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Enrico Ghezzi
L'occhio indiscreto di Enrico Ghezzi tra parola e immagine

Da grande lettore a critico cinematografico: Enrico Ghezzi considera questo un passaggio naturale, legato al piacere di "guardare" e di "raccontare" sempre nel segno della retorica.

Sei un forte lettore, oltre che un cinefilo?
Da bambino leggevo moltissimo, fin da piccolissimo infatti mi dicevano sempre che "mi finivo gli occhi". Mi piace questa espressione "finirsi gli occhi", ma non è certo vero perché poi ho visto tanti, tanti film; ma i miei me lo dicevano sempre. Tuttavia sono diventato miope molto presto...
Mi stupisco quando chiedo alle mie figlie, che leggono prima di andare a letto, "ma lo finisci stanotte?", e loro rispondono "no, mi devo alzare presto, e poi c'è la pallacanestro...", perché io non mi sarei fermato. Per me la lettura era una cosa divorante, e questo è rimasto come principio nel senso che cerco di leggere quello che c'è scritto anche su un depliant o, quando faccio manovra in moto e vedo per terra un foglio di giornale non riesco a non cercare di leggerlo. È un occhio indiscreto il mio. Anche se vedo un foglio sul tavolo nell'ufficio di un altro non riesco a trattenermi, ma non voglio spiare, non mi importa nulla di quello che posso venire a sapere, non mi importa il messaggio: voglio leggere. È un'istanza automatica, diffusa, diciamo. Non è curiosità per sapere quel che dice quel foglio, è proprio qualcosa che ha a che vedere col travaso nel cinema. È una specie di lettura di tutto come "archeologico", come cosa che ha lasciato già dei segni.
Le tue ultime letture?
S to leggendo un libro di Jean Paul, una raccolta di scritti del suo periodo satirico, che si chiama curiosamente "Il mio seppellimento da vivo", che è il titolo anche di uno dei racconti. È un libro abbastanza affascinante. Dalla prima volta che ho letto Tristam Shandy, o dieci dei racconti, quelli brevissimi di Kafka, è come se avessi letto tutto e avessi smesso di aver voglia di leggere tutto, ormai è diventata una cosa retroattiva. C'è un momento in cui avrei avuto voglia di leggere tutto; adesso per me ci sono sette, otto libri mediante i quali si può capire che in realtà tutto è scritto in un solo libro, non in quello che stai leggendo, magari, ma anche nel più banale dei polizieschi. Forse non riesci a capirlo, ti manca il codice, in realtà c'è scritto tutto...
Ci sono libri che vai a rileggere?
Sì, tutti i libri che amo li vado a rileggere continuamente, magari a pezzi.
Invece uno scrittore che ho letto stupidamente molto da piccolo quasi interamente, Proust, non ho mai voglia di andarlo a rileggere, mai.
E Kafka?
Kafka lo rileggo continuamente. Ci sono dei racconti che, per fortuna, non ricordo mai perfettamente, e così li vado a rileggere molto spesso.
Il tuo particolare gusto della parola nasce dalle letture fatte? La tua critica cinematografica punta infatti moltissimo sulle immagini suscitate da un uso attento delle parole.
La parola come avventura... Ho letto anche tantissima avventura, da piccolo. Leggevo tutto, leggevo Flaubert e poi tutto Salgari e poi Verne...
Il tuo è amore per la lingua?
Più che per la lingua per la retorica. Io penso che il cinema sia un sistema di retoriche occulte di cui non conosciamo il funzionamento perché non conosciamo chi le parla. Perché purtroppo un piacere che ho perso è quello (anche se non è del tutto vero perché leggo Ellroy e lo leggo fino in fondo accanitamente, in due notti) della narrazione. Ormai è come se mi piacesse sentirmi raccontare e sentirmi sempre dentro al racconto. In fondo il cinema è questo, ma non ho più il gusto del racconto in sé, anche perché quando hai letto Un cuore semplice di Flaubert, tre racconti di Conrad o quindici di Kafka, basta. Leggendo, bisogna avere voglia di fare come quelli che vanno al cinema per fare i critici di professione, o distinguere i generi e allora è come se ci si occupasse di critica letteraria: così si riesce a dire che in quel racconto c'è qualcosa di interessante, quell'altro è molto buono...però questo è solo un piccolo piacere.
E la letteratura pulp? È la società che determina i generi di moda, anche per quanto riguarda i film, o è la letteratura che in qualche modo influenza la società?
È una questione la cui immensità mi sgomenta e la rende ininteressante.
Come mai però sia nel cinema che in letteratura, a seconda dei periodi, prevalgono certi generi, come mai c'è questa vicinanza?
È una vicinanza che non è così immediata, devo dire. Il cinema, e ancor più la televisione, è ovviamente il luogo dove la cosiddetta comunicazione avviene alla velocità della luce.
C'è un'influenza del cinema sulla letteratura?
Influenza? Non direi, arrivano le stesse cose. Può avvenire un'influenza, ma questo è ininteressante. Influenza solo la pessima letteratura, come influenza le persone poco formate che se vedono uno che spara, magari sparano...
Se uno cambia il suo modo di scrittura perché vede un film...
E i "cannibali"?
I "cannibali" mi sembrano molto interessanti perché rischiano molto. Lo fanno in modo un po' volontario, confrontandosi con un nome, Tarantino. È patetico però, perché si confrontano con uno che, secondo me, è un genio della narrazione del cinema in assoluto, e loro fanno i raccontini pulp... Il pulp per Tarantino è una sorta di stato mentale, prima corpuscolare, poi però in Pulp Fiction diventa straordinariamente formato. È questa l'eccezionalità di Pulp Fiction, mica le storie che non a caso sono state raccontate migliaia di volte. Tarantino ha fatto un film con tutte le scorie del cinema di serie Z, giustamente amandole e capendone l'automaticità e poi ha fatto anche un cinema che sembra il cinema di Minnelli, o di Henry Ford degli anni Cinquanta, illuminato in maniera straordinaria, tutto il contrario del minimalismo.




12 settembre 1997