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Mimmo Franzinelli

Un Duce proibito che si rivela

Mimmo Franzinelli, autorevole studioso del fascismo, ha da pochi giorni mandato in libreria un bellissimo volume fotografico, Il Duce proibito edito da Mondadori, frutto della collaborazione con Emanuele Valerio Marino, regista e sceneggiatore, direttore dal 1966 al 1990 dell'Archivio storico dell'Istituto Luce. Franzinelli, nell'intervista che ci ha concesso, spiega ai nostri lettori alcuni aspetti ancora poco noti della pratica censoria nel periodo fascista.



Lei è uno studioso del fascismo, ci può sottolineare il peso che ebbe la "macchina mediatica" per l'acquisizione del consenso?
Sconfitte politicamente le opposizioni e distrutte le loro basi organizzative mediante l'impiego delle strutture repressive statali (prefetti, carabinieri, polizia politica), dalla fine degli anni Venti il regime fascista potenziò il proprio apparato propagandistico impegnandosi in una grande operazione di costruzione e di canalizzazione del consenso. Un consenso che aveva nella figura di Mussolini l'elemento di più ampia aggregazione sino agli estremi di un vero e proprio culto della personalità; i giovani italiani venivano educati sui banchi di scuola a vedere nel duce l'artefice della nuova Italia, il forgiatore del Paese restituito ai fasti imperiali e alla conciliazione con la Chiesa. Fotografia, filmografia e radiofonia portarono nelle case, nei cinematografi e nelle piazze l'immagine e la voce del dittatore, i cui slogan campeggiavano - stampigliati a grandi caratteri - sui muri di mezza Italia. Questo martellamento incessante ebbe indubbiamente esiti significativi nell'avvalorare un consenso ben superiore a quello (comunque non certo irrilevante) che il fascismo aveva saputo via via costruirsi mediante misure sociali ed economiche.

Queste immagini "proibite" erano state censurate direttamente da Mussolini o esisteva uno staff che le selezionava?

Mussolini, da grande narcisista, lavorò intensamente sulla propria immagine, assistito da uno staff di collaboratori: varie decine di persone che non soltanto selezionavano le fotografie ma le smistavano alle varie testate giornalistiche corredate con indicazioni su impaginazione e titolazione. La segreteria particolare del duce fu attivamente coadiuvata da altri due importanti centri: il ministero della Cultura popolare e la direzione del Partito nazionale fascista. Scorrendo con Emanuele Valerio Marino (per diversi anni direttore dell'Archivio storico fotocinematografico dell'Istituto Luce) la massa imponente delle fotografie censurate, ci siamo più volte interrogati sulla convenienza, ai tempi, di un impiego così massiccio di energie sul copioso materiale. A mano a mano il nostro lavoro progrediva, ci siamo convinti che in effetti, dal punto di vista del regime, si trattò di un investimento redditizio. Le fotografie servono per ricordare. Un uso così esteso e pervasivo delle immagini del duce si è rivelato funzionale alla costruzione di una memoria collettiva: operazione perfettamente riuscita, alla luce dei risultati ottenuti. Oggi, ad un sessantennio dalla caduta del fascismo, il ricordo di Mussolini passa praticamente attraverso le fotografie, e per fotografie intendo propriamente designare quelle migliaia di fotografie selezionate e approvate dal duce e dal suo staff. Il che si rivela particolarmente insidioso, in quanto il ricordo fotografico tende ad imporsi sopra ogni altra forma di comprensione e di memorizzazione. L'immagine, infatti (e qui attingo ad una recente intuizione di Susan Sontag) si sovrappone al pensiero e lo annulla, impedendoci pertanto di comprendere. Si pensi che quella visione improntata ai più schietti canoni di autorappresentazione è sopravvissuta al crollo del regime e nel dopoguerra è stata veicolata dalla stessa pubblicistica antifascista, che si è limitata a mutare di segno i giudizi, senza riflettere criticamente sul criterio di selezione e di formazione di quel corpus fotografico.

Quale aspetto prevale in queste fotografie che si temeva potesse compromettere l'immagine ideale del Duce?

Non esiste un aspetto prevalente, ma una tipologia di situazioni percepite da Mussolini come inidonee o addirittura dannose per il processo di costruzione del culto della sua personalità. Già nei primi anni Trenta il duce limitò la diffusione delle sue immagini di "borghese", in quanto ritenute anonime e poco incisive; di preferenza egli si faceva rappresentare abbigliato in una quantità di divise militari, alcune delle quali da lui stesso inventate: ad esempio, quelle di caporale d'onore della Milizia e di primo maresciallo dell'Impero. Chi sfoglierà Il duce proibito vedrà scorrere dinanzi agli occhi l'altro lato di Mussolini, quello di un dittatore che dimostra tutto il peso degli anni (ai giornali era vietato ricordare il compleanno del duce), quello dello statista che soffre la vicinanza col più giovane ed elegante ministro Ciano, quello, infine, in preda ad un evidente tracollo psicofisico negli anni della seconda guerra mondiale.

Mi ha colpito l'aspetto da "perdente" delle immagini relative all'ultimo periodo della dittatura: è solo una mia sensazione a posteriori?

Concordo sull'impressione del Mussolini del 1943-45 come di un «perdente», piegato e travolto dalla macchina della storia che egli si era illuso di guidare verso mete ambiziose. Una delle rappresentazione più eloquenti di queste fotografie consiste nelle immagini della primavera 1943: in esse campeggia un individuo svuotato, fragile, con lo sguardo allucinato sperso nel vuoto. Il "ripescaggio" da parte dei tedeschi, nel settembre 1943, riguardò non tanto il duce, che era definitivamente finito ancora prima del 25 luglio, quanto un simulacro del personaggio che egli era stato, un uomo nemmeno in grado - durante la Repubblica sociale italiana - di gestire la propria immagine, assoggettata a controlli e a veti dei nazisti. Per questo motivo abbiamo pubblicato, relativamente alla RSI, una sola fotografia, che nella sua straordinarietà mostra visivamente il tracollo: si tratta di un'istantanea scattata ad inizio marzo 1945 e raffigura il duce in visita al sacrario di D'Annunzio, a Gardone, con un espressione di chi assista al proprio funerale; la coreografia non è da meno e le corone di alloro in onore del Poeta fungono da degna cornice alle esequie di un uomo di del suo regime. Di quella stessa cerimonia la stampa della RSI fornì descrizioni magniloquenti, che abbiamo trascritto per fornire al lettore elementi di raffronto tra la realtà e la sua rappresentazione.

L'operazione censoria, strettamente collegata al culto della personalità del capo, esiste secondo lei solo in regimi di dittatura conclamata?

Esistono forme brutali di censura e forme ben più raffinate. Le dittature consentono di giocare una partita a senso unico, senza possibilità di critica. In democrazia la situazione diviene assai più complessa, di una complessità accresciutasi ulteriormente col notevolissimo sviluppo dei mezzi mediatici e della comunicazione di massa. L'attualità mostra come la politica dell'immagine tenda a sostituirsi alla politica dei contenuti; lo stesso scontro in atto sulla televisione pubblica è un indice del tentativo di controllo dei meccanismi di comunicazione, per un'operazione che combini i due corni del problema: la censura di ciò che è sgradito e la promozione di un'immagine positiva di questo o di quel personaggio.

Di Grazia Casagrande




1 dicembre 2003