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Sergio Ferrero

Sergio Ferrero, autore di culto, con il libro appena uscito, Il cancello nero, offre ai suoi lettori un'assoluta novità: il suo primo libro di racconti.


Perché soltanto adesso, dopo otto romanzi, vi si è cimentato?
Scrivo racconti da sempre, ne ho i cassetti pieni, ma siccome il racconto come genere raccoglie pochi consensi presso il pubblico italiano, di conseguenza anche gli editori si ritraggono. Sono quindi particolarmente contento che il mio editore abbia ritenuto giunto il momento di pubblicare alcuni miei racconti, che costituiscono poi il cimento più difficile per uno scrittore, perché una storia breve deve rimanere tesa dal principio alla fine, non può concedersi neppure una pausa. Io amo molto leggere i racconti, potrei citare Cecov, la Mansfield e Henry James come i miei autori prediletti; smontando per pezzo per pezzo i loro racconti, per metterne in luce i meccanismi, ho imparato a scriverne a mia volta.

I suoi racconti sono ambientati durante gli anni della guerra, o poco dopo: come mai questo sguardo all'indietro?

La coincidenza del periodo bellico con l'adolescenza ha avuto una ripercussione fortissima nella mia vita, è stato uno spartiacque, perché la difficoltà della situazione ha favorito la mia indipendenza. Inoltre, pur giovanissimo, ho avuto la possibilità di compiere gesti utili a favore di altri, impensabili in tempi normali. In questo senso, la guerra mi ha consentito di sviluppare risorse nascoste, cancellando molti schermi, e imprimendo un'accelerazione alla mia sensibilità. È inevitabile che la mia ispirazione si concentri particolarmente su quel periodo terribile ma emblematico, fonte per me di esperienze folgoranti.

In nessuno dei dieci racconti del libro, al centro della vicenda troviamo i rapporti considerati fondamentali, cioè quello tra genitori e figli o quello tra moglie e marito. Sono incontri inusuali, a volte stravaganti, che permettono di allacciare legami imprevedibili, ma anche formativi. Questo percorso contiene una sorta di denuncia sulla crisi della famiglia?

Non c'è nessuna denuncia, ma un'apertura incondizionata all'incontro con gli altri. Nella mia esperienza personale i legami familiari non hanno costituito il principale punto di riferimento, perché mi sono sempre fiduciosamente dedicato a conoscere quanti incrociavano il mio cammino, senza distinzioni sociali, né di età. Ho trascorso gran parte dell'infanzia con mia nonna, da ragazzo ho frequentato soprattutto persone anziane, con le quali mi trovavo benissimo, anche perché alcune di loro erano eccezionali, come Umberto Saba. Mi vanto di non essere mai appartenuto a un dato "ambiente", ma di scegliere le mie frequentazioni soltanto in base a personali giudizi di valore, che possono sembrare sconcertanti a chi è abituato a costruirsi palizzate. Questo non vuol dire che idealizzi il mio prossimo acriticamente, ma che, cercando di accettare gli altri per quello che sono, mi sono risparmiato delusioni; ho imparato che anche i difetti di una persona assumono un nuovo significato se si valutano nell'insieme. Nei miei racconti, e anche nei romanzi, inevitabilmente traspare questa curiosità divorante per l'umanità, in tutti i suoi aspetti.

Una domanda un po' strana, che vuole curiosare nel suo laboratorio di scrittura: perché sceglie sempre nomi brevi, come Ada, Lia, Nina, Zina?

È un espediente reso necessario dal fatto che scrivo ancora a mano i miei libri. Ho passato i settant'anni, e non cambierò il rituale dei quaderni e della penna stilografica: fa parte del mio essere scrittore. Ricopio a macchina soltanto la stesura definitiva, da consegnare all'editore. Nel corso delle varie stesure, per non affaticarmi inutilmente scelgo nomi brevi, che del resto mi piacciono.

Di Daniela Pizzagalli




18 luglio 2003