foto Effigie

I libri di Jonathan Franzen sono ordinabili presso Internet Bookshop


Jonathan Franzen

Diventato un autore notissimo grazie a Le correzioni, bestseller in tutto il mondo, Franzen ha un atteggiamento tutt'altro che trionfalistico: uomo del dubbio e della problematicità contraddice l'immagine dell'americano superficiale e sicuro di sé.


Di cosa parla il suo ultimo libro Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa?
Ho scritto questi saggi durante la stesura de Le Correzioni: la finalità era guadagnare un po' di soldi e finanziare così il progetto del romanzo a cui tenevo molto. Nonostante abbia iniziato a scrivere questi brevi saggi per soldi, sono ben presto diventati molto importanti per me. All'inizio degli anni Novanta avevo scritto già due romanzi che non avevano riscosso il successo desiderato e sono caduto in un terribile stato di isolamento e di rabbia, convinto che nessuno si curasse del tipo di romanzo sociale che cercavo di scrivere.

E come ha elaborato questi sentimenti negativi?

Ho cercato di mettere qualcosa della critica sociale e della rabbia nei confronti dell'intero mondo nel nuovo romanzo, e ho sentito che stava trasformandosi in un lungo saggio, così ho alleggerito Le correzioni di molto materiale politico perché ne uscisse un romanzo a tutti gli effetti.

Com'è il suo rapporto con la scrittura?

Per me la relazione fra lo scrittore e i propri romanzi è essenzialmente erotica. Sentivo che, come narratore, stavo diventando un amante che non vuole cedere alla passione, così tradito, sconvolto e sconfortato da non entrare più in una relazione con gli altri, lamentandosi solo del mondo. Ed è stata una grande liberazione scoprire che potevo utilizzare l'elemento polemico sotto forma di saggi.
Inoltre uno scrittore, quando può permettersi di scrivere romanzi a tempo pieno, rimane come rinchiuso in una camera buia e tutte le mattine divorzia dal mondo. Una buona definizione della depressione è proprio questa estraniazione dal resto dell'umanità, quando ci si sente violentemente separati da tutti gli esseri umani.

E come ne è uscito?

NUn giorno il New York Times mi fece un'ottima proposta per un romanziere in grave difficoltà com'ero io al momento: scrivere un articolo sulla decadenza del significato culturale del romanzo americano. Era un argomento piuttosto deprimente, ma comunque mi costrinse ad uscire dalla "mia cameretta" e iniziai ad incontrare altri scrittori per confrontare le sensazioni che avevo sull'indifferenza del mondo nei confronti di chi scrive, cosa che non pensavo succedesse un tempo. Quell'articolo, che in effetti il New York Times trovò troppo interessante per farlo pubblicare subito, diventò in seguito un lungo saggio per Harper's, e mi diede l'opportunità per riflettere in modo approfondito sulle mie sensazioni, sul ruolo del romanziere nel mondo d'oggi in confronto al passato e trovare nuove ragioni per scrivere, ragioni di cui avevo bisogno disperatamente. Il saggio dunque non soltanto fu uno sfogo per esternare parte di questa energia polemica, forzandomi a uscire per incontrare gente, ma mi offrì anche una modalità per pensare alle cose che mi stavano impedendo di scrivere libri.
Inoltre fui molto fortunato ad avere un editor al New York Times che mi incoraggiò a continuare a scrivere questi saggi. Nel periodo in cui Le Correzioni furono pubblicate si resero conto che avevo abbastanza saggi da poter pubblicare un altro libro. Caratteristica comune di questi testi era la forte presenza della parola "alone" (solo) e la loro organicità: mettendoli tutti insieme davano vita ad una unica argomentazione che andava al di là delle tesi sostenute nei singoli saggi: questa è la genesi del libro che avete tra le mani.

Quale è stato il motivo, al di là del giudizio della critica, che ha fatto sì che Le Correzioni diventasse un successo internazionale? Era cambiato qualcosa rispetto alle opere precedenti oppure è stata una scoperta "tardiva" del pubblico?

Il mio romanzo-modello, il libro che avrei voluto scrivere è Comma 22 di Joseph Heller: volevo scrivere un libro come quello, che impegnasse la mia nazione in un senso politico e sociale, che vertesse su temi sociali importanti. Ma Comma 22 era un romanzo contro la guerra, mentre io avevo altri temi che mi stavano a cuore.
Una delle cose che ho successivamente capito è che nessuno che conosco legge romanzi per educarsi socialmente, nessuno legge romanzi per essere trasformato politicamente. Un'altra cosa che ha cambiato la mia visuale è stata che riuscii a placare la rabbia causata dal mio impegno sociale scrivendo saggi impregnati di temi politici per una rivista con un'ampia diffusione. Quello che aveva fatto Heller nello scrivere Comma 22 per un vasto pubblico di lettori, io lo stavo già facendo con la pubblicazione dei miei saggio su quella rivista, così che quella mia foga per l'impegno sociale era in qualche modo soddisfatta.
Mi son detto allora: "Dimentichiamo l'audience e l'urgenza politica. Mi metto a scrivere il libro che voglio scrivere, per me e i miei amici!". Ironicamente, questo è il libro che tutti amano... Questo sembra confermare l'assunto iniziale: i lettori di romanzi non sono particolarmente interessati alla politica o all'impegno sociale. Sicuramente questo è vero per me!

Dunque lei afferma che non esista contenuto politico nel romanzo Le Correzioni. In realtà, leggendolo, sembra che ci siano spesso delle critiche anche molto puntuali al modo di vivere e al modo di pensare della società occidentale...

Quando creo un personaggio, non mi limito a inventare una famiglia, un passato ma, per creare un personaggio che io possa riconoscere nella sua interezza, devo portarci dentro anche il mondo. Il mondo è interessante, il mondo è importante, ma è presente nel libro al servizio della creazione dei personaggi, per fornire tematiche in cui coinvolgerli. Il mondo esterno è parte della mia vita, quindi voglio che diventi parte anche della vita del lettore.

Una domanda strettamente politica. Cosa pensa della politica di Bush?

Credo sia corretto dire che non mi trovo proprio d'accordo con la sua politica, sia sui contenuti sia sui metodi del programma di Bush.

Qual è in questo momento il comportamento degli intellettuali americani che non approvano la politica di Bush e come pensano di contrapporsi?

Non è lo stesso di quello che succede in Europa, noi non abbiamo una classe intellettuale cosciente e, se l'avessimo, saremmo così disperatamente una minoranza nascosta che non importerebbe proprio quello che pensiamo. Il modo più veloce per far valere la tua opinione è esser parte dell'élite della "middle class". Nonostante ciò, è sorprendente come sia paralizzata la sinistra intellettuale americana dopo l'11 settembre. Penso che questo abbia a che fare in gran parte con il fatto che l'attacco dell'11 settembre fosse contro New York. Le persone che sono sempre state convinte pacifiste per tutta la loro vita improvvisamente non erano tanto sicure che non si dovesse andare in Afghanistan... Siccome poi il dramma è successo a New York, la sede di molti intellettuali di sinistra, è diventato ancor più difficile condannare la politica di Bush. Penso che, se fossimo stati attaccati a Dallas, in Texas, noi saremmo stati assolutamente convinti che non saremmo dovuti andare in Afghanistan né in Iraq. Ma se sei intellettualmente onesto, devi ammettere che è molto più difficile prendere questa posizione se l'attacco avviene a casa tua. Questo fatto ha paralizzato molti persone intelligenti in New York.

Si sta godendo il successo internazionale dei suoi libri?

Mi sento molto fortunato che Le correzioni abbiano avuto tanto successo, ma il successo in questo caso è molto relativo. Un libro di narrativa che vende molto raggiunge comunque solo un americano su duecento, è marginale. L'un per cento non ti permetterà di entrare al parlamento tedesco! La gente che si interessa di libri è una piccola minoranza. Allo stesso tempo, comunque piccoli siano i numeri dal punto di vista delle percentuali, un milione di persone sono pur sempre molte. I numeri sono marginali ma il mondo è grande abbastanza per potersi costruire un rifugio nella marginalità.

Che rapporto ha con i suoi lettori, o che rapporto vorrebbe instaurare, di distacco o di dialogo? Ama partecipare agli incontri in libreria e rispondere alle domande via internet?

Mi piace fare le letture in pubblico, mi piace la coda per gli autografi, trovo "energizzante" incontrare i lettori in carne e ossa, ma la vera relazione è sulla pagina. Ogni due o tre mesi ho una cena con DeLillo ed è sempre imbarazzante. Preferisco leggere un suo libro: lui è più rilassato sulla pagina e io sono più a mio agio che con lui di fronte. Questo è quello che penso dei rapporti personali. Questi eventi mi ricordano i riti della Chiesa, come se appartenessimo ad un'unica religione e qualche volta ci aggreghiamo per ricordarci che esistiamo. È bello e importante, ma non è così importante.

Di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato




9 gennaio 2004