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Intervista a Janet Fitch
Un'autrice americana che scrive di donne

Una donna che ha scritto un romanzo che parla di donne: Oleandro bianco, un best seller in testa per numerose settimane alle classifiche di vendita negli Stati Uniti, che propone al dibattito argomenti forti e coinvolgenti quali il rapporto madre-figlia, l'affido, il carcere e la violenza. Incontriamo Janet Fitch e le poniamo domande cruciali per meglio capire il suo romanzo e i problemi che esso suscita.


Quanto tempo ha lavorato su questo libro e da che cosa è nata l'idea di scrivere su questi temi?
M i sono stati necessari quattro anni per scrivere questo libro che prende spunto da tante cose: la genesi, l'origine di un libro deriva da tanti stimoli diversi. Si comincia a scrivere, almeno questo è quello che succede a me, e si va in una direzione, poi strada facendo, si cambia, si muta itinerario. Non necessariamente si ha un piano prestabilito.

E quale era il suo progetto originario?

A ll'inizio avevo in mente una donna che fosse un'esteta, che coltivasse la bellezza sopra ogni altra cosa, che avesse una concezione molto aristocratica della vita. In passato erano appunto gli aristocratici che si potevano permettere delle vite in totale armonia con la bellezza e cambiarle se qualcosa, per caso, avesse stonato. Mi sono detta: se prendo una donna di questo genere, la metto nel XX secolo, le faccio fare un brutto lavoro, la colloco in un appartamento con i conti da pagare, il bucato da fare e altre cose sgradevoli della quotidianità, che cosa ne viene fuori? Prima di tutto questa donna, di nome Ingrid, è in generale una donna molto arrabbiata tanto da arrivare a far del male anche agli altri. L'ho fatta lavorare in una rivista di cinema, rivista per la quale anch'io ho lavorato e quindi conoscevo bene l'ambiente...

Il rapporto madre-figlia (tema molto importante nel suo libro) è, secondo lei, sempre problematico?

A me piacerebbe dire che il rapporto madre-figlia presentato nel libro è così conflittuale perché Ingrid, la madre, è una donna di un certo tipo, invece questo è un problema molto generale e di difficile soluzione, a meno che non si decida di fare la madre a tempo pieno ed essere praticamente lo zerbino della propria figlia, a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Il bambino vuole tutto il tempo della propria madre, non le concede nulla e questo riguarda più le madri che i padri. Le donne vogliono occuparsi dei propri figli, ma vorrebbero anche avere una vita loro: ed è una continua lotta per conciliare i tempi tra il bambino che pretende tutta l'attenzione e la donna che cerca anche di avere un po' di vita per se stessa. Indipendentemente dal modo di essere madre, non appena questa cerca di essere anche una donna, avrà sempre le critiche dei propri figli. Se però la donna si sarà annullata verrà molto criticata dai figli, dalle figlie in particolare, quando questi saranno un po' cresciuti.

Il carcere è un altro tema importante nel romanzo. Quali trasformazioni può provocare in una persona l'essere detenuta?

N el caso di Ingrid penso che lei venga forzata dall'ambiente carcerario a capire che non le resta più nulla di autentico tranne sua figlia. È sempre stata una donna concentrata su se stessa, ma è anche una donna molto intelligente e vede che non c'è più niente di suo al di fuori del carcere se non la figlia; poi intuisce che anche questa situazione potrà cambiare e si dispone così ad un' ulteriore trasformazione. Ritengo che sia diventata quello che è diventata (e a sua figlia sia successo quello che è successo) perché Ingrid inizialmente era solo presa dalla propria vita; il carcere l'ha potuta solo in parte cambiare, ma lei è rimasta sempre se stessa.

Il problema dell'affido, nel suo libro, è spesso trattato drammaticamente. Lei pensa che sia comunque uno strumento sociale valido?

H o intervistato molte donne sulle loro esperienze di affido quando erano bambine, e ho raccolto le opinioni più diverse, tutto lo spettro delle risposte: alcune entusiaste della famiglia a cui erano state affidate (continuano a frequentarla anche dopo molti anni da quell'esperienza, come un figlio può rivedere i propri genitori naturali), altre reduci da una situazione straziante. La vita di Astrid è ancora una buona vita se paragonata a quella di altre ragazze da me intervistate. In fondo Astrid non è stata violentata (il rapporto con Ray era condiviso dalla ragazza), né picchiata, o terrorizzata dalle famiglie a cui è stata via via affidata. Non riesco a giudicare con chiarezza il sistema dell'affido. Le case "buone" sono davvero meravigliose e quindi sarebbe un peccato togliere questa opportunità a una ragazza in difficoltà: dovrebbero esserci maggiori controlli, molto severi, per testare le famiglie e vedere se sono adatte ad accogliere un bambino. Purtroppo ci sono troppi bambini in difficoltà e troppo poche case disponibili. Così si accettano tutte le offerte .

La conclusione del libro è pessimistica o Astrid può ancora sperare nella serenità del suo futuro? E questa conclusione può valere per qualsiasi ragazza che abbia attraversato esperienze difficili?

S ì questo è un tema importante: l'amore deve essere sperimentato anche se si sa di rischiare? Vale la pena di affrontare la sofferenza e la perdita, ma vivere certe esperienze? Ogni volta che diamo amore dobbiamo sempre mettere in preventivo che possiamo perderlo e perciò soffrire. Ingrid decide di no, decide che le è bastato una volta e non vuole ripetere l'esperienza. Astrid invece sa di non poter vivere senza amore e nelle pagine conclusive del romanzo si può leggere che la ragazza ha deciso di tentare ancora: è un finale felice quello del mio libro, anche se a molti non è parso così. Per me Astrid è diventata abbastanza forte da accettare la possibilità di amare e anche di perdere. Nella vita di ognuno avviene così e non ce ne stupiamo, andiamo avanti perdendo persone amate, ma senza fermarci; altrimenti è come se fossimo già morti.




Intervista a cura di Grazia Casagrande




14 aprile 2000