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Carlos Fuentes

Uno dei maggiori scrittori contemporanei, forse il più significativo tra quelli di cultura ispanica: Carlos Fuentes ci parla della sua opera, della sua concezione del tempo e della funzione che per lui la letteratura.


La sua età le consente uno sguardo ampio sul nostro mondo: lei considera la vecchiaia un periodo fertile della vita?
Credo che la gioventù non si perda ma al contrario la si guadagni: si ottiene se si lotta per conquistarla. Ho conosciuto molti giovani che dal punto di vista biologico e anagrafico erano anziani, ma conservavano uno spirito e un'immaginazione molto fertili. Il primo che mi viene in mente è Luis Buñuel che a 80 anni era ancora capace di una produttività inusitata anche in un giovane. Conosco invece ragazzi di vent'anni che sono "anziani di vent'anni" perché si adattano al mondo così com'è e non hanno capacità di immaginarlo diverso. Penso allo scrittore polacco Gombrowicz che era l'esatto contrario di quello che lui stesso affermava, "maturare è imputridire", e si poneva il problema di come mantenersi adolescente cioè di conservare la completa pienezza di quella età. Io invece mi propongo il contrario: arrivare alla piena vecchiaia perché grazie a questa si acquista una fortissima lucidità. Penso ad esempio a Arthur Rubinstein che a 80 anni aveva maturato una tecnica pianistica che sicuramente non aveva da giovane o a Pablo Casals o a migliaia di altri vecchi ma giovani.

Crede che il potere corrompa? Molti personaggi dei suoi romanzi sembrano dimostrarlo.

Penso alla famosa frase di Lord Acton che diceva: il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Gombrowicz affermava che ogni esperienza (divertirsi, amare, lavorare) corrompe. Quindi se volessimo preservarci dovremmo vivere in una sorta di infanzia assoluta. L'utopia attuale dell'infanzia perpetua secondo me è invece un'anti-utopia: penso a Wells e alla sua Macchina del tempo, a quella sorta di paradiso dove tutti sono giovani, belli e stupidi. Quindi la giovinezza o qualsiasi età di un uomo o di una donna in realtà sono un compromesso inevitabile a cui si giunge con la famiglia, con la vita, con il lavoro. Bisogna poi sottolineare il fatto che non esiste innocenza o colpevolezza assoluta, perché la vita è fatta di compromessi, di luce e di ombre, non si può avere l'assoluto. Sappiamo che l'eroismo non esiste, e se esiste è un'eccezione. Giovanna D'Arco è un'anomalia e non possiamo pretendere di essere tutti come lei. Penso che si possa considerare la vita come una corrida: quando si è davanti al toro, dobbiamo cercare di affrontarlo e potremo avere il pomeriggio, la tarde de los toros, buono e quello cattivo. Abbiamo la possibilità di affrontare la vita in un modo o nell'altro e ripenso ad una canzone cilena che dice che siamo tutti dei carrettieri che viaggiano per una strada che si fa mentre si cammina.

La sua scrittura è piuttosto complessa. È abituato a rielaborare molto il testo o scrive di getto?

Entrambi gli approcci. Ci sono dei brani che approdano direttamente alla pagina scritta senza troppa rielaborazione, invece altri richiedono una ri-scrittura profonda, non vi è una regola generale. La sera precedente penso molto a quello che scriverò il giorno dopo, ma quando mi metto a lavorare scrivo spesso cose a cui non avevo mai pensato. A volte mi stupisco di certi cambiamenti improvvisi nel testo rispetto a quanto pensato in precedenza.

Ha dei modelli di riferimento nella cultura e nella letteratura di tutti i tempi, vi sono autori che l'hanno particolarmente segnata?

Per quanto riguarda il romanzo sono fondamentalmente tre. Innanzitutto Cervantes perché è quello che ha fondato il romanzo moderno, un romanzo che si basa sull'incertezza, l'ambiguità dell'autore, dei personaggi, dei nomi: cioè è la realtà che viene messa in dubbio. Poi Balzac perché la commedia umana per me è sempre stata un esempio di realtà romanzesca e mi sento molto vicino a questa facilità di passare dalla descrizione della realtà sociale alla letteratura più fantastica. Infine Faulkner che riesce a radicare la memoria nel presente di un popolo, si pensi al Sud che descrive dando vita a un passato che si ripercuote sul presente e che dà forma al desiderio.

La sua scrittura, secondo me, è molto diversa da quella degli altri autori latino-americani. È molto europea. Concorda con questo mio modo di leggerla?

Sicuramente sì, almeno in linea di principio. In ogni caso la letteratura latino-americana è, in un certo senso, parte di quella europea occidentale. Nella mia scrittura ci sono tratti essenzialmente messicani che provengono dalla letteratura indigena e tutto ciò è il risultato di un incontro di civiltà, un incontro tra la conquista spagnola e la disfatta del mondo indigeno messicano.

Conosce qualche scrittore italiano contemporaneo?

Non molto gli scrittori dell'ultima generazione, ma tutta la letteratura latino americana è stata influenzata da scrittori come Italo Svevo, Elio Vittorini, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Vitaliano Brancati, Elsa Morante, o il Dino Buzzati de Il deserto dei tartari, ma soprattutto da Italo Calvino che per noi rappresenta il culmine della letteratura italiana.

Credo che la lettura delle sue opere abbia anche la funzione di educare alla libertà. Lei ha questo intento quando scrive?

Penso proprio di sì, comunque qualsiasi autore onesto penso abbia l'aspirazione di arrivare, tramite la parole, a far sì che la vita degli uomini e delle donne sia più libera e di poter aprire dei nuovi orizzonti. Persino in autori di per sé dichiaratamente reazionari, pensiamo per esempio a Céline, l'opera dell'autore è andata oltre le sue stesse intenzioni. Questo discorso vale anche per autori dichiaratamente comunisti come potevano essere Aragon, Alberti o Neruda, anche in loro si è visto che l'opera è andata oltre le intenzioni manifeste dell'autore. È molto importante insomma che l'opera aiuti ad accrescere una porzione di libertà.

Di Grazia Casagrande




19 luglio 2002