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Richard Ford

Alcuni scrittori rappresentano il proprio paese meglio di altri. Ford descrive l’America tra gli anni Ottanta e Novanta in modo particolare, con un taglio e una profondità maggiore di quanto facciano molti colleghi, anche più celebri, della sua generazione.
Nell’intervista: la società statunitense, le sue regole, i principi etici che la regolano, la violenza che la mina nel pubblico e nel privato, il tradimento. Questi i maggiori spunti per le sue storie, incentrate sui complessi equilibri delle relazioni interpersonali. Non a caso dichiara che Carver è stato il suo miglior amico...


Che idea dell’America vuoi dare attraverso i tuoi personaggi?

Quella che c’è nei libri!
Veramente non riesco a rispondere a questa domanda. Ho impiegato anni per scrivere quei concetti nei libri e adesso riassumerli non mi interessa. La mia idea di America è nei miei libri, che devono essere l’unico collegamento tra lo scrittore e il lettore. Spiegare un’idea vuol dire svalutare il proprio lavoro letterario.

In un’intervista lei ha dichiarato di essere ateo. Perché allora ha scritto un romanzo sul peccato come Infiniti peccati? Che significato ha per lei la parola peccato?

Sono piuttosto un agnostico, sono qualcuno che non sa. In effetti il libro è scritto con linguaggio religioso e tratta argomenti religiosi. Però la religione non fornisce consolazione ai protagonisti, che non sono credenti. Per me l’idea di peccato non è un’idea puramente religiosa. Il peccato è qualcosa di sbagliato, eticamente scorretto, e vale per tutti, credenti o meno.
È comunque vero che si tratta di una questione morale forte per chi è religioso, tuttavia si può usare questo termine anche non essendolo. E io non sono religioso.

Dunque il peccato come risorsa religiosa e come risorsa civile.

Come una risorsa civile, sì. Se la questione si mette nei termini del “giusto o sbagliato” sul piano etico, dico di sì. Non ho bisogno che la Chiesa mi dica cos’è il giusto o lo sbagliato, io lo faccio con i miei romanzi.

Cosa le interessa analizzare del comportamento umano nei suoi romanzi? Mi riferisco anche al protagonista di Sportswriter...

Quello che mi interessa del comportamento umano sono le “modalità” nel mancarsi uno con l’altro, nel tradirsi, che possono essere anche insignificanti, invisibili. Per rendere questi atteggiamenti più visibili, più comprensibili io li chiamo appunto peccati.
I modi in cui si tradiscono le persone, o usando un altro verbo, in cui si manca verso le altre persone, possono essere tanti. Si manca di sincerità, si manca nel momento in cui non si perdona, quando non si ha attenzione verso gli altri, si è assenti. Sono piccole mancanze e disattenzioni generalmente poco considerate, ma che possono essere al centro di un romanzo, di una storia. Ci sono poi le questioni politiche e possiamo vedere questo tradimento anche nell’ambito più globale.

Parliamo della situazione politica. In quale misura ritiene che gli Stati Uniti abbiano acquisito la consapevolezza della reale situazione internazionale, dell’importanza e della delicatezza del proprio ruolo?

È indubbio, o almeno io penso così, che quello che è successo sia la conseguenza dei fatti e soprattutto dell’azione di politica estera degli Stati Uniti: l’attacco al World Trade Center deriva ed è una conseguenza di azioni fatte dal governo statunitense. Certo è che non tutti gli americani la pensano così. L’America ha il grande difetto di non essere riflessiva. Gli americani non riflettono su se stessi. Gli Stati Uniti sono un paese separato dal resto del mondo da due grandi oceani: una realtà geografica che condiziona i suoi abitanti, rendendoli molto concentrati sulla propria società e poco attenti all’esterno, a quello che succede al di fuori. Parlare di America e generalizzare è molto, molto difficile perché è il governo che ha portato avanti la guerra in Afghanistan e in Iraq, ma è un governo che non rappresenta gran parte degli americani.

Torniamo al privato. Grande importanza nei suoi libri hanno le relazioni interpersonali, specie di coppia. Quali sono quelle che “funzionano”?

Al di là di ciò che ho scritto posso immaginare che da qualche parte ci siano relazioni che funzionano: sono ottimista. Ma stabilire regole e modalità perché ciò accada è impossibile, se non con l’invenzione creativa.

Spesso gli autori incontrano i propri lettori. Che cosa ha ricevuto da questi incontri e in qualche modo influenzano o minimamente mutano il suo modo di scrivere?

È molto incoraggiante partecipare ad eventi come i festival letterari o gli incontri in libreria in Europa, nei quali tante persone parlano a lungo di cose serie. Ma è un fenomeno che negli Stati Uniti non sarebbe mai possibile. la gente comincerebbe ad andarsene, o parlare al cellulare, o a gironzolare di qua o di là perché gli americani hanno bisogno di essere intrattenuti e divertiti continuamente. È ancora più incoraggiante potere incontrare gente sapendo di avere scritto le proprie storie in una casetta lontana al di là dell’oceano e vedere che queste cose hanno un senso e dicono qualcosa anche a chi abita a Roma, a Londra, a Mantova...

Quindi negli Stati Uniti il rapporto con i lettori non è diretto; in Italia c’è il gusto e il piacere di incontrare lo scrittore. In qualche modo internet può creare questa relazione?

Sì, perché no? Internet è ancora giovane può crescere e si può sviluppare in tantissimi modi. Ci sono dei siti web buoni su di me ma io non li guardo quasi mai. A volte qualcuno mi riferisce cose impressionanti che mi riguardano tratte da internet, ma assolutamente false come ad esempio che avrei 63 anni, che sarei nato in Michigan, che sarei stato uno studente di Carver, cose assolutamente false.

Ha conosciuto Carver?

È stato il mio migliore amico!

Di Giulia Mozzato




28 gennaio 2005