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Nadia Fusini
Nadia Fusini interpreta i grandi temi della classicità in un romanzo moderno

Incontriamo Nadia Fusini in Galleria a Milano. L'elegante e garbata conversazione, il bel viso sorridente e l'atteggiamento familiare rendono facile parlare dei grandi temi dell'esistenza: l'amore, la vita e la morte.


Perché ha scelto di affrontare, nel suo ultimo romanzo Due volte la stessa carezza, un tema "classico" nella letteratura, quasi un topos letterario?
Non c'è mai niente di così direttamente propositivo quando uno comincia a scrivere una storia. Avevo cominciato a scrivere questa storia prima del mio primo romanzo ed era un racconto che non sapevo tanto come risolvere, perché è difficile dare soluzione a una vicenda che parte in modo così fantastico, irreale. Nasce forse da elementi autobiografici, come le favole che sentivo in casa da bambina: la zia morta giovane, lo zio rimasto vedovo. Su questo germe è nata questa fantasticheria che tocca alcuni luoghi classici della letteratura, in primo luogo il tema del doppio. Per me quello che è interessante di questa storia è l'amore, una passione vista da due punti di vista. Dalla parte dell'uomo, Luigi, il vedovo che è un uomo che può amare una donna sola e quando la donna amata muore, tenta di sostituirla con un'altra, ma l'operazione non funziona, vuole la stessa donna e la coltiva in questa ragazzina che, avendo il suo nome, comincia a educare ad essere "l'altra". Sì, è il tema ad esempio de "La donna che visse due volte", o di "Bruges la morta" il romanzo di Rodenbach; dall'altra parte c'è l'amore visto dalla parte della ragazzina, Clara II, che nascendo si trova già inserita in una storia in cui poi si mette volontariamente quasi per "amore dell'amore" che sente. Lei non vuole la sua identità, vuole l'identità dell'altra, tanto da sacrificare la propria vita e vivere una vita vicaria.
Nel suo libro c'è molta purezza, l'amore fisico è più alluso che descritto. Che cosa pensa del sempre più diffuso erotismo nella scrittura?
N el libro io tento una descrizione di un rapporto dove c'è erotismo, ma molto interiorizzato, perché io penso che il vero erotismo sia quello, non il descrivere gli organi nei minimi particolari. L'erotismo per me ha a che fare con una dimensione molto mentale, di immaginazione. Anche per esempio quando la ragazzina inizia chiaramente una relazione con lo zio, il rapporto è suggerito, mai descritto. Perché per me è più potente così: è più potente l'allusione della pornografia, che è descrizione dei particolari. Scrivendo si può suggerire la tensione amorosa.
Questo è caratteristico, secondo lei, della scrittura femminile?
Non so... non credo che sia così, non è tanto questione di inibizione, è invece una questione di concezione dell'amore. Non è un caso che la pornografia l'abbiano inventata gli uomini! Io non credo che sia per repressione sociale che le donne non vadano nei bordelli. Oggi ci sono donne che si trovano dei gigolo, ma è più una mossa rivendicativa, non credo che appartenga alla nostra dimensione erotica l'ostentazione pornografica. E poi comunque c'è qualcosa di una storia un po' antica in questo mio romanzo. Ha un sapore un po' antico: una grande immaginazione amorosa che non so se è più realizzabile nel nostro mondo.
Molto interessante è anche la figura della madre della giovane Clara.
In questi personaggi secondari ho cercato di dimostrare dei punti di vista sull'amore. La madre di Clara, Alba, è una donna molto delusa dall'amore. Ha un matrimonio, ma non ha trovato nella realtà un equivalente dell'immaginazione amorosa. Lei non ha avuto l'amore, l'ha avuto la sorella, ma non l'ha potuto vivere perché la morte gliel'ha impedito. E l'amore lo può vivere la figlia, anche se c'è questo paradosso che non è il suo...
Per quale motivo ha introdotto le pagine del diario della prima Clara?
Volevo che la prima Clara avesse un suo spazio corposo nel romanzo. Per essere capace di suggerire tanta passione doveva essere un personaggio molto forte. Era anche lei una fanciulla giovane, senza una grande conoscenza della vita, che però fa un'esperienza assolutamente decisiva e fondamentale: quella della morte. Quel diario sta lì, narrativamente, perché "l'altra" la conosca. Si favoleggia di lei nella casa, ma nessuno sa restituire davvero chi era questa donna. E così la seconda Clara quando incontra questo diario fa un'esperienza, anche questa vicaria, non in presa diretta, di che cosa ha significato l'amore e la vita per l'altra.
Qual è il rapporto tra la seconda Clara e la prima?
In un certo senso la seconda Clara vorrebbe salvare la prima. Come se pensasse che mettersi al suo posto potrebbe farla rivivere, salvarla. È impossibile, ma è un grande sogno, un bellissimo sogno ed è anche questo un tema che nella letteratura ha profonde radici, pensavo ad Alcesti... Io credo che sia un po' proprio delle donne, non voglio essere tradizionalista, ma penso che nelle donne ci sia questa immaginazione di poter vivere per l'altro, perché le donne conoscono questa cosa fondamentale che è dare la vita. In un certo modo questa seconda ragazza fa un sacrificio che le dà molto senso, che dà molto senso alla sua intera vita, per cui io non penso come triste la fine del romanzo. Certo così non si può vivere, però è molto "forte" la vita di chi ha fatto questa scelta.
Quali sono state le letture per lei più importanti?
Le traduzioni che ho fatto di Virginia Woolf sono state per me molto formative: non c'è modo migliore per conoscere un autore che traducendolo, si entra nel vivo della lingua e anche un po' nel vivo dell'immaginazione. La letteratura inglese e americana è quella che ho studiato di più e poi la insegno ed è quella che ho assimilato più profondamente. Ma amo anche autori non di quest'area, ad esempio Clarice Lispector è una scrittrice che mi ha insegnato non tanto i "trucchi" del mestiere, quanto un "modo" di pensare la lingua, un modo di farla funzionare, di renderla intensa. Scrivere è per me mettere in moto la lingua, farla cantare, farla diventare un'esperienza di suono. Capisco che una frase è giusta, quando sento che il "tono" è giusto.
Come considera tanta scrittura contemporanea, che utilizza per esempio il gergo giovanile?
Può anche questo essere interessante, se messo in rapporto con qualcosa che sta accadendo. Stavo pensando a certo cinema americano che ci ha restituito l'idea di un linguaggio fratto, che non arriva mai alla conclusione. È interessante perché ci mette in rapporto con degli esseri umani che oggi vivono così l'esperienza del linguaggio. Io sono di un'altra generazione, penso che la lingua sia lo strumento espressivo più alto. Io poi non so utilizzarne altri, non conosco la musica o la pittura e cerco di utilizzare la lingua nel modo più alto ed espressivo senza, spero, essere retorica.
Crede nelle scuole di scrittura che oggi vanno moltiplicandosi?
Non molto, però non vorrei fare la snob, perché poi penso che in Inghilterra e in America da queste scuole di scrittura sono venuti fuori anche degli scrittori importanti, può darsi che servano... Certo per me la scrittura è qualcosa di idiosincratico, di così singolare, che ognuno deve trovarla da solo. Non so quanto si possa insegnare: tutto ciò che si può insegnare tende ad omogeneizzare, a rendere uguali. Nella scrittura credo che il fine sia invece essere se stessi, essere unici.




24 ottobre 1997