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Randa Ghazy

Sognando Palestina: un caso editoriale, una sorpresa, una speranza
Una ragazza che ha saputo parlare ai suoi coetanei di una guerra dolorosa



Come hai deciso di scrivere questo libro e di pubblicarlo?
La storia del libro è nata un po' per caso: avevo scritto una novella per un concorso letterario indetto dal comune di Paderno Dugnano, e fra la giuria c'era Beatrice Masini che è un'autrice Fabbri. Ha notato il mio racconto, mi ha chiamato e mi ha proposto di farne un libro. Per quanto riguarda l'argomento Palestina e del perché ho iniziato a scriverne, il motivo è presto detto: come tutti i miei coetanei non ne sapevo praticamente nulla fino al settembre scorso, poi è scoppiata la seconda intifada così vari telegiornali e tutta la stampa hanno cominciato a parlarne. In particolare mi hanno turbato le immagini di un ragazzino palestinese di dodici anni ucciso dai soldati israeliani mentre, insieme a suo padre, entrambi senza armi, cercava di nascondersi. Quelle sequenze, dure e cruente, hanno innescato la mia voglia di parlare della questione palestinese anche se allora non ne sapevo niente. Proprio da quei giorni è partita la voglia di conoscere, di cercare notizie dirette, di saperne il più possibile e soprattutto di avere un'informazione corretta perché è difficile destreggiarsi fra tutto quello che dicono i mass media senza finire col sentirsi presi in giro.

I tuoi coetanei come hanno reagito alla tua improvvisa notorietà?

I miei compagni e i miei amici osservano con ostentata indifferenza la mia esperienza personale, fingono di non averne interesse, ma temo che abbiano una sorta di invidia inconscia. Penso che tutti abbiamo dei sogni, delle aspettative, delle ambizioni e vedere che una persona li riesce a realizzare senza troppo sforzo, quasi senza muovere un dito, fa dire, soprattutto a ragazzi della mia età, perché a lei sì e a me no?

Te lo aspettavi un successo di questa ampiezza?

No, assolutamente no. Ma penso che non se lo aspettasse neppure la mia casa editrice. Sapevamo che era un libro di attualità e che "prendeva", poi era inusuale che una ragazza di quindici anni parlasse di un argomento di questo tipo, ma c'è stato un interesse assolutamente straordinario da parte della critica e dei giornalisti.

Da quali motivazioni nasce, secondo te, questo interesse?

Costituisco una specie di "fenomeno da baraccone", nel senso che faccio notizia per l'età e per l'argomento di cui scrivo. Anche se a un giornale non interessa molto quello che dico, fa comunque notizia mettere un titolo come "Quindici anni e parla di Palestina". In altri casi, molto meno frequenti, l'interesse c'è stato perché il libro in sé è piaciuto, al di là della mia età. È successo ad esempio con critici come Roberto Denti della Stampa che era sinceramente colpito da quello che avevo scritto.

La famiglia ha contribuito alla tua formazione, alla presa di coscienza di certe problematiche?

Sicuramente. Quando penso alle motivazioni che portano i miei coetanei all'indifferenza generale adduco sempre come motivazione principale la famiglia, nel senso che certe riflessioni devono necessariamente scaturire all'interno dell'ambito familiare. Oltretutto i miei genitori sono arabi, sono particolarmente coinvolti emotivamente nella questione palestinese e loro desiderio è stato quello di sensibilizzarmi, di informarmi in modo il più possibile obiettivo su tutto quello che succede in Palestina. Questo loro impegno è alla base di tutto, altrimenti non mi sarei mai sognata così all'improvviso, di mettermi a parlare di questo problema.

Quindi il tuo interesse è nato su un terreno già predisposto?

Certamente, comunque sono colpita non solo da quanto riguarda la questione palestinese ma anche da tutti gli immensi, innumerevoli problemi che ci sono nel mondo.

Sognando Palestina appunto. Qual è il tuo sogno circa la Palestina?

C'è una frase ricorrente nel libro che dice "non c'è pace senza giustizia". Infatti sogno la pace innanzitutto in Palestina, sogno uno Stato che non esiste, ma di certo per esserci pace deve necessariamente, come condizione di base, esserci anche giustizia. La giustizia, in termini pratici, in che cosa può concretizzarsi? Può essere la spartizione equa dei territori fra Palestinesi e Israeliani, il ritiro dei carri armati e dell'esercito di Sharon dai territori occupati nel '67, lo smantellamento delle colonie ebraiche sorte su quelli che erano villaggi ebraico-palestinesi, il rispetto degli accordi e poi soprattutto una forza di interposizione internazionale che possa controllare la situazione e possa garantire l'effettiva convivenza pacifica fra i due popoli.

Secondo te è davvero possibile tutto ciò, o è solo un sogno?

A guardare i fatti dell'ultimo anno verrebbe da pensare che si tratti di un'utopia. In realtà, teoricamente, sarebbe molto, molto semplice realizzare un piano di pace, ma sicuramente dietro a tutti i problemi che esistono in quell'area ci sono grandi interessi economici e l'economia oggi ha più peso della politica. Per questo se, ad esempio, gli Stati Uniti decidessero di fermare le ostilità oggi stesso potrebbero farlo. Il problema è che dietro ci sono interessi forti: Israele è una sorta di colonia americana che controlla un'area del mondo importantissima e per questo motivo, secondo me, oggi sembra impossibile la pace. Invece se penso alla mia utopia, al mio ottimismo irriducibile, dico che è ancora possibile.

Pensi che anche qui in Italia si possa fare qualcosa?

Sì. Spesso i miei coetanei quando parlo del libro e della Palestina mi chiedono: e io che cosa posso fare? Prima di tutto prendere coscienza del problema. Sembra una cosa piccola e banale ma parte tutto da lì. Poi assumere un punto di vista critico nei confronti di quello che ci viene detto dai mass media e dall'informazione, troppe volte distorta: dobbiamo risvegliarci perché ci beviamo tutto. Poi, dopo la presa di coscienza e dopo l'informazione, bisogna essere attivi. Secondo me è importante anche scendere in piazza, diffondere le proprie idee, comunicarle a chi ci è vicino. È ugualmente importante, quando si sente alla tv parlare di Palestina, non cambiare canale. Non è giusto accettare passivamente quello che succede, ma purtroppo non possiamo fare altro che testimoniare. Questa impotenza riguarda noi, cittadini privati, gli uomini politici invece potrebbero fare molto di più e anche l'Unione Europea.

So che sei molto brava a scuola. Vorresti proseguire nella professione di scrittore?

Sì, mi piacerebbe moltissimo anche perché scrivere è sempre stato il mio sogno. Però immaginavo di scrivere un libro, magari a trent'anni, che non trattasse di politica, invece, visto ciò di cui ho parlato e soprattutto l'importanza che ha avuto per me, mi sono accorta che scrivere narrativa sarebbe limitativo per la mia personalità, vorrei partecipare attivamente alla vita pubblica, forse fare la giornalista o l'inviata di guerra: qualcosa in ogni caso legato alla scrittura perché è il mezzo di comunicazione che mi riesce meglio.

Di Grazia Casagrande




31 luglio 2002