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Dario Fo
In partenza per Stoccolma il Nobel Dario Fo parla del suo Molière "napoletano"

Parliamo di teatro e di Molière con Dario Fo, a pochi giorni dalla consegna del prestigioso riconoscimento.


Tanti comici, personaggi del mondo dello spettacolo, uomini di teatro delle ultime generazioni si sentono "figli suoi". Pensa di avere creato una vera e propria "scuola"?
È vero, sono in molti a fare riferimento a me! Ma io non ho determinato una vera e propria "scuola", semmai un modello civile di realizzare il teatro. La libertà di distruggere certe situazioni stantie e di ricreare dell'altro. La libertà di usare qualsiasi oggetto in teatro, qualsiasi modo, qualsiasi linguaggio e farlo diventare teatrale. Il significato della gestualità, dei rumori, dei suoni. L'importanza di rompere la quarta parete, fare sì che il pubblico salga sul palcoscenico con te, e tu stia in platea, ma senza scenderci, senza bisogno di trucco. Cioè questo allargare gli spazi nella rappresentazione, che io ho imparato da altri, ho rubato da attori, addirittura da guitti, spalle di grandi comici, o comici stessi, che però facevano magari avanspettacolo, a partire da Totò che è il più grande e che ho tradotto nel mio linguaggio. E poi la grande fortuna di avere come moglie Franca che è veramente la regina dei comici dell'arte. È lei la regina! Lo vedo anche in questo spettacolo in cui stiamo recitando, che è uno spettacolo di fatto del Cinquecento, legato alla grande tradizione ancora anteriore ai comici dell'arte, e bisogna vedere che cosa è capace di fare lei! È un patrimonio della natura.
L'operazione da lei compiuta sul linguaggio è stata assolutamente innovativa: oggi i giovani scrittori non sembrano spesso proseguire su questa linea.
N on tutti. Ci sono parecchi scrittori che hanno preso dal mio lavoro e fatto esperienza diretta del mio esercizio. Soprattutto i napoletani, ce ne sono due o tre. C'è, direi in generale, una trentina di giovani autori, gente che ha recitato anche con me e che io ho portato sul palcoscenico per la prima volta, quando erano allievi delle varie accademie.
Quale complicità si è stretta tra lei e Molière in questo suo recente lavoro di traduzione del Don Giovanni?
I o sono un intruso dentro questo libro, perché è della Gambelli. La Gambelli ha fatto tutto il lavoro: di ricerca, di piazzamento del tempo, sulle origini di questo testo rispetto a quello spagnolo, su quello che è stato realizzato per altri autori. Perché il testo in questione è stato, nel tempo di venticinque anni, realizzato da non so quanti autori, compreso Bianco Lelli che è il più grande Arlecchino del tempo del Re Sole ma per noi il testo integrale, che la Gambelli ha inserito nel prologo, era sconosciuto. Per altro se si guarda il libro il prologo è metà del libro stesso.
Perché in napoletano?
I o ho fatto un lavoro legato esclusivamente al dialogo di due persone di mare, uno è "il marinaio" per eccellenza e l'altra è la sua donna, che ho tradotto in napoletano, per intercessione di Bossi, che ci teneva tanto... Scherzo, naturalmente! Mi sono divertito a realizzarlo in napoletano, perché è la lingua giusta. Potevo farlo anche in veneto, come fanno quasi tutti i traduttori, io invece ho capito che era un discorso legato proprio al mare solare, non al mare malinconico del Nord. Ho anche approfittato dell'esperienza fatta, tanto da me che da Franca, in questi ultimi due, tre anni col napoletano, mettendo in scena dei personaggi, degli affabulatori che parlavano napoletano. Partecipare a questo lavoro di traduzione, inoltre, è stato un gesto d'affetto verso la Gambelli, che ho saccheggiato per anni, perché è la più grande conoscitrice del teatro dell'arte e di Molière. Soprattutto quando ho realizzato Molière in Francia ho fatto massacro di tutto il lavoro che aveva fatto lei, ho rubato a man bassa da tutta la sua esperienza...
Che cosa pensa di Internet e delle nuove forme di comunicazione?
È fondamentale. Io l'ho imparato da mio figlio, che lo usa moltissimo, da mia moglie, Franca, che mi ha invitato più volte a usarlo, a leggerlo, e devo dire che è importante, è la comunicazione del futuro. Mi dispiace tanto però pensare che i libri non si leggeranno più sfogliandoli, ma ci si siederà davanti al computer e la lettura non sarà più quella di adesso, col libro in mano, con le sensazioni che può dare il toccarlo...



5 dicembre 1997