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Viviane Forrester

“Il crimine dell’Occidente? È il razzismo, e in particolare l’antisemitismo”: così Viviane Forrester riassume, in questa intervista, il contenuto del suo nuovo libro, Il crimine dell’Occidente – alle radici del conflitto arabo-israeliano

“Il crimine dell’Occidente? È il razzismo, e in particolare l’antisemitismo”. Così Viviane Forrester riassume il contenuto del suo nuovo libro, Il crimine dell’Occidente – alle radici del conflitto arabo-israeliano (ed. Ponte alle Grazie, pp.198, € 13,00 ISBN 88-7928-743-5).
Nel 1997 il suo best seller L’orrore economico ha fatto della scrittrice francese di origine ebraica un’icona dei no global, e per questo nuovo libro già viene indicata come “l’Oriana Fallaci della Sinistra”, una definizione che però la indigna, perché non intende fare crociate. Il suo scopo è dimostrare – attraverso una ricca e articolata documentazione – che le responsabilità del conflitto arabo-israeliano vanno assegnate all’unilaterale decisione dei vincitori della Seconda guerra mondiale, che per sgravarsi la coscienza dall’orrore dell’Olocausto hanno trapiantato in un diverso contesto geografico una tragedia nata e nutrita all’interno della loro Storia, senza in realtà risolverla, e addossandone le conseguenze al popolo palestinese.

“La Palestina nel 1948 era sotto il protettorato britannico, ed è curioso notare che quando già il colonialismo era in liquidazione ovunque, fu con un’imposizione colonialista che due diversi popoli vennero sovrapposti sulla stessa terra. Io non contesto il sistema occidentale, anzi mi ci riconosco perché ha creato la democrazia, ma in molti casi prevale la logica del consenso piuttosto che quella del Diritto, e fino ad oggi nel sistema democratico ci sono stati parecchi incidenti di percorso.”

Per questo le sembra che perfino il bellissimo termine “Shoah”, tanto commovente ed evocativo, sia in realtà fuorviante?

Shoah è una parola ebraica, quindi mette l’accento sulle vittime, quasi predestinate dal fato, piuttosto che sui carnefici, i veri responsabili. E non alludo soltanto ai nazisti, ma a tutte le potenze occidentali, che fino dal 1933 sapevano le intenzioni di Hitler sugli ebrei, perlomeno a livello di discriminazione, e non hanno alzato un dito per fermarlo. E nel 1938 alla conferenza di Evian nessun paese, tranne Olanda e Danimarca, accettò di allargare le proprie quote d’immigrazione in favore degli ebrei perseguitati dal nazismo. Non di Shoah quindi si dovrebbe parlare, ma di crimine dell’Occidente. Eppure è proprio all’Occidente che israeliani e arabi si affidano per portare avanti le trattative di pace. Mi irrita vedere alla TV i rappresentanti israeliani e arabi convocati dal presidente americano di turno che li costringe a sorridere e a darsi la mano per favorire la sua campagna elettorale. Dovrebbero piuttosto affrontarsi faccia a faccia, anche insultandosi, ma decisi ad arrivare a una soluzione politica, dimostrando di essere due popoli adulti, che non hanno bisogno di tutela, soprattutto non da parte di chi li ha messi in una situazione insostenibile. Invece di contestare l’esistenza dell’altro, dovrebbero dimostrare di credere alla propria.

Pensa che arriveranno alla pace?

Per correre il rischio della pace sarà necessario ovviamente rinunciare da entrambe le parti alla ripetizione dei torti, al computo di chi è stato il primo o maggiore responsabile delle sciagure subite, per sviluppare la capacità di gestire realmente il proprio presente. Bisogna che arabi e israeliani smettano di considerarsi vittime gli uni degli altri, prendendo atto che sono vittime gli uni e gli altri di una Storia europea dichiarata conclusa ma in realtà riattivata incessantemente nella loro storia attuale. Quello che in sostanza io sostengo è che il conflitto in Palestina non è una storia orientale, ma una storia occidentale spostata per rimuoverla.

Non sembra che, per il momento, abbiano l’intenzione di fare da soli

Adesso sembra impossibile, ma se pensiamo ai cambiamenti epocali provocati da persone come Nelson Mandela, non dobbiamo perdere la speranza. Si arriverà alla pace quando israeliani e arabi comprenderanno e valorizzeranno quello che li unisce, piuttosto che quello che li divide, ad esempio l’amore per la stessa terra. In nome di quell’amore condiviso potranno accettare di crescere insieme, piuttosto che fondare il proprio futuro sull’annientamento dell’altro.

Di Daniela Pizzagalli




10 giugno 2005