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Ken Follett

Maestro indiscusso del best seller, in questa intervista, concessaci a Festivaletteratura di Mantova, Follett spiega la complessità di costruzione di un romanzo perché sia davvero appassionante fino all’ultima pagina.

Come influenza la sua scrittura il difficile momento storico in cui viviamo?

I thriller sono libri che parlano di paura, di gente spaventata, e quindi più la gente è realmente spaventata più legge thriller, in un certo senso, per esorcizzare la paura stessa. Quando c’è una minaccia terribile che incombe davvero sulla gente, fa piacere sentir parlare di questa stessa minaccia se poi si ha un lieto fine.

Leggere uno dei suoi libri è come vedere un film. Quali sono gli ingredienti per una trama di successo ?

Io credo che un film sia una storia raccontata con le immagini. Io invece racconto storie con le parole. E questa è una differenza fondamentale. Ecco perché le mie storie non vengono mai trasformate in film e i diritti del mio ultimo libro non sono ancora stati venduti all’industria cinematografica, cosa che secondo me è un vero peccato. Poi lei mi chiede gli “ingredienti” che uso: non ci sono ingredienti specifici perché un romanzo sia migliore o abbia più successo di un altro. Secondo me è veramente importante come si mettono insieme i vari spunti per creare una storia, in modo tale che i lettori amino ciò che leggono, continuino a girare le pagine fino all’ultima, si chiedano sempre che cosa potrà succedere dopo, non riescano a posare il libro e quando arrivano alla fine rimangano con un ultimo quesito che li fa rimanere ancora attaccati al libro. Quindi non è tanto una storia di ingredienti, ma di come si crea la tessitura della trama.

Come spettatore come si è sentito quando La cruna dell’ago è stata trasposta in film ?

Per prima cosa è stato per me un bel colpo di adrenalina, perché avere nella testa tutti i personaggi e poi vederli sullo schermo, impersonati da attori famosi… beh è una cosa molto bella e dà davvero un bel colpo di adrenalina.
La seconda cosa, come scrittore, è il nervosismo che mi crea sempre la trasposizione cinematografica dei miei libri. Io presto tantissima attenzione alla plausibilità della trama e a dare la giusta suspense a tutti i dettagli. Un film deve invece adattare una storia al tempo cinematografico, sono sempre spaventato che vengano fatti degli errori e che quindi il risultato non sia altrettanto buono di quello raggiunto nel libro.
Per terza cosa mi fa molto piacere vedere la reazione del pubblico. Come scrittore non riesco mai a vedere una persona mentre legge il mio libro, non vedo le sue reazioni, e così perdo questa emozione.
Ho visto a New York La cruna nell’ago, insieme al pubblico: quello americano, e in particolare newyorchese, è un pubblico estremamente cinico, infatti rideva nei momenti più drammatici della storia. E la cosa mi ha preso in contropiede.

Perché un libro abbia successo è una questione di tecnica e di allenamento o è questione di talento?

Ci vogliono entrambe le doti per scrivere un romanzo di successo. Prima di tutto il dono dell’immaginazione, poi lo scrittore deve essere in grado di condividere con il pubblico la sua abilità verbale, la sua fantasia, trasponendola nella pagina scritta e questo ovviamente presuppone tantissima tecnica. Tecnica necessaria soprattutto perché un romanzo è un lungo racconto.
Ci possono infatti essere persone particolarmente abili a raccontare una storia, ad avvincere il pubblico, però per un lasso di tempo limitato. Lo scrittore invece deve creare interesse per un lasso di tempo lungo e che quindi a lui si richiede non solo immaginazione, non solo abilità verbale, ma anche capacità di artigiano, il saper “lavorare le parole” e avvincere il lettore con quelle. Lo scrittore Henry James diceva che l’unica cosa che si chiede a un buon libro, a un buon romanzo è di essere interessante altrimenti si perde il pubblico. E credo che avesse ragione.

La cosa che colpisce di più nei suoi libri è proprio la capacità di creare una tessitura, una struttura. Lei concepisce la scrittura come un professione, quindi come pura capacità narrativa o quasi come una terapia per esorcizzare le paure?

Ci sono molte cose che riguardano l’immaginazione di una persona. E queste saltano fuori quando uno non pensa a niente, nei momenti di vuoto dove si crede di non pensare a nulla. E invece tutti quei pensieri che balenano confusi nella mente da qualche parte verranno. Qualcosa di simile avviene in chi si appresta a seguire una terapia psicoanalitica; c’è un inconscio che fa emergere in certi momenti le cose che non sembra di non pensare. Se uno si concentra sulla sensazione della paura o del desiderio, oppure sulla vendetta verso qualcuno che ti ha fatto del male oppure se pensi di sedurre qualcuno perché vuoi andarci a letto, insomma tutte le cose che si pensano “quando non ci si pensa” stanno con te, stanno dentro di te. Da questo punto di vista sono molto d’accordo sul paragone terapia-scrittura. L’unica cosa diversa è che uno segue una terapia per far piacere a se stesso, scrive invece un romanzo perché deve mettere in pubblico le proprie fantasie, i propri sogni e desideri, quindi dare a queste idee un’organizzazione in modo che tutti le capiscano. E per fare questo ci vuole abilità e professionalità.

Come nasce l’idea di un romanzo? Ha già presente l’intera trama o la storia si evolve man mano che prosegue? Altra cosa: i titoli li sceglie lei e hanno importanza come possibilità di maggiore comunicazione con il pubblico?

La faccenda dei titoli è una faccenda un po’ difficile. Io trovo che alcuni miei libri abbiano buoni titoli, altri forse un po’scontati. Per esempio L’uomo di Pietroburgo è un titolo noioso che non dice nulla, invece Il codice Rebecca mi sembra un titolo abbastanza interessante: c’è questo nome di donna che stimola la fantasia e poi perché la parola “key-chiave”, presente nell’edizione americana, è abbastanza freudiana ed evocativa. È sicuramente importante mettere un buon titolo perché attira nuovi lettori, quindi credo che quelli che sono da tempo miei lettori comprino i miei nuovi libri perché hanno amato i precedenti, ma se uno non ha mai letto un mio libro, può essere attratto da un titolo abbastanza intrigante. Di solito cerco di dare io stesso un titolo ai miei libri, se però non ci riesco faccio riferimento ai miei editori.
Per quanto riguarda la prima domanda, relativa al processo di creazione, devo dire che ci sono tante di idee da cui partire per scrivere un libro, direi milioni, che possono stimolare uno scrittore. Il compito è quello di “estenderle”, farle diventare tante scene diverse, tutte ugualmente interessanti, tutte ugualmente drammatiche.
Prendiamo Nel bianco, il mio ultimo romanzo. È la storia di terroristi che irrompono in una casa dove c’è una grande famiglia che si appresta a festeggiare il Natale. Ovviamente di per sé l’idea è drammatica, ma questa è solo una scena. Per scrivere un libro ci vogliono dalle 50 alle 100 scene e tutte, visto il genere di cui mi occupo, drammatiche. Perciò ognuna deve catturare l’attenzione dei miei lettori. E è qui sta la capacità dello scrittore, la difficoltà nell’essere creativi e scrivere un romanzo che sia interessante, intrigante.
Bisogna prendere il materiale grezzo, trasformarlo in tante idee, partendo da un’unica idea primigenia. Deve farlo per poter scrivere un libro di 400 pagine.

Nel bianco è un romanzo che le ha permette di rinnovarsi? È stata una sfida per lei parlare di una catastrofe tecnologica visto che ci sono grandi romanzi come Andromeda di Crichton o L’ombra dello scorpione di Stephen King in cui viene analizzato lo stessa tema?.

Devo dire che non mi preoccupo mai di prendere in prestito idee da altri scrittori, perché secondo me uno scrittore vero sa prendere un’idea da un altro e svilupparla in modo originale. Prendiamo per esempio Michael Crichton; anche se ho rubato l’idea di Crichton, alla fine io però scrivo una libro assolutamente diverso dal suo. E se anche prendessimo un’idea in comune e ci sfidassimo, alla fine la nostra storia sarebbe comunque diversa, con conclusioni totalmente diverse. Invece il plagio nasce dal fatto che ci sono molti che vogliono, anche in assenza di talento, essere scrittori. Se tu rubi un’idea e non sei bravo abbastanza per cambiarla, allora si deve parlare di plagio.
Andromeda, pubblicata nel 1968, è una storia del tutto diversa da Nel bianco.
Credo che I Pilastri della Terra rappresenti una pietra miliare nella mia carriera. È pieno di pericoli, di situazioni violente, ma con delle belle storie d’amore. La differenza rispetto a tutti i libri che ho scritto è la lunghezza: è tre volte più lungo. Grazie alla sua lunghezza e all’essere riuscito a trattenere l’attenzione così a lungo, i lettori hanno quasi la sensazioni di aver vissuto con i personaggi, di conoscerli, di aver vissuto nel posto dove è ambientata la storia.

Finita la guerra fredda, ed esaurito il tema dello spionaggio, il terrorismo potrebbe essere il tema sul quale si possono cimentare gli scrittori di thriller. Lei crede che voi scrittori siate pronti ad affrontare questo argomento, su cui la stessa politica sembra avere ancora idee molto confuse?

Penso che se si decide di scrivere storie di questo genere bisogna sempre fare un passo indietro. Il dirottamento aereo, ad esempio, ormai è un tema bruciato. Nessuno di noi scriverà più su questo tema, perché quello che è successo è talmente tremendo e il finale così cruento, che non sarà più possibile scrivere una fiction su questo. La stessa cosa riguarda il tema degli ostaggi. Negli ultimi dieci anni ci sono state cose ottime, thriller bellissimi sulla presa degli ostaggi, c’è sempre il grande negoziatore del FBI che cerca di mediare... Beh anche questo tema è completamente bruciato dopo quanto è successo nei giorni passati. Quindi bisogna sempre stare molto attenti alla scelta degli argomenti, perché quando la realtà supera la fantasia allora lo scrittore di thriller non ha più niente da dire. Con il terrorismo bisogna fare lo stesso ragionamento.

Ultima domanda. A questo punto penso che tutti vogliano conoscere il suo pensiero sulla guerra in Iraq.

Questa è una domanda che mi tocca da vicino, perché mia moglie è una deputata del parlamento del Regno Unito. Appartiene il partito laburista e ha dovuto votare sì o no per la partecipazione del Regno Unito con le sue truppe a questa guerra. Ne abbiamo parlato per giorni, mia moglie ed io, e alla fine lei ha scelto di votare per il sì. Io sono stato d’accordo con questa sua decisione non tanto perché si dovesse creare una coalizione Regno Unito - Stati Uniti e non tanto perché questa invasione potesse essere giustificabile dal fatto che ci fossero o meno armi, ma perché Saddam Hussein e il suo regime hanno ucciso più di centomila iracheni e soprattutto un gruppo etnico specifico. Credo però che il mondo abbia imparato una grande lezione: questi problemi non sono risolvibili in questo modo. L’abbiamo capito tutti molto chiaramente. Dobbiamo trovare il modo giusto per opporci a certe cose e dobbiamo trovarlo con altri mezzi.

Di Grazia Casagrande




13 settembre 2004