foto Effigie

I libri di Elizabeth George sono ordinabili presso Internet Bookshop


Elizabeth George

È la signora americana del giallo all’inglese, una caratteristica che la rende unica nell’affollato panorama del poliziesco al femminile, e su cui subito vogliamo indagare, nell’intervistarla durante la sua sosta a Milano per la presentazione dell’ultimo romanzo Agguato sull’isola.
A chi non la conoscesse ancora suggeriamo di leggere le schede di Café Letterario che riguardano tre dei suoi tanti titoli, dove troverete anche le prime righe dei romanzi: La miglior vendetta, E liberaci dal padre, Cercando nel buio.


Come mai dall’assolata California, dove vive, crea romanzi ambientati nelle brume inglesi, dove le indagini criminali vengono svolte da detectives di Scotland Yard?

Il giallo all’americana è troppo spesso violento, basato sull’azione, senza i risvolti psicologici che invece sono al centro dei miei interessi. Ho scelto consapevolmente di seguire la tradizione del giallo all’inglese, perché mi consente di creare dei veri personaggi a tutto tondo, con caratteri, pregi e difetti, stili di vita, che si ripercuotono sul tipo di delitto che sarà poi al centro delle indagini.

Questa sua scelta la costringe a lunghi viaggi, dato che nei suoi romanzi l’ambientazione è particolareggiata, molto realistica, e strettamente connessa con i personaggi; che ruolo ha la “location” nella nascita dei suoi libri?

Per ogni nuovo libro mi trasferisco in Inghilterra per periodi anche lunghi, perché non sempre trovo subito i luoghi giusti dove far svolgere l’azione. A volte ho già in mente la trama e la sua ambientazione, a volte succede il contrario: è vedendo un determinato luogo che sento come una specie di energia che mi suggerisce l’idea per il libro. Nel caso di Agguato sull’isola, avevo deciso di far svolgere la storia in una delle tre isole della Manica, progettando di visitarle tutte prima di decidere. Ma poi, quando sono sbarcata a Guernsey, ho trovato esattamente ciò che cercavo, e anche di più: gli interessantissimi reperti della seconda guerra mondiale mi hanno suggerito un nuovo elemento da inserire nella trama.

Nei romanzi precedenti il protagonista era il sovrintendente di Scotland Yard Thomas Linley, coadiuvato dalla sua assistente Barbara e occasionalmente dall’esperto della Scientifica Simon St. James; qui invece è St. James, coadiuvato dalla moglie Deborah, ad assumere il ruolo di protagonista. Come mai ha portato in primo piano questa coppia che potremmo definire “di riserva”?

Fin dal mio primo libro ho creato una sorta di équipe di cinque persone – perché a quelle da lei nominate va aggiunta la moglie di Lynley, Helen – riservandomi di dare più o meno spazio all’uno o all’altro a seconda del tipo di romanzo, o di delitto, che avrei sviluppato. Questa volta volevo mettere a fuoco soprattutto il personaggio di Deborah, la giovane moglie di St. James, che finora era rimasta un po’ in ombra, e che invece, essendo molto giovane e all’inizio della sua carriera, è una donna determinata a dimostrare quanto vale. Era la protagonista ideale per questo romanzo che ruota soprattutto attorno a personaggi femminili.

Come scrittrice lei ha il pregio di non limitarsi a descrivere un delitto e le indagini per arrivare al colpevole, ma costruisce veri romanzi di ampio respiro che diventano anche uno specchio della società. In questo caso mi sembra che sia in primo piano la questione femminile. È stato ucciso un anziano miliardario con l’hobby delle conquiste femminili, e tutte le donne che gli giravano attorno, la sorella, l’ex–moglie, le amanti occasionali, oltre che potenziali sospette sono modelli di una femminilità dipendente dall’uomo, economicamente, psicologicamente o sessualmente. Invece Deborah e la sua amica China, che è accusata dell’omicidio, rappresentano due tentativi di autonomia, ma sono destinate a essere sempre sottovalutate dagli uomini. Era sua intenzione suggerire che dopo tanto femminismo la parità è ancora di là da venire ?

Non avevo in mente nessun proclama, piuttosto ho cercato di descrivere una serie di donne molto diverse tra loro, alcune soddisfatte di sé, altre, come Deborah, in cerca di una realizzazione personale, anche a prezzo di rimettersi continuamente in discussione.

Ha fatto molto scalpore la sua decisione di negare ai produttori hollywoodiani i diritti cinematografici del suoi libri: come mai questa presa di posizione?

A mio parere i film americani tratti dai libri risultano sempre falsati e banalizzanti. A me piacerebbe una trasposizione tipo quella dei film di Ivory. Ho accettato, però, che la BBC girasse uno sceneggiato da un mio romanzo, e il risultato è stato buono; oltretutto ha moltiplicato la lettura dei miei romanzi in Inghilterra...

Di Daniela Pizzagalli




23 dicembre 2004