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Moreno Gentili

Sarà in libreria il 27 gennaio, giorno della memoria, "Stand-by memory", un volume sulla Shoah vista con gli occhi dell'arte.
"Partecipazione" e "schieramento": questa è la memoria rappresentata dagli artisti. E così ci viene raccontata nel volume edito da Charta che Moreno Gentili, curatore dell'opera, ci illustra nell'intervista, raccontando il senso di questo lavoro e il significato profondo e incancellabile che la memoria ha nel lavoro artistico.
"L'arte è profezia, come ha scritto Pierre Restany, critico straordinario del Nouveau Realisme, ma L'arte, in questo caso, è anche azione politica, schieramento e (perché no?) Resistenza. Se non altro non ci sono equivoci".



Com'è nata l'idea di un volume così importante e significativo e con quale spirito hanno collaborato i 10 artisti presenti nel libro?
Tutto è nato da una visita a Dachau e alla sensazione di desolazione vissuta osservando la ricostruzione effettuata nel campo. Una ricostruzione perfetta, artefatta, lontana dalla memoria e dalla necessità di preservarla in modo più interiore, soggettivo, intimistico. Il campo presenta la ristrutturazione totale delle camerate dove un buon profumo di pino accoglie i visitatori. Dall'altro lato del cortile si entra nei luoghi che sono stati di tortura e morte, ma la pavimentazione è linda, lucidata a specchio e sopra vi corrono grandi teche in cui sono inseriti computer che restituiscono immagini, date, numeri. Un luogo asettico, curiosamente "scientifico", privo, o "privato", del senso del ricordo.
Da qui, dalle considerazioni riguardo al timore che se ricostruiamo, come civiltà, lo stereotipo di memoria del luogo dell'esperienza, l'"esperienza" stessa, quella reale, perde di efficacia, è nato Stand by memory, progetto che ho cercato di condividere con altri artisti e amici.

Stand by memory perchè?

HIl senso è quello che ci viene restituito dalla possibilità "tecnologica" del tasto di pausa, quello che sospende il racconto, lo immobilizza temporaneamente. Un "pulsante" che se rapportato alle medesime possibilità insite nella "politica" -così nella Storia, condizionata da uomini di potere- restituisce il controllo temporale della narrazione. E se a questo aggiungiamo le possibilità di "manipolazione", - e a proposito della Shoah si pensi al "negazionismo" ed ai suoi esponenti- di qualunque messaggio sia sospeso nella fase di "Stand by", tirare le somme è piuttosto semplice: ricordare sì, ma non solo; agire al di là dello stereotipo e dei rischi della commemorazione. Agire al di là di una retorica storica, qualunque ne siano le motivazioni, significa partecipare al valore "reale" della memoria, ai principi da cui è ne è scaturito il messaggio politico e civile.
Stand by memory è questo.
I 10 artisti hanno compreso tutto questo e insieme si è lavorato per definire un principio di comunicazione dell'esperienza della Shoah che si può riassumere così: un lavoro antiretorico ed innovativo attraverso le proprie discipline creative di riferimento. Fotografia contemporanea, Copy-art, Video, Grafica, Incisione, Net-art, nei lavori di Aimara Garlaschelli, Francesco Dondina, Carlo Bach, Roberto Coda Zabetta, Muriel Prandato, Gianluigi Colin, Franco Fanelli,Moreno Gentili, William Guerrieri, Orio.
A questo proposito aggiungo qui il testo redatto per il catalogo utile a conoscere gli interventi degli artisti citati:
STAND BY MEMORY
Riflessioni sulla Shoah

E POI...

La memoria gioca a volte strani scherzi, quasi sembra divertirsi nel rincorrere fatti ed eventi per poi lasciarli immobili nel vuoto, nell'oblio, in una specie di pausa sospesa nel tempo ad uso e consumo di eventuali curiosi. Poi, improvvisamente, arriva qualcuno e... Click!, un gesto ed il racconto riparte da dove si era fermato temporaneamente.
... È certo quello che è accaduto qui, in questa esperienza di insieme, dove un gruppo di artisti ha toccato il pulsante di un rinnovato meccanismo generazionale per riavviare il racconto della Shoah da molteplici punti di vista.
Così Riccardo Bach che delicatamente ha unito elementi materiali legati allo scorrere del tempo quali sabbia, fotografia e ferro per narrare di storie di gruppi familiari, di persone prese e trasportate altrove dagli eventi tragici e meno tragici della vita; persone che, a guardarle, fanno pensare a qualcosa che nel passato ha divorato le loro esistenze fino a ricondurle in forma di cenere. E poi Gianluigi Colin che,attraverso l'unione di ferro, terra, fotografie e colori acidi della copy-art, riporta tutto indietro, verso il ghetto di Varsavia visto a suo tempo da Roman Vishniac, fotografo coraggioso capace di riprendere la vita prima di una pausa di morte collettiva, di cancellazione della memoria, di sospensione del tutto, dell'oblio. Qui si è riavviato il tasto del racconto innestando il suo ed il nostro furore, come gesto di amore per i bambini del ghetto di allora e per i nostri figli di oggi. E poi Francesco Dondina, grafico che ha illuminato di segni e colori alcuni manifesti di rara efficacia; uno tra tutti, quello dedicato alla psicoanalista Nissim Momigliano e al suo numero tatuato nel braccio come memoria permanente di una violenza da portarsi addosso nel corpo e "dentro" nella mente. Segni e numeri che riavviano il ricordo e l'affetto di chi ha amato ed è stato amato e non dimenticato nonostante tutto.
E poi Franco Fanelli, incisore artista dal timbro inquieto, che sembra chiedere ai neri profondi della Sibylla perché mai nessuno abbia ravvisato nell'umanità i semi di un odio in divenire che stupisce una volta di più. E poi Aimara Garlaschelli, curiosa di novità del sapere tecnologico delle nuove generazioni, portata a scoprire nella memoria fluttuante dello spazio cibernetico alcune immagini che riprendono il racconto in modo implacabile; così ecco riaprirsi gli occhi di Zofia's doll, bambola che nel ghetto di Cracovia ha osservato scene terribili di bambine deportate. E poi William Guerrieri, che forte della propria capacità di "non sentirsi neutrale", rievoca per noi, italiani, il rapporto tra Storia e Leggi razziali, tra il vissuto di edifici, portatori di memoria storica e la necessità di un senso di responsabilità che continua a mancare nella nostra civile società. E poi Orio, silenzioso ed efficace, pronto a immergersi nel buio di un'esperienza condizionata dal pregiudizio, dal rifiuto di un sistema che nega ai diversi di ogni epoca la possibilità di un riscatto, di una difesa della propria dignità di esseri umani. Qui la vita è breve davvero e nella sua immagine, realizzata dall'interno oscuro di una cella di Auschwitz, si torna indietro nel tempo, indietro, tanto indietro. Che altro dire? E poi Muriel Prandato, giovane artista che afferma con candore "Io ho fatto questo", riportando il racconto nell'alveo doveroso di una responsabilità collettiva a cui la storia moderna dell' Europa non ha ancora saputo dare una risposta plausibile. E nelle sue parole sembra scorrere il nuovo sangue di generazioni più attente, solidali con la propria memoria e la storia di chiunque, vittime e carnefici ignari. E poi Roberto Coda Zabetta, pittore puro, rapido, veloce, ossessivo, in grado di generare suoni costanti, ombre e luce simili a colpi di rasoio che tagliano ogni dubbio lungo espressioni di uomini che sono insieme violenza e ferite, uccisori e uccisi, oppressori e oppressi. "Voi da quale parte siete usciti?", chiede giustamente l'artista a chi si rispecchia nella propria colpa.
E poi... E poi questa esperienza che è linguaggio, discussione intorno ad un tema da cui ripartire sempre, ogni volta che il meccanismo sembra fermarsi, inciampare, tossire in un ferruginoso dibattito in cui le parole si ripetono stancamente, le immagini cominciano a svanire, le responsabilità a confondersi, i sopravvissuti a morire.
Noi siamo qui, artisti, non solo a ricordare, ma a discutere, prendere una posizione, riavviare il tasto per riprendere il racconto. (m.g)

La memoria. Un tema molto importante che viene spesso sviluppato dagli scrittori con un approccio storico e con il taglio della testimonianza. Com'è la visione artistica della memoria?

Più che di "visione artistica" della memoria, parlerei di "memoria in arte" in quanto la visione -appunto artistica - della medesima appartiene all'esperienza individuale di ogni autore.
La "memoria" in arte porta esempi e testimonianze di straordinario valore artistico in termini civili: Si pensi a Picasso, Grosz, Munch, fino ai contemporanei come Boltanski, Jeff Wall, e altri più attuali. La "memoria" in arte comporta comunque una scelta di "partecipazione" all'evento a cui fa riferimento, una presa di posizione netta e precisa, uno "schieramento"che comporta un'azione e una partecipazione.
Per Stand by Memory è stata chiesta ad ogni artista non soltanto una partecipazione con elaborazioni e installazioni artistiche delle proprie ricerche, ma anche un testo che è strumento di lettura chiara per chiunque in termini di "partecipazione" al progetto. Di seguito si riportano i testi che ogni autore ha scritto in proprio o preso a testimonianza del proprio pensiero da altri scrittori.

All'interno del volume sono contenuti testi e immagini. Come, nel suo lavoro di curatore, è riuscito ad "assemblare" tutto il materiale? Ha incontrato qualche difficoltà nel creare un discorso unitario e lineare partendo dal punto di vista di 10 artisti differenti?

Realizzare un progetto tematico vuole dire appunto "assemblare" il materiale raccolto nel corso del proseguo del progetto. Questo però è possibile quando dal punto di vista della curatela nasce una "visione" che dà poi la direzione al progetto stesso. Il punto importante è stato fare convergere il tutto nel catalogo realizzato graficamente da Francesco Dondina, artista che ha anche realizzato tre opere per il progetto. Da qui in poi curatore e grafico hanno operato insieme per dare ordine "visivo" alla "visione" del curatore che ha trovato corpo nella realizzazione grafica del tutto.
In ogni caso non ci sono state difficoltà nel creare un discorso unitario e lineare poiché ogni artista ha certo una propria personalità, ma il punto è che l'adesione alla tematica è stata generosa e profonda dal punto di vista della ricerca artistica per cui, la linearità del progetto, è certo scaturita da questa forza di "insieme".
Oggi certo la memoria non è più facilmente manipolabile come un tempo, così come gli artisti hanno dimostrato. "L'arte è profezia", come ha scritto Pierre Restany, critico straordinario del Nouveau Realisme, ma L'arte, in questo caso, è anche azione politica, schieramento e (perché no?) Resistenza. Se non altro non ci sono equivoci.

Quali opere hanno colpito maggiormente la sua anima tra quelle presentate nel libro?

Di certo due: la bambola "estratta" dal museo dell'Olocausto di Aimara Garlaschelli (net-art) che ha una storia straordinaria alle spalle. La bambola è appartenuta ad una deportata del ghetto di Cracovia che poi, riuscita a salvarsi, è tornata a cercarla fino al ritrovamento. Sono gli occhi della bambola ad avermi colpito, oltre che l'operazione artistica in sé stessa naturalmente. Ma quegli occhi marroni..., profondi, malinconici, assolutamente carichi di vissuto senza ambiguità. Occhi che "hanno visto tutto", che conoscono la verità. Poi uno dei manifesti di Francesco Dondina realizzato con i colori delle diverse forme di segregazione assegnati ai prigionieri politici, ebrei, omosessuali, zingari, delinquenti comuni e altri. Una stella composta di quei "triangoli" colorati che venivano cuciti sulle casacche dei deportati. Ma altre opere hanno comunicato la loro forza.
Che dire delle opere di Colin dove si intravedono i volti di bambini del ghetto di Varsavia fotografati prima che questo venisse spazzato via? Colin ha rielaborato questi volti e intorno a loro ha costruito un'istallazione di notevole efficacia. E poi Bach, con il proprio lavoro che attraversa corpi di figure con una sabbia che lentamente le ricopre fino a cancellarne l'esistenza ma riportandole in vita effetivamente attraverso il ricordo. Rimando comunque una lettura al testo redatto per la presentazione del catalogo così che si possa leggere la specificità creativa di ogni autore per me tutte egualmente importanti e raccolte in un efficace catalogo edito da Charta, casa editrice da sempre impegnata a restituire anche opinioni, oltre che emozioni. Proprio come - mi auguro - Stand by memory.
AIMARA GARLASCHELLI (NET ART)
Il carillon della memoria

A tratti la pioggia filtra dalla tettoia improvvisata. Al ticchettare ritmico delle gocce si alterna una parentesi di silenzio. Poi, come una raffica minacciosa, l'acqua si distribuisce nel catino bianco. Parte delle gocce rimbalza al di fuori e viene assorbita sordamente dal panno grigio e zuppo distribuito tutt'intorno.
E poi, di nuovo, il ticchettio e il silenzio e la raffica. Attorno la notte che raccoglie tutti in una densità ancora più gronda di inquietante vuoto.

Si comincia così, dall'osservazione distaccata di una realtà circostante e indifferente.

Più lontano, l'acqua colpisce i ciottoli della strada, viene rallentata dalla terra che poi, vinta, le si unisce in un torbido ammasso di melma e lentamente si muovono, sbandate, tra dislivelli e insenature. Delle pozze torbide si formano lungo il percorso, quasi punteggiatura in un discorso ubriaco di nostalgia.

Si continua così, con una cronaca di atmosfere ipotetiche, di paziente speranza.

La pala arrugginita penetra pesantemente al di sotto del fango e lo smuove, mentre una vecchia carriola ne accoglie il contenuto più volte, fino ad esserne colmata. Si trascina tutto fino all'angolo di strada più vicino, restituendo la terra bagnata al suolo su di un cumulo di macerie crescente.
Ed ancora, ancora, ancora. Poi la notte nasconde le fosse sotto la cupola di uno smaltato scolapasta di stelle.

Si continua così, ricordando, nell'attesa di sentire ancora timide gocce scendere, prima sole e poi sempre più numerose, insistenti.


FRANCESCO DONDINA (GRAFICA)
Colori, numeri e segni

Colori, numeri e segni, sono elementi costitutivi, universalmente riconosciuti, del linguaggio visivo. Nel corso delle diverse epoche storiche, dalle origini della civiltà, l'uomo, organizzato in gruppi sociali, militari, economici, politici e culturali si è dotato oltre che della scrittura, di un apparato iconico attraverso il quale rappresentare la propria identità.
Colori, numeri e segni sono "le parole" di un meta-linguaggio che da sempre ha avuto quale funzione primaria quella di affermare e rafforzare lo "status" di singoli individui o gruppi, attraverso un percorso di differenziazione.
Le grandi civiltà antiche quali quelle Babilonesi, Egizie, Greche, Romane, ma anche le civiltà precolombiane Indiane, Cinese fino a quelle dall'età di mezzo all'epoca moderna, hanno utilizzato i segni iconici per raccontare concetti e valori quali autorità, potere, famiglia, tribù, città.
In pace come in guerra, la comunicazione visiva ha da sempre caratterizzato "l'essere o l'appartenere" in qualità di cittadino, soldato, prigioniero, padrone, schiavo, ricco, povero.
Negli anni terribili caratterizzati dalla follia nazista, dove la scelleratezza umana ha toccato traguardi forse mai raggiunti in un progetto di eliminazione dei propri simili, questo principio di "scrittura iconica" si è completamente rovesciato. A partire cioè dalla discriminazione delle leggi razziali, sino ad arrivare all'annientamento fisico di etnie e soggetti sociali attraverso i massacri e gli internamenti nei campi di sterminio, colori, numeri e segni sono stati usati dalla dittatura nazifascista per strappare l'identità, annullare la persona, negare lo status, trasformare l'individuo in massa indistinta e irriconoscibile. La lettera alfabetica"J"veniva scritta in rosso sui documenti degli individui di origine ebraica a coprire i dati anagrafici, così come i numeri venivano "impressi a fuoco" sui corpi dei nuovi arrivati nei lager. Nulla di diverso dai criteri di numerazione esercitata oggi sulle merci in ogni parte del mondo attraverso i codici a barre.
La Stella di Davide gialla, veniva poi imposta agli ebrei in tutti i territori occupati e continuava poi ad accompagnarli nei campi di concentramento come marchio di infamia, oltre che di condanna. Ma sul piano iconico, la fantasia sconcertante del nazismo nei campi di sterminio non si fermava certo a questo. Triangoli di colori diversi, venivano infatti usati per ridurre i prigionieri a gruppi di appartenenza specifici e favorirne una più rapida eliminazione. Un inferno di colori variegato, dove il rosso era destinati ai politici, il rosa agli omosessuali, il viola ai testimoni di Genova, il nero agli asociali, il verde ai delinquenti comuni, il blu agli apolidi e il vermiglio agli zingari.
Al di là delle considerazioni sul piano morale ed etico che emergono spontanee in merito a tanta torbida fantasia, il primo e terribile atto di crudeltà e ferocia perpetrato attraverso l'adozione di un sistema iconico, fu quello di uccidere negando l'appartenenza ad un sistema civile.
Oggi possiamo soltanto chiederci se come società evoluta, dotata in parte di codici utili a difendere il principio stesso dell'esistere, riusciremo mai a restituire a quei milioni di morti l'identità loro negata.


GIANLUIGI COLIN (INSTALLAZIONE SCULTURA)
I bambini di Roman

Quando per la prima volta ho visto le immagini ingiallite di Roman Vishniac (1897-1990) ho avuto la conferma di come la fotografia, potesse assumere il valore di impegno morale. "Spero che voi guardiate ciascuna di queste foto assieme alla loro storia, allora anche voi vedrete il mondo che io ho visto" , invoca Roman Vishniac nel presentare il suo libro "Un mondo scomparso".
Questo straordinario uomo, nato a Pavlovsk, nei dintorni di San Pietroburgo, è un dottore in microbiologia. Insegna all'università, ma dopo la rivoluzione d'Ottobre è costretto a fuggire per le persecuzioni contro gli ebrei. Arriva in Lettonia, poi si trasferisce a Berlino. Dal 1920 al '31 continua la ricerca in università, dove gli negano il dottorato perché ebreo. Roman sentiva che "il mondo stava per essere sconvolto dall'ombra demente del nazismo, e che ne sarebbe conseguito l'annientamento di un popolo di cui nessun testimone avrebbe ricordato i tormenti". Così, dal 1935
al '38 si pone un obiettivo: raccontare con la macchina fotografica la vita nelle comunità ebraiche dell'Europa orientale, e con essa l'identità di un popolo.
"Perché ho fatto questo?", si chiede Vishniac: "Un apparecchio fotografico nascosto per ricordare come viveva un popolo che non desiderava essere fissato sulla pellicola potrebbe sembrarvi strano. Era follia attraversare senza posa delle frontiere rischiando ogni giorno la mia vita? Quale che sia la domanda, la mia risposta resta sempre la stessa: bisognava farlo. Io sapevo che era mio dovere fare in modo che questo mondo scomparso non si eclissasse completamente".
Roman Vishniac in tre anni fotografa e riprende con la macchina fotografica, nascondendo i suoi apparecchi, la vita degli Ebrei in Polonia, Lituania, Lettonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Di 16.000 foto scattate, solo 2.000 negativi si salvano. Una testimonianza storica unica. Un documento emozionante e terribile.
Ci restano, mi restano, i volti incorniciati da folte barbe di uomini che camminano in via Nalewki, nel cuore del quartiere ebraico di Varsavia, quello della signora Valzer, la venditrice di scarpe in via Leopoldstadt a Vienna, di un ragazzo di Lask, durante le celebrazioni della sua bar mitzvah...
Ma di quel "mondo scomparso", come marchio indelebile, mi sono rimasti impressi soprattutto gli occhi dei bambini. Ho sentito la necessità di ingrandire e colorare quegli sguardi, li ho aperti nello spazio, avevo il bisogno di vederli più vicini. Ne è risultata una sospensione del tempo.
Con stupore ho scoperto come le immagini di quegli anni tormentati si sono trasformate in figure dei giorni nostri. Gli stessi sorrisi, desideri, speranze. In fondo, la stessa innocenza di fronte alla vita dei fanciulli che accompagniamo ogni giorno a scuola: con loro discutiamo di Harry Potter, dei voti, delle amicizie, parliamo dei loro sogni, delle loro paure. Sono i nostri figli.
Ho raccolto questi sguardi in una cassetta di ferro corrosa dal tempo: il tempo ha anche i colori della ruggine. Solo la memoria non può, e non deve, essere consumata. La memoria ha la semplice ma dura consistenza dei sassi che sono lasciati, nella cultura ebraica, come gesto d'amore sulle lapidi di chi se n'è andato. Sassi come fiori, sassi come monito: terra siamo, terra ritorneremo.
Qualcuno sostiene che il mondo non lo riceviamo in eredità dai nostri padri ma in prestito dai nostri figli. Penso spesso alle mie bambine: hanno la stessa età di quando Anne Frank, nel 12 giugno del 1942, cominciò il suo diario. E mi domando: quale vita sarà riservata a Paola e Flavia? Quale destino? Mi sono risposto che solo il valore fondante della Memoria potrà aiutarle a riconoscere il Bene e il Male e condurle per mano verso un'etica dell'esistenza.
"La cosa più dura è scoprire quello che già si sa", ci dice Elias Canetti. La cosa più dura è scoprire che ancora oggi l'odio e il terrore sono figli del fondamentalismo religioso, del razzismo, del potere cieco, del controllo economico e politico globale. Forse non ci resta che una forma individuale di (r)esistenza. Proprio come ieri, non sono così scontati i valori per i quali è necessario ancora impegnarsi: la difesa della libertà e la ricerca di giustizia. Per i bambini di Roman. Per i nostri bambini.


ORIO (FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA-INSTALLAZIONE)
Qui dentro

Per qualche anno mi sono occupato di Aids. Uno degli incubi notturni di molte persone sieropositive è quello di essere deportate in un campo di concentramento. Una donna mi racconta di vedersi spinta a forza dentro un treno nero. Un ragazzo mi dice che spesso, nel sonno, si vede sopra una collina, da dove "quelli come lui" vengono portati giù in catene. Ci sono uomini in divisa da ufficiale, strani, altissimi, come allungati da uno specchio. Lui è in fila. La fila va verso una sorta di disco volante che la inghiotte e non la restituisce più. Nell'inconscio, il lager è interno e profondissimo. Coincide con la malattia mortale, il veleno,le frustate del pregiudizio. Coincide con l'assurdo. A volte penso, spero, che sia questo abisso di paura a dettare le sciocchezze di quanti (per me davvero misteriosamente) si ostinano a negare la verità dell'olocausto. A volte, ma non ora.
Ora sono qui dentro. Qui dentro muore il pensiero. Qui dentro muore il perdono. Qui dentro muore tutto. Una finestra a croce mi schiaccia contro il buio. Ci sono i capelli delle donne (tagliati per fare materassi). Amore andiamo via (io posso andare via, noi possiamo andare via). Qui dentro è un buco nero. Qui dentro è Auschwitz.


WILLIAM GUERRIERI (FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA-INSTALLAZIONE)
Prima della Guerra

Sono nato nel 1952, quando erano appena trascorsi pochi anni dalla fine della guerra.
Si dice che la mia generazione è stata quella della televisione e del primo benessere di massa. E' vero, ma si può anche pensare che sia stata quella generazione che ha lasciato dietro di se un evento così tragico come la Seconda Guerra Mondiale.
Questa riflessione, così ossessiva negli artisti tedeschi contemporanei, non è forse necessaria anche per noi italiani? Perché non lo è stato, anche se con le dovute differenze?

Il paesaggio della mia infanzia è stato il paesaggio del dopoguerra, dove l'epoca appena trascorsa era presente attraverso gli oggetti, gli edifici, i racconti di vita vissuta. I miei genitori avevano vissuto gli anni della loro giovinezza in quel periodo, ma la cultura degli anni '50, improntata alla ricostruzione e alla rimozione della tragedia ha segnato una frattura, una interruzione della memoria.
Poi, il nuovo deve avere cancellato e sostituito lentamente l'esistente.

Il paesaggio ha subito le trasformazioni più rapide, ma gli edifici di allora sono, forse ancora oggi la testimonianza più visibile di quel tempo.
Quando vedo quei muri ed entro in quegli spazi mi chiedo: quei muri c'erano quando altre persone hanno vissuto, transitato, festeggiato o sofferto anni fa, prima che io fossi in questo stesso spazio. Inoltre, questo edificio doveva apparire un edificio importante, il centro del mondo: che ne è stata di quella illusione?

Come posso tentare di ricostruire qualcosa, di allora, come posso provare a decifrare le tracce, i segni che ancora sono visibili. La luce che vedo è la stessa di allora, così come i colori dei muri sono forse simili a quelli di allora, come lo sono di certo i materiali e le forme dell'architettura.

L'interesse per gli edifici pubblici degli anni Trenta, è diventata una nuova scelta strategica per orientare il mio lavoro sul valore della memoria.
Tale valore è al centro della mio lavoro e viene utilizzato come resistenza morale al costante pericolo della omologazione del quotidiano, a cui lo tesso lavoro artistico sembra a volte non sottrarsi.
Ho animato degli spazi vuoti con delle immagini di attività e di relazioni già esistenti (Corriere della Sera, Anno 1936), appartenenti al territorio e alla cultura della sua rappresentazione.
Con questo progetto dichiaro ancora tutto il mio interesse per il locale, in opposizione al globale e al valore della memoria, in opposizione ad un presente senza storia.

In un tempo, infine, in cui non sembra esserci spazio per alcun valore, voglio inoltre insinuare il sospetto di un tempo migliore.


CARLO BACH (SCULTURA-INSTALLAZIONE)
Vista con granello di sabbia

Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.
Fa a meno di un nome,
generale o individuale,
permanente, effimero,
scorretto o appropriato.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
È solo un'avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.
......

Wislawa Szymborska
Da "Gente sul ponte" ,1986
ed. Adelphi, 1998


ROBERTO CODA ZABETTA (PITTURA IN CROMOLUX)

"...state molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime!" La donna è uscita dalla costola dell'uomo, non dai piedi perchè dovesse essere pestata, nè dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale.... un po' piu in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata..."

(dal Talmud)

"...voi da quale parte siete usciti?"


MURIEL PRANDATO

"Io ho fatto questo" dice la mia memoria. "Io non posso aver fatto questo" dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine - è la memoria ad arrendersi.
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male

"Davvero, un fiume immondo è l'uomo. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume immondo, senza diventare impuri.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è il mare, nel quale si può inabissare il vostro grande disprezzo.
Qual è la massima esperienza che possiate vivere? L'ora del grande disprezzo."
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra


MORENO GENTILI
"Io non c'ero.., però ricordo".

Ricordo mio padre e il primo libro avuto da lui in regalo al compimento del mio quattordicesimo anno: Ka-tzenik 135633, Piepel. La storia di alcuni ragazzi che divenivano strumento di piacere per quei Kapò impegnati a dettare legge nei campi di concentramento nazisti.
Ma è tutto vero?, gli ho chiesto un giorno. Questo è niente; il peggio è ancora da conoscere, mi ha risposto. Poi l'abisso.

Sono stato in visita a Dachau e non vi ho ritrovato più nulla; nulla di quello che ho visto nei libri di storia e nei documentari, naturalmente. Soltanto qualcosa di perfettamente ricostruito, quasi artefatto. Anche gli odori erano nuovi, come rifatti ad uso e consumo dei visitatori, capaci comunque di restituire un gradevole profumo di legno misto al ronzio degli schermi dei computer colmi di dati, numeri e immagini.
E la memoria?, Ho chiesto ad uno dei guardiani. Rifatta anche quella, tutto nuovo qui, mi ha riposto. Si, ma cosa accadrà quando la memoria degli ultimi sopravvissuti sarà esclusivamente affidata alla tecnologia? Ho ribattuto.
Chiuderemo i cancelli e adieu! Ha concluso il medesimo guardiano. Avrei preferito allora trovare un immensa distesa di polvere. Ho detto a me stesso allontanandomi.

Salgo su di una teleferica e guardo il paesaggio. Nulla di nuovo intorno se non le stesse medesime cose di sempre: alberi, scoiattoli, cervi e un freddo intenso.
Nulla di nulla qui intorno e a parte quel nulla che insegna la storia della Shoa, niente mi farebbe pensare di essere vicino ad un'immensa fossa comune. Forse i corpi sono ora attraversati dalle radici degli alberi, confesso alla mia compagna di viaggio.
Io li immagino felici, prima che qualcuno li uccidesse, mi risponde. Il freddo mette davvero i brividi, una volta di più.

L'oggi è oggi per l'Europa, indiscutibile presente, con un passato ancorché tragico alle spalle, ma anche con un futuro da gestire in termini di relazioni umane, ideologiche, religiose, e politiche contrapposte di una Storia che, nonostante tutto, avanza inesorabile.
E nella Storia è indispensabile il perdono.
Si, ma è davvero così indispensabile?, Mi chiedo nel mio oggi. Ma allora perché molti, troppi, si affannano a negare, evidenziare, stigmatizzare che la Shoa è storia certo da ricordare, ma che il perdono è strumento necessario di crescita civile e di tolleranza? Ma qualcuno ha chiesto "perdono" senza fare della Politica?, mi chiedo guardando Fini in Israele?


FRANCO FANELLI

"Quando di colpo San Martino smotta
le sue braci e le attizza in fondo al cupo
fornello dell'Ontario,
schiocchi di pigne verdi fra la cenere
o il fumo d'un infuso di papaveri
e il Volto insanguinato sul sudario che mi divide da te;
questo e poco altro (se poco è un tuo segno, un ammicco, nella lotta
che me sospinge in un ossario, spalle
al muro, dove zaffiri celesti
e palmizi e cicogne su una zampa non chiudono
l'atroce vista al povero
Nestoriano smarrito);
è quanto di te giunge dal naufragio
delle mie genti, delle tue..."

Eugenio Montale, da Iride

Di Giulia Mozzato




15 gennaio 2004