separate, due isole attraversate da un mare, ma piuttosto a due pareti della stessa stanza che sono necessarie perché la stanza esista”.


Cosa crede che contraddistingua la cultura orientale rispetto quella occidentale?

Le spezie, il piccante. È la prima idea che mi salta alla mente, ma si potrebbe fare un lungo elenco.
Si può parlare, appunto, di differenze di sapori e di gusti, ma a dire la verità i miei spostamenti tra oriente e occidente mi hanno convinto che queste differenze vengono esagerate, ingrandite. Per esempio quando vengo in Italia mi accorgo sempre di una serie di affinità, di somiglianze tra la vostra cultura e quella indiana, come il senso della famiglia e la centralità delle istituzioni collettive.

Molti politici e intellettuali in questi anni stanno cercando di contrapporre queste culture, queste civiltà. Cosa ne pensa?

Non bisogna mai pensare a due culture diverse come a due cose separate, due isole attraversate da un mare, ma piuttosto a due pareti della stessa stanza che sono necessarie perché la stanza esista e all’interno delle quali c’è un’eco che si diffonde: vederle più come parti essenziali di un tutto piuttosto che due cose scisse.

E in letteratura?

Anche in letteratura si parla di uguaglianze e di differenze. La mia famiglia, per esempio, è molto tradizionalista. Le racconto un aneddoto: mi ricordo che quando ero bambino il libro preferito di mia madre era di Grazia Deledda. Analogamente, ho saputo che per molti europei lo scrittore Tagore è stato molto importante. Anziché differenze tendo a vedere affinità in ambito letterario.

Lei ha vissuto in molti posti. A quali fra questi pensa di appartenere?

Non sento tanto la questione di appartenere a un posto piuttosto che ad un altro, comunque se devo scegliere mi sento a mio agio particolarmente a New York e a Calcutta.

Secondo lei la cultura indiana ha influenzato quella occidentale nel Novecento?

Sì, soprattutto negli ultimi 10-15 anni la cultura indiana ha influenzato fortemente la cultura occidentale, in tanti suoi aspetti: la cinematografia, ad esempio, la danza, la cucina... E basti pensare a una città come Londra e a quanto la cultura indiana sia presente nella sua quotidianità.

Quale può essere un elemento della civiltà indiana che la nostra cultura occidentale non riuscirà mai ad acquisire?

Quello che c’è in qualunque posto. In ogni luogo c’è qualcosa di diverso che lo evidenzia dagli altri luoghi. Non si può parlare di qualcosa di specifico.

In quale misura gli eventi della storia riescono a influenzare i rapporti interpersonali all’interno delle comunità e delle famiglie?

Diciamo che tutti noi viviamo la Storia e nella Storia. Però ci sono persone che si trovano a vivere momenti speciali in cui la storia “accade” ed è quello che è successo a chi si è trovato in un determinato luogo il fatidico 11 settembre, o, tre mesi prima, quando in Sri Lanka un aereo è esploso in volo... Tutti viviamo nella Storia ma ci persone che vivono proprio l’attimo in cui questa si fa.
Io ho vissuto spesso momenti cruciali della storia, in Cambogia, in Egitto, a New York e spesso mi sono trovato in luoghi in cui si “compiva la storia”, nel bene e nel male. E malgrado i tanti problemi ho sempre cercato di mettere i miei figli di fronte alla realtà, quella che è, senza cercare di nascondere gli eventi. Proprio in occasione dell’11 settembre mia figlia si trovava a scuola al di là del fiume, di fronte alle due torri e quando sono andato a prenderla mi ha detto di aver visto tutto attraverso la finestra dell’aula del corso di storia. È una situazione terribile, non c’è scelta. La migliore amica di mia figlia aveva la mamma svizzera e il babbo italoamericano ed erano entrambi nel grattacielo quando l’aereo l’ha colpito. Frank Martini ha accompagnato la moglie verso le scale e le ha detto “vai, io aiuto gli altri” e non è mai tornato a casa. Aveva due figli che abbiamo ospitato noi e io non sapevo cosa dire loro. Mangiavamo assieme e io sapevo che loro padre era morto e non sapevo davvero cosa dire.

Lei ha una formazione antropologica e ha lavorato come giornalista e storico. Come riesce a trovare l’equilibrio tra la narrazione, la fiction vera e la scrittura del reale? Come ha trovato la sintesi pressoché perfetta di Cromosoma Calcutta?

Ciò che mi interessa veramente è scrivere sulle persone, non sono un giornalista politico, ma mi dedico alla storia delle persone. Anche la storia di Frank Martini, un uomo comune che ha preso una decisione eroica in un momento così difficile. Mi interessa l’influenza degli eventi sulle persone. E anche negli articoli che scrivo, cerco di trattare soprattutto l’ottica individuale, come la storia si sviluppa nella vita delle persone.

Cosa spinge uno scrittore all’impegno civile?

Apprezzo molto il temine che ha usato di impegno ‘civile’ e non ‘politico’, come molte volte viene definito l’impegno di uno scrittore o di un giornalista. Temine ancora migliore sarebbe ‘impegno etico’: lo vedo come elemento che deve stare alla base di tutta la letteratura.

Qual è la sua idea della tragedia di Bhopal? È in qualche modo paragonabile alle stragi del terrorismo internazionale?

Penso che Bhopal sia stato un’enorme catastrofe e spero che i responsabili alla fine siano puniti. Ma casi come questi sono diversi da altri episodi in cui l’uomo volontariamente uccide. E ricordate che, anche dopo la tragedia, a Bhopal si voleva riaprire la fabbrica... Noi conosciamo la differenza tra terrorismo calcolato e incidente industriale. Entrambe le cose hanno conseguenze terribili ma non sono da mettere sullo stesso piano.

In vari suoi interventi ha ricordato l’etica di Gandhi. Cosa ha rappresentato per lei Gandhi?

“Non violenza” intesa nei giorni odierni come “sviluppo sostenibile” e anche critica nei confronti dell’industrializzazione. È il grande problema del Medio Oriente che non è mai riuscito a concretizzare a realizzare l’idea della non violenza. A parte l’aspetto politico del pensiero di Gandhi, l’idea della non violenza ha anche influenzato il mio modo di scrivere. Cioè scrivere e parlare di violenza in un modo non violento. E questo è anche un mio proposito.

Ha cominciato a scrivere di globalizzazione prima che la globalizzazione divenisse quasi oggetto di consumo, paradossalmente...

Il termine globalizzazione viene ora inteso esclusivamente come sfruttamento delle risorse e lo sfruttamento è da biasimare, mentre globalizzazione può voler dire anche dialogo fra culture diverse. La letteratura ha gli elementi per poter attuare questo dialogo, è un tassello importante di questo grande mosaico umano.

Di Giulia Mozzato




16 aprile 2004